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“Un giorno, altrove” di Federico Roncoroni

Federico Roncoroni, Un giorno, altroveArticolo pubblicato nella webzine Sul Romanzo n. 1/2014.

Dopo i racconti del Sillabario della memoria (Salani, 2010), il saggista e viaggiatore Federico Roncoroni si affaccia in maniera prepotente al romanzo con un esordio che potremmo definire, per corposità e tensione, monumentale. Partendo da sentieri della tradizione letteraria assai battuti (il romanzo epistolare, seppur in versione 2.0; la storia d'amore tra un Lui e una Lei; un personaggio a tutto tondo che si fa carico, per intero, della narrazione), Roncoroni edifica con Un giorno, altrove (Mondadori, 2013) un ambizioso libro dal piglio totalizzante e in un certo senso ultimativo.

Filippo Linati è un disincantato intellettuale che vive adesso in solitudine tra Cernobbio e Moltrasio, sul lago di Como, dopo che il «telecomando della sua vita» di successo gli è stato bruscamente sottratto di mano dall'incombere di una grave malattia alla quale è riuscito tuttavia, per miracolo, a scampare. La quiete che sembra avergli donato il suo rifugio viene spezzata dal rifarsi viva, con una mail e dopo sette anni di silenzio, di Isabella, la donna che lo ha lasciato di colpo, in un letto d'ospedale, a Parigi, al tempo della malattia, a causa della ricomparsa dell'ex moglie di lui, Teresa. Prende così avvio un «tennis epistolare» lungo cinque mesi che fiorisce «asimmetrico e squilibrato»: alle mail brevi e interrogative di Isa (un tempo modella di successo, poi diventata raffinata traduttrice), impegnata dal canto suo in un giuoco a nascondersi, un discorso per sottrazione, seguono quelle (talvolta fluviali) di Filippo, il quale dà avvio, proprio alimentato dal continuo domandare di lei, a un ragionar scrivendo che è quello del superstite segnato in maniera irrimediabile da un doloroso transito. È così che veniamo a conoscenza della loro vita, prima, durante e dopo il terrificante giro di boa rappresentato dalla malattia di Filippo. Come nei Frammenti di un discorso amoroso di Barthes, ne deriva non tanto un ritratto psicologico, quanto la messa in scena di un io che parla, amorosamente, «dentro di sé» di fronte all'oggetto amato; il quale qui, se proprio non rimane muto, veste i panni dell'interessato suggeritore. Accettare di tenere a mente ogni pagina della propria esistenza (le più orribili alla stregua di tutte le altre) è il solo modo per far pace con sé stessi, per finire di scappare: questa la lezione che Filippo ha imparato a proprie spese ed è pronto a condividere adesso con Isa. Nel polveroso libro della memoria, accanto all'ampio capitolo dedicato alla cronistoria dell'incubo del linfoma (notevoli le pagine del romanzo che ricostruiscono la condizione straniante cui costringe la malattia), trovano spazio il racconto delle avventure galanti che interrompono la sua vita solitaria (necessità del corpo più che dello spirito), il «discorso su Dio e dintorni», l'abitudine antica di pregare, l'ascolto attento della poesia del quotidiano scandito dal ritmo naturale, l'attenzione alle piccole gioie, ai gesti minimi. Come basso continuo la filocalia del loro amore, i pezzi di vita vissuti insieme, il ragionare sul loro "strappo", il desiderio di ricongiungersi, perché tutto possa ritornare, intatto, al punto d'origine.

Spirito libertino, «anima pagana», individualista e anarchico, Filippo è sempre stato un gaudente, un materialista, che nondimeno ha conosciuto un'avventurosa spiritualità. È un Don Giovanni mite la cui virilità è stata fiaccata dalla malattia e ha scelto la via del ritiro. Non vuole consegnarsi dritto nelle braccia della morte: egli vive del bisogno di verticalizzare se stesso, stemperando il conflitto tra la biologia che lo inchioda ai desideri e un istintivo slancio metafisico; tra l'edonismo e il bisogno, anch'esso fisiologico, di credere in qualcosa, presupporre l'esistenza di Dio come «ipotesi di vita per andare avanti». Sicché la vera religiosità del protagonista consiste in tutto ciò che lo rende sensibile all'umana fragilità («W l'umana fragilità»). Da sopravvissuto, gli è toccato in sorte l'incombere, come fulmine a ciel sereno, dopo anni di silenzio, della sola donna che, infine, ha davvero amato nella vita (Isa è la sua donna Elvira).

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Federico RoncoroniLe missive elettroniche del protagonista rassomigliano, nell'insieme, a una circolare digressione senza soluzione di continuità su quanto ci appassiona e ci spaventa dell'esistenza: una smisurata preghiera senza scopo che, agostinianamente, nulla pretende per sé («questo divagare è il mio pregare»). E sembra che Roncoroni, per ridipingere le pareti del romanzo, abbia voluto attingere a tutte le possibili gradazioni di un ventaglio emozionale che va dall'angoscia della morte all'epica semplice dei giorni; ventaglio tenuto insieme, si diceva, dal mastice del sentimento amoroso.

Con una scrittura vibrante ed eccitata, mischia con sapienza (senza peraltro rinunciare a una salutare patina di distanziante ironia) alto e basso, il sublime e il triviale, abbandonandosi – talvolta in chiave parodica, talaltra per dare sostanza allo spessore intellettuale del protagonista – al gusto postmoderno dei frequenti innesti di citazioni, parafrasi, commistioni varie e microesercizi di riscrittura; con attraversamenti e sconfinamenti che vanno dai classici alle Sacre Scritture, dai santi teologi all'esemplare vicenda di fragilità umana di Abelardo ed Eloisa, dai poeti stilnovisti a quelli del Novecento.

È un romanzo che rimarrà? Non saprei dirlo. Di sicuro siamo dinnanzi a un maiuscolo e luminoso esordio bilicato tra fisica e metafisica e al quale, forse, un dettato a tratti meno ridondante, una minore diluizione del ralenti esistenziale, non avrebbe tutto sommato fatto perdere di forza.

Sontuosa sinfonia da camera, simile a una fuga musicale in ardente attesa di un'imminente ripresa, Un giorno, altrove di Federico Roncoroni si può leggere come un libro, religiosissimo, sul senso della vita, sul "come se" verso Dio (si rammenti il romanzo di Santucci), sull'esperienza d'amore vissuta, in primo luogo, come scoperta di sé attraverso l'altro. Rimane da aggiungere che, se il libro da un lato rimanda al potere intatto e sorprendente, proprio della letteratura, d'intercettare il destino d'ognuno, d'interferire con la biografia di ciascun lettore, dall'altro – e lo sa bene lo stesso Roncoroni, che in un inserto metanarrativo del romanzo se lo lascia sfuggire –, sappiamo pure che «la vita è più facile inventarla in un romanzo che viverla e aspettare giorno per giorno che avvenga».

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