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"Tutte le volte che ho pianto", il ritorno in libreria di Catena Fiorello

"Tutte le volte che ho pianto", il ritorno in libreria di Catena FiorelloTutte le volte che ho pianto (Giunti, 2019) è l'ultimo romanzo di Catena Fiorello che esce a due anni di distanza dalla ristampa del suo fortunato romanzo d'esordio, Picciridda (Giunti, 2017), pubblicato per la prima volta da Baldini Castoldi Dalai nel 2006 e che sta per approdare sugli schermi cinematografici.

In mezzo ci sono stati altri titoli che hanno fatto guadagnare all'autrice catanese il favore del pubblico: storie di donne forti e di intensi rapporti familiari, a volte almeno in parte autobiografiche e quasi sempre ambientate in Sicilia.

Di motivi per piangere Flora, la protagonista di questo nuovo romanzo che ci porta ancora una volta oltre lo Stretto, e precisamente a Messina, ne ha fin troppi: pur amandolo ancora, ha buttato fuori di casa il marito Antonio, esasperata dai suoi frequenti tradimenti, e vive con la figlia Bianca, adolescente inquieta che continua a sperare in una rappacificazione dei genitori. In più, deve gestire anche il rapporto con la madre caduta in depressione dopo la morte del marito, oltre a lavorare sodo nel bar di cui deve ancora pagare il mutuo, ma sulla sua vita incombe pure il dolore mai superato per la tragica morte della sorella Giovanna, morta in un incidente ad appena vent'anni.

 

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Nonostante tutto, Flora cerca di proseguire per la sua strada, convinta di essersi lasciata per sempre alle spalle l'amore e di dover solo lottare per assicurare un futuro dignitoso a sé e a sua figlia, fino al giorno in cui un perfetto sconosciuto entra nel suo bar e la saluta chiamandola per nome. Chi è? E come mai sembra conoscerla?

I pianti di Flora saranno frequenti nel corso della storia, a volte carichi di tristezza, a volte semplicemente liberatori, ma la vita avrà in serbo ancora qualcosa di positivo per lei.

Abbiamo incontrato e intervistato Catena Fiorello nella sede milanese della casa editrice Giunti alla vigilia dell'uscita in libreria di Tutte le volte che ho pianto.

 

Cominciamo dal titolo. Perché il pianto è così importante per Flora?

Perché parlo per esperienza personale. Qualche anno fa, dopo aver attraversato dei momenti difficili, ho avuto una specie di blocco e ho scoperto di non riuscire più a piangere. In passato non ero così, fin da ragazza ero anzi una di quelle persone che piangono spesso, perciò ho scritto una storia che è opposta alla mia, mi sono messa dentro questo personaggio di Flora che mi ha fatto un po' capire com'ero in passato.

Il titolo è piaciuto subito a tutti, qui in casa editrice. Ieri, poi, parlando con una giornalista, ho trovato un po' per caso la chiave per spiegare questo libro. Pensate un momento a questo: se vedete per strada una persona sorridente, non le date nessuna importanza, non v'interessa proprio sapere perché sorride. Ma se vedete una persona che piange, ne restate colpiti. Perché? Perché il pianto è davvero l'unico momento di verità degli uomini. Chi piange in quel momento ha bisogno di qualcuno e tu, guardandolo, ti senti chiamato in causa anche se non lo conosci, ti viene spontaneo chiedere se ha bisogno di qualcosa. Oggi, però, vediamo spesso sia risate fasulle, sia pianti fasulli, finta commozione.

"Tutte le volte che ho pianto", il ritorno in libreria di Catena Fiorello

I suoi libri trattano sempre temi forti. In questo caso mi ha colpito la capacità di entrare nel ruolo di una figlia adolescente di fronte al fallimento del matrimonio dei genitori, magari alla possibilità che la madre abbia una nuova relazione.

Io non ho figli, però osservo molto le persone e mi piace in particolare seguire i giovani e gli adolescenti. Mi sono fatta l'idea che, in linea di massima, i figli non siano mai davvero soddisfatti di entrare a far parte di una famiglia allargata, anche se poi finiscono per adattarsi. Finché un bambino è piccolo, può affezionarsi facilmente a un patrigno o a una matrigna, perché non ha avuto tempo di costruire un forte rapporto col genitore naturale. Ma se una separazione avviene quando i figli sono già abbastanza grandi, penso sia sempre e comunque un trauma, anche se i genitori possono essere bravi a condurre i figli lungo un nuovo percorso. A volte, gli adolescenti sono gelosi persino dell'affetto che c'è tra i genitori, per cui per me è impensabile che non lo siano se il padre, o la madre, rivolge le proprie attenzioni a nuovi compagni. Per questo Flora è molto attenta alle esigenze della figlia, che sta vivendo la fase critica dell'adolescenza.

Ci sono addirittura genitori che rinunciano a un nuovo rapporto per i figli: magari non è giusto, però se un nuovo amore di un padre o di una madre crea un conflitto spaventoso nella vita di un figlio, è necessario risolvere prima di tutto quel conflitto.

