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Un crimine di guerra da conoscere. “Quel che abisso tace” di Maura Maffei

Un crimine di guerra da conoscere. “Quel che abisso tace” di Maura MaffeiPrima di recensire Quel che abisso tace di Maura Maffei (edizioni Parallelo 45) bisogna conoscere ciò che viene raccontato dalla scrittrice.

Il 2 luglio 1940 al largo della costa irlandese una nave da crociera inglese, l’Arandora Star, camuffata in porta rifornimenti per le truppe britanniche e che era salpata da Liverpool alla fine del giugno del 1940, viene affondata da un missile di un sottomarino tedesco.

Aveva a bordo prigionieri nazisti (prevalentemente tedeschi), austriaci e italiani fascisti e non fascisti.

Cos’era accaduto nel 1940? Che Mussolini aveva dichiarato guerra all’Inghilterra e allora Churchill (primo ministro che gestì tutta la campagna bellica) diede un ordine chiaro e ben preciso: che tutti gli italiani fossero internati. Quindi per epurare l’Inghilterra da tutti i possibili fascisti, si procedette a catturare e imprigionare moltissimi civili di origine italiana. Ma si parla di persone della borghesia, ben note anche a Londra. Come Oscar dell’Ongaro (il protagonista), ingegnere minerario e campione di nuoto, nonché figlio di un celebre baritono italiano. Come il buon don Gaetano. O ancora musicisti, economi o semplici lavoratori.

Tutti vennero portati in campi non di concentramento, ma di internamento. Spogliati dei loro beni e umiliati al gioco degli inglesi. Nella fattispecie il romanzo storico di cui vi parliamo fa riferimento alla prigionia di Whart Mills. Che da ex cotonificio era stato trasformato in campo provvisorio di detenzione.

 

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Alla fine del giugno del 1940 venne deciso di trasportare molti dei catturati verso il Canada. Là li attendeva un’altra agonia sotto l’egida del Regno inglese. Ma più della metà dei presenti sulla nave non arriverà in Canada.

Perché il 2 luglio 1940 la nave venne colpita e affondata da un siluro. La tragedia arrivò all’alba. Il sottomarino U-47 che sparò il colpo era guidato dal comandante tedesco Günther Prien. Al largo della costa del Mare del Nord, la nave colpita sulla chiglia iniziò pian piano ad affondare. Uno scenario simile a quello del Titanic, per intenderci. Con il sollevamento della prua verso il cielo e più di 800 prigionieri che volarono in acqua. E ci fu poca speranza per chi non sapeva nuotare.

Fra il freddo micidiale delle acque e la nafta che inondò i poveri disgraziati, si consumò la tragedia. Poche furono le scialuppe di salvataggio e soprattutto ben poco fece l’aereonautica della RAF per le azioni di soccorso. Le ricostruzioni dicono che furono gettati dal cielo viveri e degli insulsi pacchetti di sigarette. Molti dei “nemici dell’Inghilterra” morirono per assideramento o annegati o perché ricolmi di nafta nei polmoni smisero di respirare o nel volo cozzarono contro parti della nave.

Una tragedia, una delle tante della drammatica Seconda guerra mondiale, rimasta taciuta per anni.

Un crimine di guerra da conoscere. “Quel che abisso tace” di Maura Maffei

Perché mai Maura Maffei, scrittrice di successo di romanzi storici ambientati in Irlanda, avrebbe mai dovuto interessarsi a una vicenda bellica così distante, relativamente parlando, da noi?

Non che ci si voglia addentrare nella vita privata della scrittrice. Lungi dal farlo.

Ma, se si vuol capire cosa lega Maura Maffei alla morte degli oltre 800 internati su quella nave, siamo costretti a farlo. Anche perché è lei stessa a raccontare la sua storia nel libro.

Un suo cugino, tale Cesare Vaio, giornalista di fama, emigrato a Londra, scompare all’improvviso e la sua morte sembra avvolta nel mistero. Maura non poté mai conoscerlo. Finché fra ricerche storiche e web la scrittrice scopre che uno dei presenti sulla nave era proprio Cesare.

Ed è allora che nasce l’idea del libro.

Un romanzo storico che ha poco di finzione e molto di realtà. I 25 personaggi che Oscar dell’Ongaro (attore principale nato dalla fantasia della scrittrice) incontra nella sua odissea dal campo di prigionia all’affondamento della nave sono quasi tutti persone realmente vissute. Maura Maffei ha fatto una ricerca estenuante per poter riprodurre sulla pagina le voci di quelli che perirono quel 2 luglio 1940.

Poco è inventato in questo romanzo, molto purtroppo è recuperato dalla realtà. Certo se la storia che Maura Maffei nel suo Quel che abisso tace non rasenta i limiti disumani di Se questo è un uomo di Primo Levi, questo non significa che non vada fatta conoscere. Perché l’Arandora Star non portava su di sé le insegne della Croce Rossa e aveva ben visibile un cannone a prua, quindi era passibile di scambio con un mercantile bellico. Perché quando leggerete le condizioni della prigionia di Whart Mills (località Bury) fra latrine, ratti e razioni di zuppa di buccia di patate ammuffite vi renderete conto che sono situazioni psico-drammatiche difficili da immaginare. Anzi addirittura difficili da narrare. Con lo schioppo dei soldati sempre pronto. Con la paura di parlare. Fra sudore e olezzo. Lontano da mogli, figli e mamme. Senza contatto con la civiltà.

