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"Tutto chiuso tranne il cielo", Eleonora C. Caruso racconta un adolescente difficile

"Tutto chiuso tranne il cielo", Eleonora C. Caruso racconta un adolescente difficileChi di Eleonora C. Caruso ha letto e apprezzato Le ferite originali (Mondadori, 2018) ritroverà in Tutto chiuso tranne il cielo (Mondadori, 2019) uno dei personaggi secondari del romanzo precedente, che qui assume il ruolo di protagonista.

Julian, il fratello adolescente di quel Christian attorno a cui ruotavano i diversi personaggi di Le ferite originali, diventa qui protagonista di una storia di profondo disagio giovanile, ambientata in una Milano estiva a cui il ragazzo fa ritorno dopo un anno trascorso a Tokio. Il periodo giapponese gli è servito per dimenticare i molti problemi familiari e relazionali che non è riuscito a risolvere, ma che ritrova implacabilmente al suo ritorno. Attorno a lui si muovono il padre, il problematico fratello maggiore e alcuni amici, ma con nessuno di loro Julian sembra in grado di mantenere un rapporto costruttivo, sprofondando giorno dopo giorno in un disagio che sembra non avere fine.

Abbiamo parlato del romanzo con l'autrice nel corso di un incontro blogger che si è tenuto qualceh giorno fa a Milano.

 

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Com'è stato raccontare la storia di Julian, che in fondo ci aspettavamo di ritrovare dopo aver letto la fine di Le ferite originali?

Il romanzo precedente era corale, molto strutturato, e si concentrava sull'introspezione dei quattro protagonisti e voci narranti. Julian è il fratello del protagonista, Christian, e ha un ruolo fondamentale all'interno della narrazione, perché di fatto la sua presenza muove cose molto significative, però non è una voce narrante, così che di lui non capiamo né cosa lo muove, né il suo punto di vista sulle cose che gli succedono. Non avendolo raccontato in prima persona non ho potuto portarlo a una vera conclusione. Sentivo di avere ancora tante cose da dire su questo personaggio anche dopo aver finito Le ferite originali, per cui ho chiesto alla mia agente cosa ne pensasse di un racconto su Julian. Scrivendo questo racconto, però, mi sono resa conto che dovevo dargli un passato, in modo che non fosse solo il fratellino di Christian, ma nel fare questo ho praticamente scrittto un romanzo. Di solito scrivo storie corali, il mio primo romanzo era nato così, anche se poi ne ho estrapolato la storia singola della protagonista, per cui scrivere solo di Julian è stata un'esperienza molto strana per me, ma mi ha permesso di mettermi alla prova nella creazione di personaggi credibili: prenderlo da un altro libro, creargli intorno un contesto e vedere se questa storia poteva essere letta anche da chi non conoscesse il romanzo precedente, per me è stata una prova importante.

"Tutto chiuso tranne il cielo", Eleonora C. Caruso racconta un adolescente difficile

Tokio e il Giappone sono una presenza importante nel romanzo e sappiamo che questo Paese conta molto per lei. Quando ha deciso di inserirlo nella storia?

Quando si decide di ambientare un romanzo in Giappone sembra che ci si porti sempre dietro un forte collegamento ai cartoon. In realtà Tokio è una grande metropoli, con i suoi problemi e le sue suggestioni, come tutte le grandi città del mondo, ma se faccio andare un personaggio a New York la cosa sembra naturale, mentre se lo mando a Tokio mi dicono subito "questo romanzo è un po' manga". Ma cosa vuol dire? Io ho un grande amore per la città di Tokio, che sicuramente all'inizio mi è venuto dalla passione per il fumetto e il cinema giapponesi, è la metropoli che conosco meglio e che penso di saper descrivere nel modo migliore anche nelle sue problematiche. Però unconto è descriverla con i soliti riferimenti che usano tutti, un altro vederla anche in tutte le sue pecche e storture, superando magari una certa disillusione ma continuando ad amarla: Tokio è l'unica città per cui io avessi questo tipo di conoscenza, tutte le altre le avrei dipinte da cartolina.

Tokio è la metropoli della solitudine per eccellenza. Ha nove milioni d'abitanti ma è una città in cui per cultura non ci si tocca, dove è molto difficile fare amicizia tra persone di etnie diverse e noi europei facciamo ancora fatica ad approcciare i giapponesi nel modo giusto. Noi siamo spesso troppo diretti, loro ci trattano come delle scimmiette perché non sono abituati a vederci.

