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“Ultima favola” di Francesco Permunian, una scrittura kafkiana

“Ultima favola” di Francesco Permunian, una scrittura kafkianaFrancesco Permunian ormai è noto alla critica da quel lontano 1999, quando pubblicò Cronaca di un servo felice, romanzo che lo allontanò dall’impietoso insuccesso delle raccolte poetiche e lo portò alla ribalta del palcoscenico letterario. Un settore, quest’ultimo, non troppo gradito allo stesso romanziere, che, nella sua pubblicazione più recente, Ultima favola, edito da Il Saggiatore, non risparmia uno sferzante e sarcastico ritratto di quel mondo e di chi lo vive. Infatti nel capitolo dedicato alla sontuosa premiazione del Campiello, a Venezia nel 1980, il protagonista, il giornalista Ottavio Bigoss sottolinea il carattere talvolta banale ed eccessivamente “sano” dell’attuale produzione romanzesca italiana.

Aspetto, quest’ultimo, alquanto naturale della penna di Permunian, che in questo romanzo si nasconde dietro lo pseudonimo di Ottavio Bigoss, per l’appunto, giornalista quasi quarantenne, ex grande firma di celebri quotidiani nazionali e ritrovatosi a scrivere alcune rubriche per la testata trentina «L’Eco delle Alpi», in una condizione di svogliatezza e accidia della vita. La sua mente è bloccata, ferma alla morte di A., la donna amata perennemente da lui, e non riesce a uscire dalla condizione di vedovanza sofferente pur non mancandogli le possibilità di conoscere nuove donne. Vive dunque in uno status mentale quasi sveviano.

Il romanzo di Permunian si apre con alcune similitudini rispetto al celebre La coscienza di Zeno dello scrittore italo-svedese, nato a Trieste e relegato alla sfortunata condizione dell’uomo di provincia, lontano dai circuiti più frequentati della critica letteraria.

L’io narrante si trova comodamente agiato sulla poltrona di un analista, che lo invita a far emergere i ricordi del passato. A differenza del capolavoro sveviano, il narratore non sceglie la via della menzogna e porta a galla le proprie memorie capitolo per capitolo, senza mai mentire al lettore. Ne emerge così una storia fratta in due parti. Comprensibilmente la differenza fra la prima e la seconda frazione è così forte, che lo stesso scrittore ha diviso il testo in due sezioni: Prima parte e Seconda parte.

La prima partizione è una sorta di quadretti narrativi, dove con sintetica poeticità il narratore raccorda il fascino del paesaggio trentino con le stramberie del popolo montanaro: Pancrazio Maria, scultore cattolico, omofobo che finisce per evirarsi, e Leopoldina, la devota moglie, costretta per morale cattolica alla castità perenne; Cicillo, lavapiatti che si spaccia per stornellante vagabondo; Manuel, collega di redazione affetto da manie sessuali impensabili, e altri personaggi strambi per idee e costumi, che lo stesso scrittore ha ammesso d’aver preso a prestito dal manicomio di Brusegana.

La malinconia, l’apatia e la sofferenza di Ottavio vedovo emergono a tratti, talvolta durante le giornate di pioggia, di notte durante le ore di insonnia e all’alba, quando voci dell’oltretomba si materializzano davanti a lui e non è solo la risata strana, fredda e metallica a destabilizzare la mente del giornalista, bensì la comparsa di ombre spettrali (che ovviamente sono reali solo per il marito della defunta). Addirittura nel sogno, l’inconscio genera in lui visioni dal sapore d’inferno dantesco e così spesso l’incubo onirico si incrocia con quello reale. È una condizione rasente se non la pazzia, la nevrosi torturata da visionarietà, paranoie, ossessioni e tic. Chi ha letto i romanzi dello scrittore veneto sa benissimo che è cruciale nei suoi testi questa oscillazione fra follia e deformazione del reale. La mancanza di lucidità è così imponente che lo stesso Ottavio scambia il tabernacolo di una chiesa per una bocca informe da cui esce un vento gelido.

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“Ultima favola” di Francesco Permunian, una scrittura kafkianaIn una situazione così complessa da controllare, la penna di Permunian alterna momenti di squisita poeticità ad altri di rappresentazione cruda e scabrosa del reale, senza tralasciare il turpiloquio e l’icasticità volgare. Un concetto di realismo moderno, che la letteratura nostrana non è in grado di rappresentare, nascosto, secondo il poeta veneto, dietro un cattolicesimo schifoso e bigotto.