Eppure, noi italiani, noi milanesi e parmensi (più di cinquanta furono le vittime provenienti da Bardi) non sappiamo quasi nulla di questa storia. Non ci hanno mai parlato di questo crimine di guerra. Sì, perché secondo le Convenzioni internazionali di Ginevra, quella nave che trasportava prigionieri civili doveva presentare degli emblemi che la contraddistinguessero come tale. Gli inglesi hanno fatto finta di niente e hanno condannato queste povere e quasi tutte innocenti persone. Perché nel rastrellamento che si compì in quei mesi si catturarono molti fascisti certo, ma si condannarono a morte anche semplici civili italiani. Persino oppositori nascosti del Regime. La cui unica colpa era un cognome italiano.

E qualcuno prima o poi questa tragedia avrebbe dovuto indagarla e raccontarla. Maura Maffei non è stata però la prima. Il merito va tutto riconosciuto alla ricerca indomita di Serena Balestracci che nei suoi due libri, Arandora Star: una tragedia dimentica e Arandora Star: dall’oblio alla memoria, ha risvegliato le coscienze sopite dei parenti delle vittime e dei giornalisti che hanno iniziato a interessarsi a questa tragedia. Maura Maffei ha solo portato a termine la richiesta silenziosa di suo cugino. E lo dice chiaramente Cesare Vairo durante un dibattito accesso contro un ufficiale inglese: «Ci trattate come rifiuti eppure non potrete farci sparire tutti in fondo al mare! Qualcuno resterà per accusarvi, per attestare la verità sui soprusi che abbiamo sofferto. Qualcuno resterà… Se sarò io, scriverò un libro e denuncerò con fermezza il Regno Unito di Gran Bretagna. Denuncerò come prigionieri civili, strappati senza motivo alle loro famiglie, siano stati trattati in barba alla Convenzione di Ginevra! E se non sopravvivrò, prima o poi ci sarà chi prenderà da me il testimone…». Eccolo il testimone Maura Maffei, per la voce e le avventure di Oscar dell’Ongaro prende la parola e riapre un mai scoperchiato crimine di guerra. Perché dopo l’accaduto molte fonti militari e giornalistiche non raccontarono mai la verità. Si parlò di una zuffa fra fascisti e tedeschi che avrebbe fatto affondare la nave. C’è Maura /Cesare/Oscar testimone indiretto dei fatti e poi c’è un’opera letteraria da leggere.

Un romanzo storico bellissimo. Anche se l’aggettivo è forse il meno appropriato fra i termini più idonei a raccontare una prigionia e una morte così disumana. Ma resta il fatto che è l’aggettivo perfetto. La squisitezza narrativa, la tensione e la veridicità dei fatti talvolta dominanti e talvolta soggiogati da una penna descrittiva sensibile e poetica. La natura è partecipe nei pochi sprazzi in cui è presente come mano celeste di sollievo al dolore e allo strazio delle umane genti (come scriverebbe Dante). C’è poi Maura Maffei narratrice della sofferenza irlandese e di un popolo che crede nella Fede, nell’amore e nella partecipazione collettiva.

Le pagine, sorvegliate da un narratore totalmente onnisciente, che guida, agisce e giudica la storia, scorrono rapide. Ogni excursus storico – morale non è mai esagerato. Una scrittura che sa variare i punti di vista dei protagonisti, portandoli in scena con la prima persona o valorizzandoli ancor di più con la terza. È il caso per esempio della simpatia per il generoso Pascal o per il raffinato, ironico e scostante, ma magnanimo Cesare.

Nonostante la difficoltà di narrare un’odissea straziante per quei prigionieri e per lo stesso parente Cesare Vairo, Maura Maffei riesce a conservare un perfetto controllo sulla materia narrata. Il narratore si immedesima perfettamente negli stati d’animo angosciosi, spaventati e penosi dei personaggi.

La sola rabbia, contraddistinta dalla mandibola che si serra e dal fiato furioso, a volte prende il sopravvento sulla voce narrante. Strana coincidenza di chi quella furia della parola non riesce proprio a controllarla. Forse anche per affetti familiari.

Un crimine di guerra da conoscere. “Quel che abisso tace” di Maura Maffei

Al di là di questo comprensibile aspetto, la scrittrice crea, modella e srotola un caleidoscopio che crea piccoli ritratti di tante dolci/amare storie di guerra.

Una mannaia che l’umanità si porterà sul groppo della coscienza per sempre. Ma questa storia, che riguarda anche noi italiani, andava fatta conoscere. Non poteva restare celata.

Maura Maffei in Quel che abisso non tace è donna del Novecento e quei valori di amicizia, solidarietà, fede e amore non possono non presentarsi nelle parole, nei dialoghi e nei pensieri dei protagonisti.

In fondo la scrittura, da sempre, è una testimonianza che attraversa secoli e millenni. E ciò che l’uomo può imparare da questa storia è tanto.

Cesare/Oscar/Maura, figura trivalente della testimonianza della parola, sacrifica tutto per far sì che ai posteri arrivi il messaggio chiaro: la guerra è crudeltà e non ci sono buoni o cattivi, vinti o persi. Chi soffre è l’uomo come figlio del Signore, umiliato e disonorato nel proprio spirito e nell’anima. E con lui, le famiglie italiane che patirono quella “caccia alle streghe” con la povertà, la tristezza e l’umiliazione.

 

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Non ha senso svelare quel che accadrà dopo, anche perché si rovinerebbe un romanzo nel romanzo di commovente piacere.

Ha senso piuttosto dire che in quell’oceano bluastro e scuro, agitato da marosi che non perdonano oggi e non perdonarono allora tacciono le vittime del mare. Il resto non possiamo saperlo. Perché il resto è nell’abisso che tace. Un po’ come accade oggi, in un’altra epoca e per ben altri motivi sociali.

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