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Tutte le mie “Fedeltà”, intervista a Marco Missiroli

Tutte le mie “Fedeltà”, intervista a Marco MissiroliLo aspetto seduta su una panchina nel cortile della Scuola Holden dove insegna, ne scelgo una al sole. Oggi il cielo di Torino è un azzurro senza strappi, la mongolfiera del Balon un ritaglio di bianco che sale. Apro Fedeltà – uscito per Einaudi il 12 febbraio ed entrato nella dozzina semifinalista del Premio Strega – e ne rileggo un passaggio.

«Che parola sbagliata, amante. Che parola sbagliata, tradimento. Rispetto a cosa avrebbe tradito? Cosa toglieva consumarsi con un’altra ragazza, accaparrandosi una gioia momentanea e dando, possibilmente, una gioia momentanea. Alzarsi, rivestirsi, senza instaurare rituali romantici o affettuosi, preservando la liturgia che con sua moglie aveva consolidato negli anni e non avrebbe mai messo in discussione.»

 

Mi chiedo anch’io quale sia la parola non sbagliata, la parola esatta, una domanda che qui alla Holden ci si fa di continuo. Lo vedo uscire dall’aula 3, la camminata da principe, la divisa ufficiale – inglesi stringate, jeans, camicia azzurra, cappotto aperto – e quegli occhi segnati che fanno di lui Marco Missiroli. Campiello Opera Prima con Senza Coda (Fanucci, 2005), Premio Tondelli con Bianco (Guanda, 2009), Premio Campiello Giuria dei Letterati con Il senso dell’elefante (Guanda, 2012), Premio Super Mondello con Atti osceni in luogo privato (Feltrinelli, 2015). Arriva ed è subito fiume.

Hai letto? Ti è piaciuto?

 

Quel narratore onnisciente?

Ride, sappiamo che è una scelta controcorrente, la rottura di un argine.

 

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Come è stato inseguire tutti i personaggi?

Volevo avere contemporaneamente più punti di vista sul tavolo per svelare le ipocrisie di un’epoca. Solo l’onniscienza poteva permettere questa sorta di contemporaneità di punti di vista e di situazioni. Qualcuno ha parlato di telecamera sopra i personaggi, ma si tratta di una semplificazione cinematografica, in realtà il romanzo è tutto interiore ed è scritto con una tecnica particolare: la chiamano passaggio d’anima. I protagonisti si scambiano il testimone del punto di vista, non è una telecamera, ma una sonda che ci porta a vedere una contemporaneità nella contemporaneità. Il narratore onnisciente ti dice davvero tutto, ti permette democraticità e onestà di pareri, ma per usarlo devi saper maneggiare le interiorità. Sarebbe stato più semplice farlo andando a capo o spaziando di bianco tra un personaggio e l’altro, ma non avrebbe condotto a quel senso di fisicità e di legame dell’anima che si crea quando le relazioni vanno in contrasto oppure si legano perfettamente.

Tutte le mie “Fedeltà”, intervista a Marco Missiroli

Qualcuno ha parlato anche di romanzo corale.

Non so se ho scritto un romanzo corale come hanno detto, ma ho scritto un romanzo in cui le interiorità dei singoli sommate danno una coralità, che è diverso da avere un affresco alla Hieronymus Bosch dove vedi tutte le situazioni dall’alto. L’onniscienza mi è servita davvero a rischiare e Fedeltà è prima di tutto un romanzo sulla capacità di rischiare.

 

I personaggi femminili sembrano essere più capaci di farlo, penso a Margherita, la moglie di Carlo, è una scelta voluta?

Sì, volevo che ci fosse una donna più forte di un uomo, i personaggi femminili del libro sono migliori di quelli maschili e questa è anche una verità:in giro ci sono molti maschi mediocri rispetto alle donne. Nella coppia infatti il più irrisolto è Carlo, è lui che si balocca più a lungo con il pensiero e la pratica dell’infedeltà, mentre Margherita è più determinata anche davanti a un possibile tradimento, sia nel viverlo che nel superarlo.

 

Ma è possibile superare davvero un tradimento?

Il tradimento in una relazione o in un matrimonio può arrivare in qualsiasi momento. Prima di scrivere Fedeltà mi sono chiesto come poteva un presunto tradimento mettere in crisi una coppia felice. Tutte le coppie felici possono incagliarsi in qualcosa che non si aspettano, nel romanzo il mix fatale è Carlo e una studentessa. Il punto vero però non è l’infedeltà, ma il sospetto. Margherita, la moglie, è portata a sospettare dal marito perché lui non prende decisioni, è fermo in una mediocrità di infedeltà presunta. Per questo lei è più forte di lui.

 

Leggendo il romanzo la sensazione è che la questione sia molto più complessa. Il lettore si trova davanti a un bivio che non è solo quello del tradimento in una relazione, ma della fedeltà o infedeltà più autentica, quella verso noi stessi.