Nella seconda parte, si delineano i contorni della storia d’amore fra Ottavio e Leopoldina. Anche qui, tuttavia, niente si crea dalla normalità. Infatti è l’ossessionante misticismo religioso del cugino Encomio, uomo convinto d’esser quasi un profeta cristiano, a generare l’idea di far del fasullo miracolo della Madonna del Salice Piangente un progetto agrituristico per attrarre i visitatori dal Trentino e da altre parti d’Italia: una schiera di creduloni, bislacchi e perpetui credenti.

È un romanzo rosa quello che si sviluppa dalla metà del libro in poi. Una liricità amorosa appena velata, talvolta pudica, da contraltare rispetto alle sviscerate manie dei capitoli precedenti. La vita di Ottavio sembra procedere serenamente, pur fra ingordigia gastronomica e affanni di salute. Leopoldina pare essere la cura di tutti i suoi mali. Purtroppo come annuncia l’EPILOGO «il passato non muore mai e non è neanche passato». I versi di William Faulkner svelano anticipatamente il finale del romanzo. Davvero Ottavio sarà capace nella sua testa di scacciar via per sempre il ricordo pungente di A.?

Ultima favola di Permunian dunque non ha un vettore predefinito: si passa dalla spy story a quella grottesca, dal rosa al drammatico. Un salto di genere che talvolta si riflette anche nella narrazione. Seppur la linea narrativa è chiara, a tratti perfino lineare, la costruzione dell’intreccio è fatta su sbalzi improvvisi, che certamente non fanno bene al lettore, perché si ritrova da un capitolo all’altro in uno spazio narrativo dove le coordinate sono del tutto cambiate. Certamente a tenere le redini della narrazione contribuisce più che un Io narrante labile, uno squisito umorismo con cui la penna di Permunian raffigura il popolo paesano della sua storia. È un puzzle dove niente è mai regolare.

La pazzia, falsa o verisimile che sia, tinge sempre ogni quadro di vita ed è impossibile cancellarla dalla mente di chi ha subito un trauma cocente e ingiusto. La biografia dello scrittore veneto è la chiave per leggere il significato di questo romanzo. La dedica a Benedetta e a sua madre, posta nel paratesto è un segno intangibile: non c’è consolazione nell’amore, nella religione e nemmeno nella scrittura di fronte alla tragedia di un doppio lutto ravvicinato e inaspettato.

In una delle sue intervista Francesco Permunian aveva detto di «avere ancora un romanzo da scrivere. Sono 13 anni che vi lavora e si chiamerà: L’ultima favola».

Eccolo qui l’epilogo probabile della sua carriera di poeta, scrittore e critico.

Come tanti suoi onorati predecessori quali Kafka, Alda Merini e Amelia Rosselli, la pazzia sembra ormai travolgere anche il poeta veneto. Non è proprio una malattia mentale, è la coscienza che è un’illusione quella di guarire dalla malattia. Non si sta certo affermando che il poeta, amico di Zanzotto, sia insano di mente, bensì è evidente che la tragedia della moglie e della figlia alberga nel suo cuore e lo tortura ogni giorno.

Francesco Permunian come ama dichiarare nel suo romanzo Ultima favola, se ne sta lontano dai margini della letteratura ufficiale, perché non ama il mondo letterario di oggi. Tutto un insieme di orrore del presente e banalità della letteratura. O propriamente con parole dello stesso scrittore: «l’ossessivo e assillante sciabordio quotidiano di chiacchiere letterarie, tutta quell’informe brodaglia che viene poi riciclata e trasformata dall’industria editoriale in manufatti librari, tutta quella disgustosa paccottiglia di compitini romanzati che furoreggiano nei salotti televisivi e nelle classifiche dei libri più venduti, da cui emana ormai un insopportabile tanfo di minestra riscaldata».

Un’affermazione che può essere sconfessata o condivisa. Indubbiamente chi leggerà Ultima favola di Francesco Permunian comprenderà appieno la differenza abissale fra il suo romanzo e la letteratura-reality.

Qui siamo lontani dal mondo convenzionale di oggi, il mondo interiore di una mente geniale ci travolge come un vortice e nel quale sperdiamo le coordinate del nostro mondo social network.

Ultima favola di Francesco Permunian non offre soluzioni intermedie: o lo si ama o lo si odia

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