Certe cose penso di capirle, anche se non le vivo in prima persona, perché osservo tanto la gente. Che poi spesso è più il non detto, sono le espressioni del viso che rivelano più delle parole. Mi sembra di essere sempre al lavoro, perché osservo tutto quello che ho intorno a me: anche sul treno, venendo a Milano, mi è capitato di osservare una coppia che viaggiava vicino a me, di cui ho capito subito che doveva essere clandestina. Infatti lui, dopo un po', ha pure telefonato alla moglie...

 

Oggi siamo sommersi da romanzi in cui i protagonisti sono in genere borghesi, benestanti e con lavori sempre molto interessanti – professionisti, creativi – mentre lei ha raccontato una protagonista che gestisce un bar, che deve faticare dal mattino alla sera per mandare avanti la sua attività ed è alle prese con diversi problemi familiari, il che la rende un personaggio molto sincero e naturale. Una scelta precisa?

Mi fa piacere che Flora le sia sembrata sincera e naturale, perché io, fin troppo spesso, leggo romanzi basati su storie che non potranno mai accadere nel mondo reale. Per me, invece, è bello proprio raccontare la vita delle persone normali: In Un padre è un padre (Rizzoli, 2014), ad esempio, la madre della protagonista faceva la donna delle pulizie.

Forse questo mi viene dal fatto di essere cresciuta in una famiglia in cui abbiamo sempre avuto tutti i piedi per terra, soprattutto mia madre, che ancora oggi non digerisce più di tanto l'ambiente dello spettacolo in cui si muovono i miei fratelli. Certe cose proprio non le vanno giù, non sopporta gli ambienti fasulli.

Sono cresciuta con genitori che venivano da famiglie poverissime: mia madre, in particolare, ha vissuto una povertà estrema, cattiva, quasi ai livelli dei prigionieri dei campi di concentramento perché ha sofferto spesso la fame e per lei e suo fratello non c'era assolutamente nulla. Avevo ricostruito la storia della mia famiglia in Dacci oggi il nostro pane quotidiano (Rizzoli, 2013), che ritengo un libro importante, perché lì ho raccontato come siamo riusciti a crescere felici anche in condizioni modeste. Forse è per questo che amo parlare delle persone normali nei miei romanzi, i ricchi e famosi mi annoiano a morte.

Non sopporto, ad esempio, una certa moda che si è diffusa tra gli scrittori che pubblicano i loro selfie insieme a personaggi celebri per promuovere i loro libri. A me interessa che chiunque legga il mio libro, magari perché gli è stato consigliato col passaparola, lo faccia perché pensa che ne valga la pena e non perché l'ha visto in mano al VIP di turno.

 

Nella vita di Flora i problemi reali non mancano. Mi è piaciuto anche il modo con cui ha affrontato un tema delicato e sempre attuale come quello della droga.

La questione delle droga l'ho inserita proprio perché mi sembra ancora un problema grave. Non capisco perché spesso si minimizzi il consumo delle droghe, mentre si continua a morire per quello. E poi devo dire che io non riesco a scrivere storie che siano solo d'amore, devo comunque occuparmi di argomenti che abbiano un certo spessore.

"Tutte le volte che ho pianto", il ritorno in libreria di Catena Fiorello

Antonio, il marito di Flora, è un bel personaggio maschile nonostante le sue mancanze.

Attraverso Antonio ho voluto raccontare un po' quello che penso degli uomini. In questo momento mi sembra che si stia diffondendo un movimento che chiamerei "donne sante subito" che secondo me è molto pericoloso. Così non facciamo che aumentare la spaccatura tra i sessi, perché non è vero che le donne siano tutte brave, tutte oneste, tutte ingenue. Casomai è l'uomo che in partenza è di una ingenuità imbarazzante. Andrebbero affrontati seriamente e trattati come casi patologici, come malati da curare, tutti quelli che picchiano le donne, ma nella maggiornaza dei rapporti di coppia uomini e donne sono sullo stesso piano, con la stessa quantità di pregi e difetti. Così è nel matrimonio fallito tra Flora e Antonio: lei gli rimprovera, giustamente, di averla tradita, ma ammette anche le sue mancanze personali, soprattutto non dimentica di averlo amato e forse lo ama ancora, anche se gli rimprovera la mancanza di solidità. Flora è concreta, Antonio come compagno risulta poco affidabile.

 

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Quanto ha pesato nella sua carriera di scrittrice l'avere un cognome famoso?

Tanto, almeno all'inizio, e in senso negativo. Adesso che scrivo e pubblico libri da quindici anni la cosa ha perso importanza, ma quando cerchi di pubblicare per la prima volta l'essere "sorella di" fa pensare che tu sia in qualche modo raccomandata. Nel mondo letterario, tra l'altro, si sa che le raccomandazioni e gli scambi di favori, a partire dalle recensioni positive che si fanno uno con l'altro, sono la norma.

Del resto, mio fratello Rosario, quando volevo pubblicare il mio primo romanzo, mi aveva persino suggerito di farlo con un nome diverso, pensando che potessi essere in qualche modo danneggiata da chi, magari, aveva motivi per attaccare lui, che all'epoca era già molto conosciuto. Io però mi sono rifiutata, perché sono orgogliosa di portare da sempre il cognome di mio padre. Anzi, adesso mi piacerebbe magari pubblicare un libro aggiungendo al cognome Fiorello quello di mia madre, per rendere omaggio alla donna eccezionale che è sempre stata.


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Per la prima foto, copyright: Volkan Olmez su Unsplash.

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