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“Tù la pagaràs” di Marilù Oliva

“Tù la pagaràs” di Marilù OlivaUn incredibile mix di noir e dolcezza troviamo in questo stupefacente romanzo, di quelli così avvincenti da obbligare il lettore a non abbandonarlo fino alla fine.

 

Già dalle prime pagine questo racconto stupisce. Ambientato nella Bologna contemporanea, più precisamente in una parte della città che i turisti e molti degli stessi bolognesi ignorano: una periferia indifferente, fredda, a volte violenta.

 

È la periferia dei locali di salsa, degli uffici squallidi, ricavati da garage inabitabili, delle vendette notturne consumate in quello che sembra uno sperduto e rarefatto angolo del mondo, in realtà a pochi chilometri dalle Due Torri e dalle vie dove si respira sempre un’atmosfera festosa e cordiale.

 

La trama è tutto sommato piuttosto lineare: dopo una festa avente per “tema” le tradizioni e la musica cubana, viene rinvenuto il cadavere di Thomas, uno dei barman della discoteca.

L’indagine viene affidata al commissario Basilica, uomo cosiddetto “tutto d’un pezzo”, che può vantare una vita irreprensibile. Lavoro, casa e chiesa. Massima serietà, moralità integerrima.

Nessun brivido, nessuna emozione gli viene trasmessa dalla moglie, devota, seria quanto noiosa e prevedibile.

 

Il nostro commissario Basilica si troverà letteralmente catapultato in un mondo che non solo non è il suo, ma che non ha nemmeno mai lontanamente immaginato. Locali di cui nemmeno sospettava l’esistenza, in zone periferiche della città, feste sfrenate, con balli fino all’alba. E i personaggi più disparati, ognuno con la propria storia, ognuno con le proprie caratteristiche.

La ballerina capricciosa dal fascino enigmatico e ambiguo, gli isterici e frustrati DJ, i baristi marpioni, la signora rifatta dal carattere aggressivo e irascibile, e le loro storie, le loro vite mescolate, i loro conflitti e le loro alleanze, il tutto condito da una musica ora dolce, ora incalzante.

 

Le indagini faranno sì che Basilica entri in stretto contatto con Elisa, detta “La Guerrera” per una storpiatura del suo cognome, Guerra, e soprattutto per la sua anima indomita, combattiva.

Elisa era fidanzata con il barman ucciso, un fidanzamento basato su una strana alleanza che con l’amore ben poco aveva a che fare, costellato da numerosi tradimenti da parte di entrambi.

Interessante è il personaggio di Elisa, una ragazza che porta costantemente con sé il ricordo di un fatto traumatico avvenuto durante l’infanzia, destinato a cambiare per sempre la sua vita. Una donna sola, costretta a fare i conti con una dura lotta per la sopravvivenza, che la costringe a subire un lavoro in nero e mal pagato, con le connesse angherie del capo, e le notti rumorose, in quei locali pieni di gente ma in cui ci si sente estremamente soli.

Elisa conosce a memoria tutta la Divina Commedia e frequenta un corso di capoeira, una particolare arte marziale di origine sudamericana. Caratteristiche e passioni estreme, diametralmente opposte, che non possono non rendere interessante chi le possiede contemporaneamente.

 

Elisa e l’ispettore Basilica sono anime sole, non risolte nelle loro realtà quotidiane e il romanzo si svolge tra le indagini volte a identificare il colpevole dell’efferato delitto e una strana attrazione che prende corpo tra i due, in modo timido, romanticamente inespresso. Non può non colpire l’assoluta assenza di banalità nell’evitare lo scontato gettarsi l’una nelle braccia dell’altro dopo aver scampato assieme tanti pericoli. Perché l’assassino con cui abbiamo a che fare non scherza, e non scherza nemmeno la comunità cubana, i cui componenti hanno quasi tutti, più o meno, qualcosa da nascondere alla polizia.

 

Quello che fa di questo romanzo una vera “chicca” per gli appassionati del genere, ma anche per chi, come me, era del tutto a digiuno di questa particolare materia sono i continui riferimenti alla cosiddetta “Santerìa”.

Per Santerìa si intende la tradizione, tipica dei Paesi latino-americani, tra la religione e la superstizione, un particolare ed affascinante miscuglio che si tramanda da quando i Conquistadores spagnoli diffusero la religione cattolica nei territori conquistati, ma questa venne come elaborata e adattata al paganesimo degli schiavi neri, importati dall’Africa. Il risultato fu una credenza ad una serie di divinità con caratteristiche umane di vizi e virtù insieme, divinità maschili e femminili, che puniscono e proteggono a seconda delle necessità. Tradizioni religiose e riti pagani mescolati insieme, e senza neppure troppa precisione e meticolosità nel corso delle varie feste del cosiddetto popolo della salsa, il cui obiettivo è soprattutto, nel bene e nel male, mettersi in mostra.

 

Come nella santerìa, anche nei nostri locali a tema cubano, vizi e virtù si confondono, e finiscono per perdersi in una danza sfrenata e incalzante, dove contano ben poco i legami familiari, la forma e le convenzioni, e una nuova salsa, un nuovo bicchiere di rum accompagneranno i nostri personaggi attraverso un’altra notte che li unirà e allontanerà nello stesso tempo.

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