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“Tutti i colori del mondo” di Giovanni Montanaro

Giovanni Montanaro, Tutti i colori del mondo«Caro signor Van Gogh».
Inizia come una lettera vera, Tutti i colori del mondo (Feltrinelli, 2012), l’ultimo romanzo di Giovanni Montanaro. Una lettera intima fin dal primo passo, prudente e circospetta nell’avvicinarsi alle cose perdute, sincera e vibrante come il diario di un’intera esistenza, audace e spietata perché veramente vissuta. Nera e bianca, più tutti i colori nel mezzo. Una lettera che parla in prima persona di Teresa Senzasogni e della sua vita a Gheel, il «paese dei matti», dalla nascita all’incontro — che sa di apparizione onirica, se non di vera e propria epifania — con il giovane, e non ancora pittore, Vincent Van Gogh. È questa la circostanza, l’evento che cambia per sempre la sua vita, quando Teresa è appena quindicenne e le sue ansie di giovane donna reclamano cambiamenti che il corpo ancora le nega. Ed è — quello di ricongiungersi al “miraggio” del signor Van Gogh, riappacificandosi con se stessa e con il mondo — il motivo che la spinge, ventiseienne e ormai lontana dalla natia Gheel, a calarsi nella voragine del suo passato per scavare in un sottosuolo di ricordi sotterrati da tempo, ma non per questo sepolti.

Così Teresa ripercorre, rivolgendosi a un lontano (ma vividissimo) interlocutore, l’intera sua adolescenza nel paese dei matti: dal legame infantile che la lega a Icarus all’adozione presso i Vanheim, dalla schietta amicizia con Joelle all’episodio della miniera, quando una visione profetica la porta a predire un crollo imminente della struttura, e a diventare famosa in tutto il paese. «E in quel momento si è sentito un botto, un botto fortissimo, così rumoroso che pareva che il Demonio in persona avesse sbattuto le porte dell’inferno, e una fiammata altissima è uscita dalla buca facendo il rumore di un gatto gigantesco lanciato da un campanile.»

È soprattutto la ricostruzione dell’arrivo del vagabondo Van Gogh, con i fermenti e le esitazioni di una Teresa per la prima volta non più bambina, a sbozzare con tratti decisi il quadro che andrà rapidamente formandosi nel corso della lettera. I pochi incontri fugaci nella casa dei Vanheim (dove Vincent è ospite per qualche giorno), le parole intense, i silenzi e i modi bruschi del giovane uomo rimangono impressi nella mente e nel cuore di Teresa, che ben presto si innamora (per sempre) di lui. «Avete cominciato ad andare su e giù con la matita, e non c’era nessuna parola che potesse riempire il foglio in quel modo, che potesse seguire quelle linee, non ci sono frasi che si scrivono così grandi, e poi di nuovo vi si è acceso lo sguardo, quello del giorno prima, oltre il vetro della finestra, quello che mi piaceva davvero […] E allora ho capito. E penso sempre che sì, quello è stato il giorno in cui, senza saperlo, ho cominciato a innamorarmi di voi.»

Poi, all’improvviso, Van Gogh scompare. Senza preavviso, all’indomani di una crisi (forse epilettica) per la quale il dottor Shepper aveva consigliato un ricovero forzato a Gheel, in mezzo agli altri matti. È qui che inizia la vertigine di eventi che conduce Teresa — dalla disperazione iniziale — fino alla lontana Parigi, presso lo studio del celebre dottor Tarascon che vuole studiarla come un caso clinico straordinario, in virtù di una particolarità che la rende diversa da tutti gli altri. «Fanno male, le parole. Certe volte sono così esatte che diventano lame, lame che tagliano, che fanno sanguinare, che si conficcano nella carne. […] Pazzo. C’è sempre qualcuno che lo dice, prima che uno cominci a dirselo da solo». Solo alla fine di una peregrinazione forzata, che la condurrà in lungo e in largo affinché il suo caso sia conosciuto e studiato, la giovane tornerà a ricongiungersi fortuitamente con le cose perdute: se stessa e la sola parte di mondo che contava di ritrovare.

In bilico tra il monologo più serrato e il colloquio immaginario (o forse intimamente sussurrato), tra una solitudine che pare inesorabile e una presenza ingombrante e viva, Tutti i colori del mondo ha il sapore della preghiera a un dio lontano, del ricordo che raggranella ogni dettaglio, dell’invocazione in absentia a un tempo perduto e quasi mitico, dove le divinità sembrano convivere con gli uomini. Ecco allora che il giovane Van Gogh approda a Gheel quasi cavalcando un alito di vento, e se ne va senza lasciare alcuna traccia; ed ecco che Teresa (quasi una novella Tiresia, come suggerisce l’autore in calce al libro) sa predire il futuro o essere spesso «in anticipo» sui tempi che scandiscono la sua vita, rappresentando — come in qualità di «sfumatura» — l’intera gamma dei «colori» o modi di esistere possibili. È lei, non va dimenticato, ad apprezzare i colori nella loro totalità, siano essi puri o mischiati tra loro, quando Van Gogh sa ancora soltanto usare la matita. Ed è sempre Teresa, con la sua voce impietosa e nitida ma sempre rifratta in mille voci diverse, con la sua storia radicalmente intima ma che, tuttavia, è storia di uomini e di donne, a raccogliere il compito (più che la pretesa) di lasciare qualcosa in profondità. Un tratto di pennello, forse. O tutti i colori del mondo.

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