Mi sembrava il posto in cui Julian potesse desiderare di sparire, un luogo pieno di vita ma dove ognuno resta chiuso in se stesso. Julian deve parlare una lingua difficile, che non ha in comune nemmeno l'alfabetocon la sua, si trova ad affrontare usanze diverse, e questo gli richiede tantissima energia, ma gli permette di evitare di affrontare i suoi problemi. Tutte le volte che ci sono stata ho provato la sua stessa senzazione di distacco dall'Italia.

 

Considera i manga un riferimento letterario anche quando scrive un romanzo o pensa a qualcosa di diverso?

L'idea che abbiamo dei manga è riduttiva e in genere un po' stupida. Io credo sia il tipo di fumetto più completo a livello narrativo che esista, ed è un peccato che si porti dietro ancora grossi fraintendimenti. Certi manga mi hanno segnato profondamente e di sicuro me li porto dietro come riferimenti letterari.

Quando scrivo impilo su una mensolina romanzi che mi servono a ricordarmi che il mio fa schifo al confronto, le mie pietre miliari come Revolutionary Road, Carne e sangue e altri mostri sacri.

Stavolta ho scelto libri molto diversi dal solito, come i primi romanzi di Isabella Santacroce, una scrittrice che poi si è un po' persa per strada ma che era partita molto bene.

"Tutto chiuso tranne il cielo", Eleonora C. Caruso racconta un adolescente difficile

Avrebbe voluto approfondire qualcuno dei personaggi secondari?

Tutti, anche perché sono abituata a scrivere storie in cui tutti i personaggi sono importanti. Per me è innaturale conoscere un personaggio e abbandonarlo quasi subito, istintivamente non l'avrei fatto: ma questo doveva essere un romanzo anche sui rapporti tronchi e sull'incapacità di portarli fino alla loro fine. Quello precedente era un romanzo su come, a volte, le persone si legano in modo così stretto che, quando cambia qualcosa in una dinamica, cambiano anche quelle collegate, perché siamo tutti intrecciati fra noi. Qui è il contrario: tutti i rapporti che portano qualcosa di nuovo nella vita di Julian potrebbero forse aiutarlo, ma vengono abbandonati nel momento in cui potrebbero essere approfonditi. Ogni personaggio è stato costruito su cose che poi non sono state raccontate, per dargli una dimensione, un background: ad esempio, io so sempre tutto dei genitori di un personaggio, perché sono loro a caratterizzarlo, anche se poi non ne parlo.

Amo molto il personaggio di Cloro, l'influencer e mi piacerebbe magari scrivere una storia su di lei.In principio la vedevo come molto superficiale, ma poi mi sono resa conto che era un personaggio più interessante di come l'avessi pensata all'inizio. A molti lettori invece sembra che piaccia Leo, di cui io invece volevo liberarmi in fretta perché è l'emblema della mia generazione di trentenni lamentosi.

 

Nel libro ci sono tanti riferimenti al cielo, che finisce per diventare un vero e proprio personaggio: il cielo inghiotte, il cielo si stende sui personaggi, il cielo non risponde... è la rappresentazione di tutto ciò che non arriva come risposta dalla vita. Questo era uno dei punti fermi fin dall'inizio oppure è venuto per caso durante la scrittura?

Di solito scrivo una storia e le do un titolo, poi mi rendo conto che non va bene, oppure qualcuno mi dice che non è adatto e si passano mesi a cercarne un altro. Questa è la prima volta che, molto prima di scrivere il romanzo, mi è venuto in mente un possibile titolo, del tutto per caso. Un giorno sono andata nel mio paese natale, un posto di tremila anime, insieme al mio fidanzato milanese, era di sabato ma tutti i negozi erano chiusi. Lui si chiedeva "ma come è possibile?" e io gli ho risposto "Boh, qui è tutto chiuso tranne il cielo". Questa frase mi è sembrata da subito un titolo bellissimo, che mi ha fatto pensare a Julian e l'ho collegato a lui.

Avevo scritto un racconto sul vicino di casa giapponese di Julian, quello di cui si parla nel romanzo, ed era intitolato Col nostro sangue hanno dipinto il cielo, perciò dev'esserci qualcosa in Tokio che mi fa pensare al cielo: forse il fatto che lì è tutto verticale, per cui lo sguardo sale sempre verso l'alto. Per noi il cielo fa pensare alla libertà, all'apertura, mentre a Tokio, tra i palazzi alti, sembra di essere in una scatola e il cielo accentua la sensazione di chiusura. Tra l'altro a Tokio il cielo è solcato dal reticolo di cavi elettrici e telefonici, che per i problemi sismici non vengono mai interrati ma stanno sospesi in alto. Da queste immagini del cielo devono essere venuti i riferimenti nel romanzo, quasi senza che io me ne rendessi conto.

