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Tutti con Fo, non tutti con Dylan

Tutti con Fo, non tutti con DylanLa coincidenza tra la morte di Dario Fo e l’assegnazione del Nobel a Bob Dylan ha scosso il cosiddetto mondo del web, provocando ondate emotive e di finto razionalismo.

I socialnauti hanno pianto Dario Fo, criticandone qualche eccesso ma mai mettendo in discussione il suo valore “letterario”, quindi il Nobel che gli fu assegnato due decenni fa. Al contrario, per Dylan il web si è spaccato. A difendere l’assegnazione gli attempati sessantottini, alla ricerca di un ultimo mito prima di tirar definitivamente le cuoia. Contro Dylan, quelli che magari non ne conoscono una canzone e discettano mediocremente di letteratura, di arte e di cultura.

Che Dylan abbia influito sulla scrittura del mondo, molto più di Fo o della Aleksievič, vincitrice l’anno passato, è fuori discussione. Nessuno può negare i meriti di questo cantautore con grande ispirazione lirica, tutto interno, però, a un sistema di valori (liberali, più che libertari) sorpassato da qualche decennio.

 

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Il Nobel per la Letteratura assume, sempre più, un connotato politico chiaro. Come quello per la Pace, diventa il luogo nel quale si definisce un orientamento, una spinta morale, un suggerimento al mondo. Fu così per Fo, è così per Bob Dylan, al di là dei meriti di ciascuno dei due: discutibili sul piano della produzione meramente letteraria.

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Tutti con Fo, non tutti con DylanEppure, visto che dai letterati di Oslo ci si aspetta uno sguardo ampio sulla complessità della letteratura mondiale, si sarebbe potuto assegnare il premio alle lungimiranti narrazioni di Don DeLillo o a quelle molto più pertinenti di Murakami: nessuno avrebbe potuto obiettare nel merito, ma il resto del mondo – i troppi che non leggono, ex sessantottini in testa – se lo sarebbe fatto scivolare addosso.

 

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In epoca di profonda e autoritaria regressione morale, l’assegnazione del premio a un cantore delle libertà ideologiche fa comodo, fa scena, fa share. Come fece scalpore la sorpresa destata nell’Accademia dei Lincei dalla vittoria di Fo. Allora, con il giullare meneghino, si premiò tardivamente la generazione dei Genet, degli Ionesco, perché distante era il premio assegnato a Camus (per altro molto contestato dai nazionalisti e da non pochi comunisti francesi); adesso si premia l’ultima generazione dei cantautori novecenteschi. In futuro, forse, avremo finalmente il piacere di veder premiato il giallo o il noir o il thriller: molto più in linea con una contemporaneità da social media che dei premi letterari non sa cosa farsene. E che delibera di stare con Fo senza se e senza ma, e di contestare Dylan senza averlo mai ascoltato.

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