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Un banco insanguinato

Un banco insanguinatoPatrizia Carrano con Banco di prova. Indagine su un delitto scolastico (ItaloSvevo, 2018) fa varcare al lettore la soglia di una delle scuole più prestigiose di Roma: il Liceo Ginnasio Statale Torquato Tasso. Ci guida all’interno dell’Istituto, la rincorriamo nelle sue minuziose e attente descrizioni, dalle quali si evince il tessuto sociale ed economico al principio degli anni Sessanta.

La voce narrante, quasi una coscienza iperuranica, racconta la storia dell’ombra. L’ombra protagonista di questo romanzo e di una inquietante vicenda di cronaca che troppo presto e superficialmente è stata archiviata, temendo di scoperchiare marciume e inefficienza che avrebbero macchiato l’illusione della ripresa post-bellica.

Può un’ombra conquistare consistenza al punto di manifestarsi anche dopo più di cinquanta anni?

 

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Claudio Liberati approda al ginnasio, una fase delicata, quella in cui ci si sente obbligati a crescere, per non deludere le aspettative dei genitori, per divenire l’adulto che loro si attendono. Un percorso intrapreso più per assecondare le loro speranze che per personale inclinazione, un sentiero costellato di difficoltà e inciampi se lo si legge come diktat che non tiene in alcun modo in considerazione della singolarità, delle fragilità, delle insicurezze, dell’emotività che hanno spinto il ragazzo a perdere consistenza fino ad assumere le sembianze di un’ombra, che accetta, non discute, non si lamenta, sebbene soffra. In un ricamo da cesello la voce narrante ci presenta la realtà scolastica e le dinamiche che la animano, dinamiche dalle quali Claudio si allontana per sopravvivere, recita il testo «ha smesso da tempo di arrossire per l’imbarazzo, come gli capitava tanto spesso quando era bambino. La distanza che ha messo tra lui e il mondo lo fa sentire al riparo».

Un banco insanguinato

Tra interrogazioni, scambi, delusioni, l’unico docente che riesce a stabilire un rapporto umano con gli studenti viene allontanato perché comunista, sebbene il Tasso abbia fama di essere tradizionalmente antifascista. In occasione di questo avvenimento conosciamo due comparse che gireranno, come elettroni attorno a un nucleo, nelle vicinanze dell’ombra. Anche se non vicine fisicamente lo saranno per la medesima inadeguatezza e divergenza dagli stereotipi e dagli standard imposti; la ragazza con i capelli rossi che dice sempre quello che pensa con coraggio, e quella che rifiuta di indossare il grembiule per impulsiva reattività. Loro due, le uniche a prendere le parti del professore! In questo universo freddo costellato di obblighi Claudio riesce a fatica a procedere fino al raggiungimento della prima liceo attraverso svariati esami di riparazione, rincuorato dalle partitelle a calcetto col suo compagno di classe di Tropea e gli stimoli calibrati e attenti di Signorile. In un silenzio familiare assordante, la scuola come una mannaia si scaglia senza pietà sulle piccole ferite divaricandone i lembi e aprendo squarci dai quali il sangue scorre a fiotti e assistiamo inermi ad abbandoni, bocciature, insegnanti freddi e alteri incapaci della minima empatia salvifica che avrebbe evitato il peggio. Claudio «è prigioniero della propria insipienza, un’idra che assale e divora la sua esistenza».

Giunto a questo punto credo di poter rispondere alla domanda iniziale. Può un’ombra conquistare consistenza al punto di manifestarsi anche dopo più di cinquanta anni?

Un banco insanguinato

Sì, se è l’esempio di un’anima straziata di fronte alla quale abbiamo provato impotenza e frustrazione, perché complici, seppur nel silenzio, di un delitto così efferato. Sì, se ha invischiato la coscienza che illusa credeva di aver rimosso, portando invece in sé le scorie nocive che hanno dissolto ciniche, con il loro subdolo lavorio, una giovane esistenza. «La memoria è un presente che non finisce mai di passare», ci confessa amaramente Carrano.

Sorprendente è scoprire tra questa storia e i tempi attuali una similitudine aberrante. La scuola, istituzione atta sì a formare ma anche a promuovere la peculiarità individuale, ancora oggi, come quasi sessanta anni fa, troppo spesso assume le sembianze di una prigione castrante e limitante che annulla palpiti e inclinazioni, freddamente concentrata sulla forma, così distante da quel principio di accoglienza e supporto funzionale a popolare la terra di esseri migliori.

 

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Mi domando perché non si faccia il necessario per avvicinarsi a giovani vite e fornire loro radici solide che le terranno ancorate al terreno durante la tempesta. A tale mancanza si somma l’impersonalità familiare spesso derivante da infantile autoderesponsalizzazione dei genitori, o da ritmi di vita così frenetici da ridurre al minimo i momenti di condivisione e contatto. Chiudo questa opera e un velo di tristezza mi annebbia mentre spero davvero che nessun altro ragazzo venga costretto a trasformarsi in un’ombra e tornare carne solo nel momento della morte.


Per la prima foto, copyright: Daniel von Appen.

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