"Tutto chiuso tranne il cielo", Eleonora C. Caruso racconta un adolescente difficile

Il suo libro precedente era molto più concreto, nel senso che qui c'è tutta una parte di rapporti tra i personaggi gestiti attraverso la rete, le telefonate, i social. Cosa ne pensa di questo vivere in rete di ragazzi come Julian, o come gli influencer, in un mondo che può sembrare costruito sul nulla? Cosa resta, in definitiva, se togliamo la rete, a una generazione che non ha sperimentato una vita prima della rete?

Secondo me resta quello che c'era prima. Io da trentenne sono nata ancora nell'era analogica e me la ricordo bene: le mie prime relazioni con le persone si sviluppavano in modo completamente analogico. Di fatto, avendo conosciuto il "prima", si continua a percepire la rete come alternativa alla realtà, anche se si tratta della stessa cosa. Io, personalmente, non avverto uno stacco così netto e brutale tra due mondi come lo vedono tante altre persone e per me la rete è un'estensione della vita quotidiana. C'è il rischio di far diventare tutto immagine, che però c'era già in precedenza con la televisione: la società degli anni Ottanta è nata ed è prosperata sul mito e sulla tirannia dell'immagine, in un trionfo della superficialità di cui stiamo ancora pagando il prezzo.

Non veniamo certo da un'epoca illuminata in cui la rete sia entrata a gamba tesa per distruggere tutto... Esiste un grande problema di vacuità, di voler magari diventare celebri in rete come vediamo che accade con certi influencer, di cui non capiamo cos'abbiano più di noi, ma la rete ha permesso anche la creazione di contenuti che ci permettono di approfondire temi mai affrontati prima.

Dovremmo pensare a tutelare i più giovani, soprattutto i bambini, senza dimenticare il fatto che, se viaggiano muniti di telefono, è perché gliel'hanno messo in mano i genitori. E poi perché stupirci dei giovani chiusi in casa con i loro dispositivi elettronici se sono stati cresciuti con la paura del mondo esterno, visto solo come fonte di pericoli?

Il genitore si sente più tranquillo sapendo il figlio chiuso in camera col telefono, ma è spesso inconsapevole di tutti i pericoli che possono arrivargli tramite quello. Servirebbe una maggiore educazione su questi temi, ma è normale che non siamo ancora abituati a fruire di Internet nel modo migliore, visto che è un mezzo così recente. Nelle scuole, per esempio, sono rimasti molto indietro.

Tutto sommato, può darsi che nel giro di qualche anno anche Internet venga assorbito del tutto e perda importanza, esattamente com'è accaduto con la televisione, che i miei coetanei già non guardano più.

 

Julian va a Tokio perché vuole sparire. Ma come mai un adolescente, in un'età in cui i ragazzi tendono a focalizzare l'attenzione su loro stessi, vuole azzerare tutto e scomparire?

Mentre scrivevo questo romanzo iostessa volevo scomparire, per cui mi è venuto naturale attribuire a Julian i miei sentimenti. In realtà, il fulcro del romanzo sta proprio in questa contraddizione: Julian fa parte di una generazione che vuol essere costantemente presente, quindi usa i social, Instagram ma soprattutto Snapchat, le cui immagini si cancellano dopo poche ore, per cui vuole mandare dei segnali di sé, ma al tempo stesso non vuole lasciare delle tracce. Vuole sparire, ma vuole che qualcuno lo osservi mentre sta sparendo.

 

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Questo libro tratta temi forti. Ha avuto paura di reazioni negative da parte dei lettori?

C'è una fascia di lettori che forse avrebbe apprezzato di più il romanzo se fosse stato alleggerito e ripulito da certe cose, però la mia vita è già abbastanza complicata tutti i giorni, come del resto quella di tutti, per cui non vedo perché complicarmela ancora di più cambiando quello che mi piace fare, cioè scrivere come voglio. Quando scrivo non penso mai a come una storia verrà accolta dai lettori, magari se lo chiedono di più in casa editrice. C'è stata qualche discussione, qualche invito ad alleggerire, che a volte ho seguito ma altre no, perché se io mi prendo la responsabilità di parlare di certe cose voglio farlo nel modo che mi sembra più giusto.

A me va bene se il mio libro viene giudicato "forte" e del resto molti lettori l'hanno apprezzato proprio per quello. Il problema per me non è se il libro non piace a qualcuno, il problema è che ci si aspetta spesso che un libro piaccia a tutti, ma questo è assurdo.


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Per la prima foto, copyright: Benjamin Hung su Unsplash.

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