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Un’Europa che deve ritrovare se stessa. “Trilogia della città di Parigi” di Virginie Despentes

Un’Europa che deve ritrovare se stessa. “Trilogia della città di Parigi” di Virginie DespentesCosa si cela dietro la vita, all’apparenza dorata, di una rock star di successo? E cosa c’è invece dietro quella di un clochard? Com’è cambiato il modo in cui interagiamo con gli altri o di come usufruiamo di film o musica? Un libro con la sua mole ci pone davanti numerosi argomenti, dalle trasformazioni avvenute negli ultimi anni alla solitudine dell’individuo, mettendo in scena una rappresentazione umana priva di demagogia, all’interno della quale una complessa e variopinta serie di personaggi, ognuno dei quali col proprio ruolo, vagano come anime nei gironi danteschi.

Parliamo di Trilogia della città di Parigi, (titolo originale Vernon Subutex) di Virginie Despentes edito da Bompiani nella efficace traduzione di Tiziana Lo Porto. In Francia ha avuto un grande successo e per questo è stato già trasposto in una serie tv. Un altro segno dei tempi.

Nel nostro Paese, per il medesimo editore, è uscito nel 2017 il primo volume recante nel titolo solo il nome del protagonista, Vernon Subutex appunto.

Gli ingredienti per parlare come in patria di “caso letterario” ci sono tutti: per genere, difficilmente inquadrabile in canoni ben precisi, e per il contenuto privo di tabù, con un forte timbro bukowskiano, smaccato e sincero. Non troviamo norme, nemmeno sintattiche, semplicemente perché non ce ne sono nel mondo che vediamo rappresentato, nel quale il politicamente corretto non esiste.

 

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Tutto ruota intorno a un decesso improvviso che suona come un classico: overdose nella vasca da bagno e a morire è il famoso cantante Alex Bleach, «un nero grande e grosso», da cui dipendevano molte persone sia dal punto di vista economico sia nella sfera degli affetti o per pura situazione di comodo.

Costui aveva girato una video-intervista di fronte a Vernon in cui consegnava una sorta di lascito-testimonianza e a cui Vernon stesso dà, all’inizio, poco credito. Infatti all’interno ci sono dei risvolti che, divulgati, potrebbero avere l’effetto di una deflagrazione, in particolare per un produttore cinematografico.

C’è un prima e un dopo rispetto a questo evento. Un prima e un dopo che non è uguale per tutti.

Un’Europa che deve ritrovare se stessa. “Trilogia della città di Parigi” di Virginie Despentes

Per Vernon, il prima è costituito dal negozio di dischi, il Revolver che gestiva dagli anni Ottanta. Non un negozio qualsiasi ma uno dei più noti della Nazione. Attività che ha dovuto chiudere nel 2006 con l’avvento della tecnologia, e poiché era il proprietario non può nemmeno percepire un’indennità da lavoratore dipendente. Da quel momento in poi esce poco o nulla di casa, vive di qualche sovvenzione e chi lo aiuta a pagare l’affitto è proprio Alex Bleach. Con la sua morte, quindi, viene sfrattato e si ritrova senza l’abitazione e senza un soldo.

Le persone che incontra nel corso di questa nuova esistenza fatta di privazioni e stenti – all’inizio verrà ospitato da coloro i quali ebbero un ruolo nella sua vita o in quella di Alex, amici, ex amici o ex fidanzate – sono occasione per il lettore di confrontarsi con diverse storie di vita, espressione ognuna di tematiche molto attuali. E la narratrice-autrice le presenta con la forza dirompente di un bazooka: le droghe, il sesso, internet che ha rivoluzionato le nostre vite coi social sempre più invasivi, la violenza sulle donne, l’integralismo islamico, la presenza “ingombrante” degli stranieri.

Non ci sono sconti per nessuno e il lettore lo intuisce presto:

«La vita di solito si gioca in due tempi: al primo tempo t’addormenta facendoti credere che sei tu a governarla, e al secondo, quando ti vede disteso e disarmato, si presenta per la seconda volta e ti fa a pezzi», dice Vernon.

La sua filosofia però è improntata al pragmatismo perché di fronte alla sconfitta la linea di condotta da seguire è la seguente: «restare indifferenti a tutto».

Quando le ospitate terminano, un po’ per scelta, un po’ per obbligo perché sentirsi un peso non piace a nessuno, l’alternativa è la strada e la sua dimora sarà una panchina nel quartiere La Butte Bergeyre; un altopiano solitario, dove non ci sono né semafori né negozi ma solo tanti gatti, per poi trovare rifugio, almeno per dormire, in una casa abbandonata:

«Ama il suo nascondiglio. Apre un occhio, all’alba, e resta immobile, colpito dalla vastità del paesaggio. Parigi si rivela, vista da così in alto sembra accogliente. Quando il freddo diventa troppo intenso, si rannicchia in un angolo e piega le ginocchia contro il corpo. Non ha come coprirsi. Non può contare che sul suo stesso calore».