Esatto, non è un libro sulla fedeltà coniugale, ma è un libro sui movimenti di fedeltà e infedeltà che tutti noi abbiamo. Andrea non riconosce a se stesso la propria omosessualità e sfoga le sue pulsioni nei combattimenti tra cani, sta compiendo un tradimento, il più grave e il più dannoso, quello verso se stesso. Carlo non è fedele a se stesso in maniera diversa, bara, non ammette di non essere né un bravo insegnante né un bravo scrittore. Tutti i personaggi partono dall’infedeltà verso se stessi per arrivare a un inizio di fedeltà che è l’ammissione anzitutto della propria natura. Credo che sia una cosa terribile rendersi conto non tanto dei propri difetti, quanto delle proprie defezioni, non essere capaci di essere se stessi e rimanere nel limbo come fa Carlo.

 

Il limbo però è sempre rassicurante, in fondo viviamo più nelle zone di grigio che di nero e di bianco. Molti lettori però forse si aspettavano più contrasto, un nuovo Atti osceni in luogo privato, e sono rimasti in parte delusi.

Molti sì, volevano ancora quella cosa con cui mi hanno identificato, volevano l’esuberanza sessuale di Libero, un tradimento più urlato. Fedeltà invece è un libro sui toni di grigio, sui toni medi, va a scavare in zone facilmente irritabili, ma lo fa con lentezza. Sapevo che sarebbe stato un libro che avrebbe diviso, soprattutto i lettori che non conoscono il Missiroli prima di Atti osceni in luogo privato, penso a Bianco o a Il senso dell’elefante.

 

In un certo senso però Fedeltà è la prosecuzione di Atti osceni in luogo privato.

Atti osceni in luogo privatofiniva col protagonista che aveva 34 anni, è quasi come se ci fosse una staffetta tra l’inizio di questa formazione che inizia a dodici anni per Libero e continua con Carlo e Margherita verso l’adultità e infine verso l’inizio della maturità profonda. Non so se l’ho pensato come continuità, so solo che i due libri dovevano essere due cose completamente diverse, ma con un filo rosso sottile che li legasse, non è solo una questione di letteratura, ma anche di consapevolezza del corpo e dell’amore.

 

A proposito di corpo, il sesso tra Carlo e Sofia non si consumerà mai, eppure – o forse proprio per questo – il corpo sembra il vero protagonista di Fedeltà.

Il corpo è fondamentale, è come una scatola nera che registra tutti i movimenti psicologici e le emozioni dei protagonisti, è un corpo amato, è un corpo rifiutato ed è un corpo in combattimento. Non parlo solo della lotta clandestina dei cani, ma anche dei corpi che si amano e poi non si amano più, che si desiderano e vengono rifiutati. Carlo e Sofia sono corpi in continua attrazione e un corpo in continua attrazione con un altro corpo genera sicuramente erosione, fatica, ma anche disillusione. Il corpo è la vera stella polare di questo romanzo.

 

Quanto c’è di autobiografico in Fedeltà?

Il dato autobiografico non è fondamentale. Il titolo è nato perché dovevo essere fedele ai dati e alla realtà che avrei raccontato, solo successivamente è diventato un romanzo sulla fedeltà in senso più ampio. Tutto ciò che racconto è basato su storie vere, c’è anche qualcosa di autobiografico, ma sono soprattutto testimonianze raccolte minuziosamente negli anni passati. Ci ho messo molto a scriverlo anche perché la materia romanzesca doveva basarsi su una materia di verità.

 

Sofia, la studentessa da cui è ossessionato Carlo, ha lasciato Rimini per frequentare un corso di scrittura creativa a Milano. Lei è il suo alter ego? Quello che avrebbe potuto essere se come Sofia avesse rinunciato alla scrittura?

Alter ego è semplificativo, Sofia è un mio sdoppiamento. Molte volte ho pensato di andarmene da Milano e tornare in provincia, ma sapevo che era una scelta di ripiego, un adattarsi a quello che la provincia vuole da te, che tu rimanga quello che sei stato – il ragazzo di Rimini, la ragazza di Rimini – io non l’ho fatto, ma ho pensato che magari una ragazza giovane avrebbe potuto farlo magari rinunciando ai suoi sogni a causa di una relazione sbagliata e adattandosi al modello pre-costruito per lei.

 

In Fedeltà ci sono molti riferimenti letterari, dal Philip Roth dell’esergo a Lolita di Nabokov fino a Némirovsky.

I libri sono fondamentali, lo erano già in Atti osceni in luogo privato, ma lì c’era un’ipertrofia, qui sono di meno ma necessari. È quasi come se la letteratura segnasse i destini che non si vogliono allacciare. Carlo e Sofia sono legati dalla letteratura, ma anche i vari protagonisti, Anna, la suocera, e la moglie, Margherita, che legge Némirovsky perché in quel momento è il solo modo che ha per comunicare col marito, non possono farlo altrimenti che attraverso i libri. Poi a un certo momento non legge più nessuno, è il momento in cui devono guardarsi in faccia, quasi come se le storie prese esternamente servissero a rimandare la vera resa dei conti.

