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Un delicato percorso nella vita. “Gli effetti invisibili del nuoto” di Alessandro Capponi

Un delicato percorso nella vita. “Gli effetti invisibili del nuoto” di Alessandro CapponiIl nuoto è sinonimo di libertà, benessere, completezza, e permette di avere un rapporto simbiotico con l’acqua. Quest’ultima elemento primordiale, di cui siamo composti in percentuale variabile, nonché elemento fortemente ancestrale. L’acqua è vita per tutti noi e la sua importanza non sempre ce la ricordiamo. La diamo ormai per scontata.

In esergo del libro di cui stiamo per parlare c’è una citazione del poeta inglese Philip Larkin che dà all’acqua un valore sacrale a tutti gli effetti.

Il volume in questione è una silloge del giornalista e scrittore (ha esordito nel 2008) Alessandro Capponi, Gli effetti invisibili del nuoto, edito da Hacca, e sull’aggettivo contenuto nel titolo “gioca” parecchio l’intero lavoro narrativo con una resa misteriosa e allegorica ma non per questo poco realista. Inoltre, seppur si tratti di racconti, sono meno autoconclusivi di quanto ci si possa aspettare, lasciando spazio all’immaginazione di chi legge.

L’ambientazione nella quasi totalità dei casi è la piscina. Si tratta di piscine piccole situate nelle immediate periferie romane, ma trovano comunque spazio sia il mare con la sua vastità sia le torbide acque di un fiume.

 

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Donne, uomini, giovani, anziani, studenti, professionisti affermati o semplici impiegati che riaffiorano dal passato per gettare una nuova luce sul loro futuro. Una galleria diversificata di personaggi che hanno poco in comune se non la pratica natatoria.

«C’è chi dice che in questa magia giochi un ruolo il cloro, i cui usi del resto sono quasi infiniti. Fantasie, credenze popolari, supposizioni per niente scientifiche: eppure, indiscutibilmente, una metamorfosi c’è sempre quando si lascia un elemento per entrare in un altro».

Un delicato percorso nella vita. “Gli effetti invisibili del nuoto” di Alessandro Capponi

Quel che è certo è che non sono campioni così come non lo sono nella vita. Non medagliati azzurri ma persone comuni, diciamo pure anonime, come i loro nomi, con un’esistenza periferica come le piscine che frequentano. La loro identità è svelata dal modo in cui nuotano che gli vale un soprannome attinente al mondo animale: tricheco, lumaca, tartaruga, gambero. Lo stile del nuoto, che richiama anch’esso per buona parte il mondo animale – delfino, dorso, rana – è espressione di uno stile di approccio con gli affetti o con ciò che li circonda.

Il preludio spetta ad Alfredo, un signore in pensione, che ha curato gli altri per tanto tempo, trascurando se stesso, forte e autoritario solo in apparenza, che ogni giorno puntuale alle nove del mattino si reca in piscina, unico posto a parte il luogo di lavoro, dove si recava senza la moglie. Un giorno è l'istruttrice – perché chi allena può essere altro oltre le proprie funzioni, confidente, maestro, sentinella – ad accorgersi che Alfredo è diverso dal solito:

«L’istruttrice lo osservò con una qualche dose di stupore: l’aveva salutato, due volte, e quindi chiamato per nome, a quei pochi metri di distanza, senza che lui s’accorgesse di alcunché. Lei ne vedeva di gente stordita, ogni mattina, e per di più la vasca, piccola com’era, offriva un punto d’osservazione privilegiato, di vicinanza inevitabile, lunga appena diciassette metri e mezzo, cinque corsie, dieci metri di larghezza; in quanto all’acustica, quella mattina era perfetta: non c’era rumore che potesse aver coperto la sua voce nel chiamarlo. E comunque c’era un’altra cosa strana, pensò Barbara, ex nuotatrice che aveva perso l’esplosività dei muscoli e trovato morbidezze, anche caratteriali: il signor Alfredo, che ogni giorno da anni si immergeva in corsia cinque, adesso era alla tre. Lo guardò ancora, a trequarti della prima vasca, andava di dorso come ogni volta, lento, con la pancia a fare da isola e quello sbuffo a ogni bracciata. Rimproverò un allievo e si distrasse: tornò a fissare Alfredo dopo un minuto, forse meno, ma comunque adesso era fermo sotto il blocco della tre, si sciacquava il viso a due mani, come fosse al lavandino, al mattino appena sveglio. Barbara ordinò Diciotto vasche braccia rana gambe delfino, e una volta partito l’ultimo del gruppo riprese a fissarlo. Barbara sapeva bene che, nell’acqua, può capitare di tutto, anche di piangere».