 

Questa parte di Trilogia della città di Parigi si concentra su una quotidianità che prima non c’era e si palesa come la più intima. All’inizio sarà molto dura per lui. Sentirà le forze abbandonarlo, penserà di morire. Ma Vernon Subutex non è un senza-tetto qualunque. Lo cercano in molti, proprio a causa di quella registrazione di cui è stato spettatore.

Accade inoltre che agli amici di sempre si aggiungono quelli che la strada la conoscevano in precedenza. Nasce e si sviluppa così una comunità, in cui quel che conta è l’appartenenza a un gruppo che poi diviene qualcosa di più di un semplice ritrovarsi. Un gruppo dove Vernon ritrova finalmente la propria identità di “discaio”. Gente che non ha bisogno di parlare quando si trova insieme.Un posto non fisso, non stabile ma un accampamento dove stare in autonomia, ascoltare musica e ballare. Tutto il resto è fuori, alle prese coi soliti problemi. Tuttavia, stare in gruppo non significa esserne immuni.

La folla dei personaggi si ripete in un vortice di avvenimenti che coinvolgono sia il passato che il presente,mentre il futuro si affaccia alle porte interrogando il lettore e inchiodandolo tra spietata ironia e distopia.

Un’Europa che deve ritrovare se stessa. “Trilogia della città di Parigi” di Virginie Despentes

Despentes si fa originale cantrice dell’emarginazione e delle disuguaglianze, all’interno di una Francia alle prese con le tensioni sociali e il dilagare del terrorismo, con la paura persino di andare a un concerto o a far la spesa e che deve riflettere molto sulle proprie moderne contraddizioni, nella quale la politica in primis stenta a ritrovare i propri valori e dove la ricchezza si concentra sempre nelle mani di pochi.

Ruolo di spicco – come espresso dagli editori nostrani – spetta comunque alla Capitale transalpina: trasfigurata, persa in un turismo sempre più di massa, vecchi e nuovi abitanti, in cui le inclusioni avvengono con sempre maggiore fatica. Una metropoli «indurita, adulta, se non ci si conosce non ci si rivolge la parola, a meno che non sia per urlarsi contro». «Una cloaca olfattiva».

La scrittrice sa di cosa parla per aver vissuto una giovinezza difficile, complicata dagli eccessi e dalla violenza. Certe descrizioni infatti potrebbero sembrare forzate. Potrebbero, ma il punto è che non ci sono sbavature. Mette semplicemente nero su bianco sulla pagina.

Ha una penna che non cede sia che parli di una giovane musulmana praticante delle leggi del Corano, che subisce un trauma per aver scoperto di essere figlia di una pornostar, sia che parli di uno sceneggiatore senza meriti, imborghesito grazie alla moglie, o di una donna sedotta e abbandonata che si vendica su Facebook perché quello è il modo ormai che fa più male e che conta pure di più. E poi c’è il protagonista, strepitoso, che supera il suo inferno con dignità, perché un tempo migliore arriva per tutti. Gli altri rispetto a lui sono più cortigiani che comprimari.

«I viaggi in treno hanno un’atmosfera tutta loro, una rassegnazione collettiva a non essere disturbati per diverse ore, una transizione felice tra due situazioni. Vernon si ricorda, come fosse ieri, le vigilie di Natale, le partenze per le vacanze, le trasferte di gruppo ai festival, o in solitario per andare a trovare una fidanzata fuori Parigi. Le immagini si muovono, trasportate ciascuna da una nostalgia che definisce molle. La memoria gli si riempie di frammenti vorticanti, che se ne infischiano della cronologia. Tutto ciò che ha a che fare con la sua vita precedente ha assunto tinte estranee, fuse in un caos informe e lontano. Non può attribuire una simile confusione alle droghe: non ne prende da mesi. […] Le droghe servono a proteggere dalla noia, rendono tutto interessante, come una spruzzata di Tabasco su un piatto troppo sciapo. Ma Vernon non teme più la noia, né la solitudine, né il silenzio, né l’oscurità».

 

Il viaggio in treno messaggio subliminale e una bella metafora di vita.

 

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Con le sue quasi mille pagine la lettura di Trilogia della città di Parigi è un percorso esperienziale che non lascia indenni. Un romanzo sociale e collettivo ma altresì privato, urbano ma anche antipopolare. Sullo sfondo una contemporaneità che ci riguarda molto da vicino, come italiani e come occidentali, stretti nel cuore di un’Europa frustrata che deve ritrovare se stessa e che sembra aver perso i valori per cui era sorta.


Per la prima foto, copyright: Soroush Karimi su Unsplash.

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