 

Sofia, tornata a Rimini, inizia a spedire a Carlo dei libri che poi posta su Instagram. Ho notato che sono gli stessi che ha letto, amato e postato anche lei. Penso a Sylvia di Leonard Michaels e al suo commento che è anche quello di Sofia: «Questo fa male».

È una metacitazione, mi sono divertito a inserirla. Sofia non ha altro modo per comunicare con Carlo, o meglio lo avrebbe, ma sarebbero modi banali, quindi sceglie la letteratura per tenere con lui un legame sottile. Inizia a spedirgli romanzi senza nessun altro messaggio. Il messaggio sarà poi su Instagram come nel caso di Sylvia.

Tutte le mie “Fedeltà”, intervista a Marco Missiroli

Nella fase più delicata della loro relazione, Carlo e Margherita comprano casa. Una scelta che diventa lo spartiacque sia del romanzo che della loro vita.

In una relazione sentimentale lo spazio vitale è importante, quando lo condividiamo lo erodiamo, è di meno oppure si espande. La casa rappresenta in questo caso la loro promessa materiale rispetto al loro amore, ma fanno un passo di troppo, la comprano, costa troppo, e questo li obbligherà per il resto della vita. Margherita, che è un agente immobiliare, dirà una menzogna per averla, per riuscire ad avere dei metri quadrati che teoricamente non le spetterebbero e questo finirà in karma, lo pagherà successivamente sul piano amoroso. È come se gli spazi interiori e gli spazi esteriori comunicassero in costante movimento.

 

Ne parliamo dello Strega? Fedeltà è appena entrato nella dozzina finale.

Lavoro a Fedeltàda quattro anni e da due anni e mezzo mi danno vincitore, credo sia un modo per screditare il romanzo. Credo che molte idee sullo Strega arrivino dal cambio di casa editrice, dal passaggio da Feltrinelli a Einaudi.

 

Quattro anni di lavoro, da dove è partito?

Sono partito dal titolo che per me è sempre il tema, la struttura sentimentale profonda del romanzo. In questo caso la fedeltà. Per un anno mi sono tenuto in testa l’idea per vedere se reggeva la prova del tempo, l’ha retta e così è iniziato il lavoro di scrittura vera e propria che è durato due anni e mezzo, infine sei mesi di editing.

 

Come ha lavorato sull’editing e sulla lingua?

Sono passato a Einaudi per poter lavorare con Angela Rastelli, editor di Le otto montagne (Paolo Cognetti) e L’Arminuta (Donatella Di Pietrantonio), insieme abbiamo lavorato tantissimo soprattutto sulle situazioni. È stato un lavoro molto faticoso e molto intenso, impagabile in termini di apprendimento. La lingua era già mia, insieme l’abbiamo messa a fuoco.

 

La facciamo la domanda per le lettrici? 

(Ride) La vera domanda non è se Marco Missiroli è fedele, ma quanto e verso cosa. Il compromesso è quello di essere fedeli a se stessi sui temi focali e fedeli agli altri sui temi focali, in questo intreccio qualcosa di fondamentale coincide.

 

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Lascio la panchina e la Holden, fuori mi investe un odore di incenso e kebab. Mi avvio tra bancarelle di vecchi vinili, libri rubati, cartoline, bottoni e tarocchi. Marco mi ha detto che sua madre legge le carte, per questo ritornano nei suoi romanzi. Da una radio arriva una canzone d’amore ridicola, rallento il passo, la sto già canticchiando. Colpa di quel parlare di desideri. Mi infilo tra vecchie sedie da cinema e poltrone in velluto, ce n’è una perfetta per leggere, chiedo quant’è. Il tizio che ci siede sopra mi dice la cifra senza staccare lo sguardo dal libro che tiene in mano, una raccolta di poesie di Carver, la copertina blu oltremare. Non ha un brutto profilo – arcaico la parola esatta – e una zazzera di capelli che farebbe pensare a un uomo più giovane. Ripenso a una frase di Fedeltà: «Si sentiva il cuore scalpitante e sapeva che questo scalpitare avrebbe potuto chiamarlo giovinezza». La poltrona è cara, ma non mi decido ad andarmene. Chissà se sta leggendo la mia preferita, che pensiero ridicolo. Colpa di Marco Missiroli, colpa di tutti gli scrittori, di tutti i poeti e di tutti i cantanti. Colpa delle parole. Il tizio annuisce, lo pensa anche lui? Mi allontano, poi non resisto e mi volto. Solleva appena la mano, è quella di un artigiano, scrittore la parola esatta.


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Per la prima foto, copyright: Toa Heftiba su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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