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Un cammino lungo e solitario per l’uguaglianza. “La strada” di Ann Petry

Un cammino lungo e solitario per l’uguaglianza. “La strada” di Ann PetryI film visti durante l’infanzia, l’adolescenza hanno una forza rara e imprevista nella vita di una persona, soprattutto quando abbinano la felicità del racconto alla bellezza artistica. Alcune scene rimangono impresse nella memoria come se formassero un aspetto non trascurabile della vita. Ricordo, ad esempio, Lo specchio della vita, un film del maestro Douglas Sirk che raccontava, tra le altre cose, le vicende di una ragazza di carnagione bianca che aveva una madre di colore (nel cast figurava anche Lana Turner). C’è la scena in cui lei, la ragazza, viene lasciata dal ragazzo che ha scoperto il suo “segreto” e ha un moto di disgusto razzista per la giovane. La madre della ragazza dovrà tenere nascosto agli altri il loro legame di parentela, fino a quando la sua morte non metterà tutti davanti al terribile rimorso. Sirk, che tanto ha influenzato il cinema di Fassbinder, nella sua carriera negli Stati Uniti mise il dito sulle falsità ignobili del sogno americano: il razzismo nei confronti della gente di colore, il fasullo bigottismo per la differenza di età nei rapporti di coppia (un’altra immagine celebre e straordinaria, che riprenderà lo stesso cineasta tedesco, è quando a Jane Wyman nel film Magnifica ossessione viene regalato un televisore dai figli, a compensare il fatto che avessero allontanato Rock Hudson perché ritenuto troppo giovane e superficiale rispetto a lei).

 

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La scrittrice afro-americana Ann Petry nel romanzo La strada del 1946, appena ripubblicato da Mondadori (traduzione a cura di Manuela Faimali), mette l’accento proprio sull’emarginazione a cui era (è) obbligata la gente di colore nella lotta quotidiana per sopravvivere in una società totalmente maldisposta e razzista nei confronti di chi ha la pelle diversa da quella bianca. Siamo alla fine della Seconda guerra mondiale. L’eroina del romanzo si chiama Lutie Johnson e ogni giorno lavora a New York, sfacchina duro per mantenere un buco polveroso di appartamento ad Harlem e far crescere Bub, il figlio di otto anni. Si è separata dal marito che non aveva sopportato di aver perso il lavoro e si era messo con una ragazza, abbandonando la famiglia. Il libro valse ad Ann Petry un vasto successo di pubblico: fu il primo autore di colore in America a superare il milione di copie.

Un cammino lungo e solitario per l’uguaglianza. “La strada” di Ann Petry

La strada è un romanzo pieno di rabbia che racconta l’esclusione della gente nera che si ritrova a vivere una vita in gabbia, senza poter accedere a un’esistenza “piena”, realizzata. Deve adattarsi a sopravvivere in un mondo bianco che disprezza gli afroamericani, li considera inferiori, li ha sempre considerati degli inferiori, quasi pari a degli animali e loro, come animali, devono muoversi in questi recinti claustrofobici e girare in tondo oppure dritti per queste strade, senza nessuna speranza, senza avere nessuna prospettiva di reale miglioramento, senza nessuna possibilità di uscire finalmente un giorno a contemplare le stelle.

Una situazione che non è cambiata a tutt’oggi, visto che «Forbes» ha indicato soltanto cinque afroamericani tra i 607 miliardari presenti negli Stati Uniti (tra questi pochi i soliti Oprah Winfrey, Michael Jordan, Jay Z…). Come ha scritto la rivista «Business Insider» a commento di questi dati: «Diventare miliardari non è facile per nessuno. Certamente è ancora più difficile se sei nero». Come scriveva James Baldwin:

«Questo paese innocente ti ha confinato in un ghetto, e in questo ghetto è stabilito che tu marcisca. Tu hai di fronte a te il futuro che hai perché sei nero, per questa e nessun’altra ragione».

Un cammino lungo e solitario per l’uguaglianza. “La strada” di Ann Petry

Uno dei passi che più mi hanno colpito è quando Lutie Johnson, “credente” nel sogno americano, sulla carrozza della metropolitana si mette ad ammirare la pubblicità appesa alle pareti, una pubblicità che descrive a meraviglia quel sogno, a cui loro, gli afroamericani, sono irrimediabilmente esclusi:

«La pubblicità che stava guardando… ritraeva una ragazza con magnifici capelli biondi. La ragazza era china verso un uomo castano, sorridente con la divisa della marina. Erano davanti al lavello di una cucina, un lavello la cui superficie di porcellana bianca scintillava sotto le luci del treno. I rubinetti sembravano d’argento. Il pavimento di linoleum della cucina aveva un motivo geometrico bianco e nero che metteva in risalto il luccichio della stanza. Finestre a battenti. Gerani rossi in vasi gialli. Quella cucina, pensò, era un prodigio. Totalmente diversa dalla cucina dell’appartamento sulla 116° Street in cui si era trasferita due settimane prima.»

 

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Lutie deve affrontare gli sguardi della gente bianca, soprattutto delle donne, che vedevano in lei una ragazza disponibile che ogni bianco si sarebbe facilmente portato a letto. Pensa di poter svoltare all’improvviso quando conosce un musicista, Boots Smith, che le promette di farla cantare nel suo gruppo jazz. Ma gli uomini hanno mire diverse su Lutie che è una donna bella e sensuale. Tra questi il portiere dello stabile, Jones, che non riesce a smettere di pensare a lei, e Junto, un bianco potente ma bolso che gestisce i locali della zona e la casa di appuntamenti di Mrs Hedges, la quale si mette sempre alla finestra a contemplare i frequentatori della strada. Insomma, lei è anche più debole perché deve affrontare un mondo di maschi che pensano di poter fare quello che vogliono con il suo corpo. La strada che lei è obbligata a frequentare è fredda e inospitale, battuta dal vento e dalla neve e perfino il suo bambino dovrà fin da piccolo fare i conti con la cattiveria degli uomini.


Per la prima foto, copyright: Suad Kamardeen su Unsplash.

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