Un (rim)pianto quello di Alfredo da cui nascerà un riscatto. Riemergere dall’acqua è come riemergere dal dolore.

 

Beatrice, invece, è una trentasettenne che non ha nulla del soprannome datole per i modesti risultati sportivi: lumaca. Con la sindrome da brava ragazza ma con la voglia, covata da sempre, di ribellione. Brava moglie, brava madre, brava lavoratrice a cui nessuno dà valore se non quello di riuscire a fare tutto in maniera impeccabile e tutto di corsa. Lei che vorrebbe essere finalmente riconosciuta per quello è, e non per quello che fa. Fino a quando, in piscina, un incontro ribalta il suo stare composta. Anzi, sonoGli effetti invisibili del nuoto a ribaltare la situazione.

Un delicato percorso nella vita. “Gli effetti invisibili del nuoto” di Alessandro Capponi

Bruno Bertolai, detto l’airone, per il modo di nuotare delfino «con le braccia sproporzionate a far da ali. Quarantenne atletico, conduttore radiofonico che ora a causa di una malattia si sente il «doppio degli anni addosso», che la sera precedente a un intervento chirurgico ricorda quando da giovane andava nella piccola piscina vicino a casa. Pensieri che lo distraggono durante la degenza e lo portano in un tempo sospeso. Ora in quel luogo chiuso e sofferto che è l’ospedale sente che di quel volatile così maestoso non è rimasto nulla. Ed è un tempo sospeso tra il prima della malattia – gli amori, il lavoro, la quotidianità sempre uguale a se stessa – e il tempo che verrà che è comunque sospeso tra un prima (dell’operazione) con tutte le speranze e le paure, e un dopo con il (probabile) futuro.

O, infine, c’è chi in piscina trova il proprio padre naturale che non ha mai conosciuto e che grazie a quel microclima trova il coraggio di esporsi o almeno di provarci a cambiare una situazione divenuta oramai pesante da sostenere:

«La settimana seguente, sempre di lunedì alla stessa ora, V.V. si presentò in piscina deciso a portare il topo sul terreno desiderato, la storia d’amore con la madre, la decisione di non riconoscerlo, l’inganno nel quale quella coppia aveva deciso di vivere. Gli interessava la storia, tutti i motivi possibili che avevano condizionato le scelte dei suoi genitori naturali. E non solo capire era diventata un’ossessione, ma anche suscitare interesse in quell’uomo, in quell’estraneo dal quale, evidentemente, al di là di ogni ragionevole test di paternità, discendeva. E forse quella smania di conoscere e approfondire il passato gli nasceva anche dal presente che viveva.»

 

L’acqua è, dunque, metamorfosi innanzitutto interiore e il nuoto ne è il movimento cristallino come il liquido di cui si nutre.

I personaggi sono presentati dall’autore con rispetto e una grande dose di umanità pur se non tutti convincono, nel loro stare al mondo, al medesimo modo. Un linguaggio misurato con pochi eventi descritti e ridotti all’essenziale all’interno del quale il più si annida tra le righe del non detto. Il registro stilistico e linguistico poco convenzionale dimostra inoltre che forma breve in letteratura non significa più semplice o di secondo livello.

Peraltro le raccolte di racconti stanno prendendo sempre più piede in Italia e se ne vedono pubblicate in numero crescente, a dimostrazione di un rinnovato interesse del mercato e sospinti dalle scuole di scrittura e dai concorsi letterari.

 

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Il dato più rilevante è senz’altro il fatto che Capponi tramite Gli effetti invisibili del nuoto ha ricreato un universo in cui i lettori ci si potranno rivedere pienamente. Ostacoli, vittorie, sconfitte, delusioni. Una profondità che sta a ognuno di noi cogliere attraverso un’attenta riflessione. Un delicato percorso nelle meno delicate sinuosità della vita.


Per la prima foto, copyright: Artem Verbo su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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