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“Tu che sei di me la miglior parte”, un delicatissimo ritratto degli anni Ottanta

“Tu che sei di me la miglior parte”, un delicatissimo ritratto degli anni OttantaBologna, anni Ottanta, 1982 a essere precisi. È il giorno di San Giuseppe e Tommaso non sa che scrivere nel tema per la festa del papà. L’unica cosa che gli viene in mente, pensando a suo padre, sono le passeggiate sulla spiaggia insieme a mamma Alice, quando urlava al mare “Ciao babbo!”, sperando che lui lo sentisse dal cielo dove era dovuto salire da un po’ di anni. Ma queste non erano cose da condividere con la supplente con gli occhi da faina.

Questo è solo un breve riassunto delle prime pagine di Tu che sei di me la miglior parte, che stabiliscono con la loro maliconica freschezza il tono di tutto il resto del romanzo. Il nuovo libro di Enrico Brizzi, pubblicato da Mondadori, ci parla, nelle sue 543 pagine, della vita di Tommaso Bandiera dal 1982 al 1992, dal terzo anno della scuola elementare all’ultimo del liceo, in un percorso di crescita, pubertà, solitudine, primi amori e grandi amicizie. Tommaso, come si capisce fin dall’inizio, è orfano di padre, e vive solo con sua mamma Alice. Un po’ per la mancanza di una figura paterna, un po’ a causa della sua spiccata curiosità, Tommaso prende a modello suo zio Yanez, il giovane fratello della madre che si guadagna da vivere viaggiando per il mondo e scrivendo articoli, incurante degli innumerevoli anni fuori corso accumulati alla facoltà di medicina. Ma gli anni passano, l’infanzia finisce e Tommaso si trova catapultato nell’inquieto mondo delle scuole medie, dove deve crearsi nuovi equilibri e amicizie. Il primo giorno di terza media, Tommaso conosce Raul che diventerà suo amico e modello, ma anche rivale nella vita e in amore.

«Germano Raul, con l’accento sulla “u”, entrò nella mia vita il primo giorno di terza media. Ripetente in provenienza da un’altra scuola, si mostrò inatteso sulla soglia dell’aula mentre aspettavamo che qualche insegnante venisse a prendersi cura di noi. Ci squadrò con uno sguardo duro e ironico da mezzadulto, e la plebe dei compagni si ritrasse verso il fondo dell’aula, come un gregge di fronte all’apparizione di un formidabile predatore.»

 

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“Tu che sei di me la miglior parte”, un delicatissimo ritratto degli anni Ottanta

La ragazza dei sogni di Tommaso si chiama Ester, figlia di un’amica di suo zio Yanez e sua compagna di scuola. Tommaso, infuocato dalla forza del primo amore, fa di Ester una figura idealizzata, immacolata e irragiungibile.

Tommaso, Raul ed Ester instaureranno un legame molto forte e complesso, che li accompagnerà durante tutti gli anni del liceo, quando le loro strade saranno destinate a separarsi.

«Tenevo dentro l’urlo che mi premeva in petto, ma intanto le lacrime uscivano fuori controllo, spiccavano dalle ciglia il loro volo suicida, cadevano a precipizio addosso a Raul e addosso a Ester.

Feci per scusarmi, ma lei sorrise come fosse una cosa da niente. «Non devi avere paura» si raccomandò, e andò avanti a carezzarmi e scuotermi per le spalle. «Non muore nessuno, Tommy.»

Voleva farmi coraggio, ma lo sapeva anche lei: l’abbraccio che ci rinserrava somigliava maledettamente a un addio.»

 

Tu che sei di me la miglior parte è stato letto come un romanzo di formazione e di educazione sentimentale, proprio grazie alla grande importanza data ai rapporti sociali e ai loro complessi meccanismi. Il romanzo però non si limita a questo e si configura anche come un vero e proprio dipinto dell’Italia nel penultimo decennio del 1900.

Mente il racconto di Brizzi va avanti, infatti, gli anni Ottanta scorrono alle spalle di Leonardo, Raul, Athos, Ester, mamma Alice e del suo odioso compagno, e trascinano con sé tutta la loro musica, la loro cultura, i loro ideali. Tu che sei di me la miglior parte diventa così anche il racconto di un’Italia che la mia generazione non ha mai vissuto ma di cui abbiamo sentito così tanto parlare che quasi ci sembra anche un po’ nostra, come in un falso ricordo.

Brizzi distilla la memoria di quegli anni condendola con ogni suo attributo, dalle canzoni di Gianni Morandi e Bruce Springsteen, ai motorini, alle partite allo stadio, all’immaginario hippie e libertino impersonato dallo zio Yanez. E tutto il romanzo è narrato con una lingua un po’ diversa da quella degli anni Duemila, una lingua diversa da quella della generazione dei millennials, e dei bambini di oggi, che riflette un’Italia ormai lontana ma ancora viva nelle menti e nelle parole di chi quei fantastici anni Ottanta li ha davvero vissuti.

“Tu che sei di me la miglior parte”, un delicatissimo ritratto degli anni Ottanta

Tu che sei di me la miglior parte è un romanzo che intrattiente e fa riflettere, e trascina il lettore in un mondo ormai lontano ma completamente vivo nelle sue pagine.

Consiglio a tutti coloro che intendono cimentarsi in questa delicatissima lettura di ascoltare in sottofondo la playlist spotify di Renzo Giannini, chiamata appunto Tu che sei di me la miglior parte, in cui si possono ascoltare tutte le canzoni citate nel testo.

 

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L’autore del romanzo, Enrico Brizzi, definito da molti come il Salinger contemporaneo, è una delle pietre miliari della letteratura italiana del nostro tempo.

Nato a Bologna nel 1974, esordisce nel 1994 con Jack Frusciante è uscito dal gruppo, pubblicato dalla casa editrice Transeuropa; lo scrittore all’epoca aveva solo 19 anni e il suo romanzo diventa immediatamente un caso letterario, viene ripubblicato in italia da Baldolini Castoldi, diventa un film e viene tradotto in 24 lingue. Nel 1996 Enrico Brizzi collabora, con alcuni racconti, alla raccolta intitolata Gioventù Cannibale, che inaugura la generazione pulp italiana. Nonostante Brizzi, soprattutto nei primi anni della sua carriera, sia stato considerato uno scrittore pulp, ha sempre rifiutato ogni etichetta e definizione, e si è sempre distinto, nella sua vasta produzione di romanzi, graphic novel, saggi e articoli, per la sua grande versalitità, originalità e propensione alla sperimentazione.


Per la prima foto, copyright: Tyler Nix.

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