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“Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, la resilienza di una madre tra commedia, tragedia e western

“Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, la resilienza di una madre tra commedia, tragedia e westernTre manifesti a Ebbing, Missouri mostra uno squarcio della provincia americana conservatrice e violenta, filtrato dallo sguardo di un geniale anglo-irlandese. Terzo lungometraggio, dopo due commedie nere molto originali e ben accolte tanto dalla critica che dal pubblico, di Martin McDonagh, pluripremiato commediografo, sceneggiatore e regista, il film ha ottenuto molti dei maggiori premi cinematografici internazionali, tra cui quattro Golden Globe Awards – uno dei quali come miglior film drammatico –, il Leone d’oro per la migliore sceneggiatura e il BAFTA come miglior film. La sua trama è d’impianto quasi teatrale: all’interno di una desolata cittadina americana si producono i devastanti strascichi di un dramma già consumato. Mildred, divorziata da un marito violento che l’ha sostituita con una diciannovenne, e madre di due figli di cui uno, l’adolescente Angela, vittima di stuproe assassinio, decide di reagire all’inettitudine delle forze dell’ordine, ritenute colpevoli di non aver ancora trovato i responsabili e di non averla più informata sugli sviluppi delle indagini. La donna decide così di affiggere tre manifesti nei sobborghi della cittadina, nei quali accusa la polizia, e in particolare il sensibile, stimato e gravemente malato sceriffo Willoughby – in quanto responsabile della sua Centrale – di dedicare il proprio tempo a torturare i neri anziché assicurare i colpevoli alla giustizia. Un gesto provocatorio che funge da deus ex machina narrativo, dando il via a una lunga serie di reazioni a catena dagli imprevedibili risvolti.

 

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Pur nutrito di lezioni di grande cinema – dalla scoppiettante ferocia tarantiniana spogliata della sua sanguinosa violenza al malinconico disincanto del primo Clooney, dalla geniale satira socio-politica coeniana intrisa di comicità irriverente, tra fulminanti battute tanto esilaranti quanto profonde, sino a pennellate di surreale simbologia dal sapore buñueliano– il regista trova la sua originalissima cifra stilistica in un umorismo tragico capace di fondere tutto in un equilibrio mirabilmente composto.

“Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, la resilienza di una madre tra commedia, tragedia e western

La più crudele brutalità come il più tenero sentimento, fatti salvi i pochi casi di funzionalità indispensabile al percorso narrativo, lungi dall’essere esibiti sembrano scaturire in modo inevitabile e quasi timido, sebbene spesso spiazzante, dal fluire degli eventi, quasi sempre legati tra loro da una concatenazione causa-effetto. Un fluire inarrestabile come quello dei due grandi fiumi, il Mississippi e il Missouri, che bagnano l’omonimo Stato in cui la vicenda è collocata (solo nella finzione cinematografica, nella realtà il film è stato girato nel South Carolina ed Ebbing, sul cui nome molto è stato scritto, non è che astratto emblema dell’oscura provincia americana). La forza dirompente del loro pathos fa infatti inaspettatamente capolino da uno scambio di sguardi, una frase o un gesto all’apparenza insignificanti, un bagliore negli occhi o un tic in quell’incredibile maschera espressiva che è il volto di Mildred/Frances McDormand.

C’è in sostanza una sorta di pudore dei sentimenti, sotto il quale scorrono la sofferenza come mezzo di conoscenza di eschilea memoria e il bisogno di non arrendersi nella ricerca della verità, così assoluto da non esitare nemmeno davanti alla violenza. Perché di fronte all’insostenibilità di certi dolori, sembra volerci dire Tre manifesti a Ebbing, Missouri, o si muore o si reagisce, trovando la forza di rinascere dalle proprie stesse ceneri. E cosìla disperata, furiosa, tetragona madre-coraggio Mildred, il cui volto meravigliosamente duro ricorda quello dei cowboy del mitico West, rifiuta il ruolo di vinta che il destino le ha assegnato per farsi inflessibile giustiziera. ”Spietata” è stata definita da vari commentatori, in quanto spesso sorda, oltre che alle minacce e ai richiami al buon senso, anche alla pietà (sebbene mai del tutto, basti pensare alla sua reazione dopo essere stata colpita dal fiotto di sangue uscito dalla bocca dello sceriffo).

“Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, la resilienza di una madre tra commedia, tragedia e western

Ma il quesito “aperto” che solca come un sottile filo rosso l’intero film, etico e insieme politico nel senso mcdonaghiano del termine, è proprio questo: in un mondo tremendamente ingiusto e spietato è forse possibile, per la povera gente e a maggior ragione per una donna sola, ottenere rispetto e giustizia senza diventare a propria volta spietata?

Un film in cuiogni personaggio gronda rabbia e disperazione, in un retroterra culturale intriso di razzismo violento, grettezza, omofobia e misoginia, che oggi forse anche più di ieri abitano l’America profonda. Una misoginia che spesso sfocia in violenza sulle donne e in abbandono, quando smettono di essere giovani e belle, a favore di altre che lo sono ancora, sino al diapason di stupri e femminicidi come quelli che hanno avuto come vittima Angela, percepiti dalla comunità distratta e indifferente come un male quasi ineludibile. Ma il film è anche intriso di rimpianto struggente, senso di colpa/bisogno di espiazione, invito a non arrendersi e ad aprirsi all’amore e alla vita (contenuto in particolare nelle lettere-testamento lasciate dall’umanissimo sceriffo Willoughby, e capace, grazie al sincero affetto che univa i due uomini, di trasformare l’ottusa meschinità del suo vice Dixon, succube di una madre-padrona, in stupefacente capacità di ascolto/comprensione/perdono), in un sovrapporsi di piani nel quale i modelli apparentemente manichei del male e del bene si aprono e si confondono in una continua altalena di scambi carnefice-vittima/buono-cattivo. Il poliziotto bianco violento, semi-demente e razzista che diventa più assetato di verità/giustizia del poliziotto nero, intelligente e progressista, ne è un eclatante esempio. «Ed è proprio questo, forse, ad aprire le porte alla speranza» ha detto McDonagh in una recente intervista. Un gioco di sovrapposizioni e alternanza di ruoli avvincente come un thriller, divertente come le migliori commedie nere e drammatico come una tragedia di Eschilo rivisitata in chiave moderna, con Dike non più oresteiano approdo ma presupposto, reso colpevolmente impotente dalla pigra rassegnazione socio-istituzionale contro cui si leva la rivolta di Mildred. Un gioco nel quale i colpi di scena si susseguono senza tregua, nascendo spesso dalla loro stessa attesa frustrata: ad esempio, proprio quando ci si aspetta che Mildred faccia l’ennesimo colpo di testa, lei svela d’un tratto il suo lato tenero, cingendo anche la giovanissima rivale nel suo protettivo abbraccio materno.

“Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, la resilienza di una madre tra commedia, tragedia e western

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, ci mostra in sostanza una società desolata e rabbiosa, i cui membri vivono sul confine e più spesso oltre la legalità, ma sono ciononostante, dai personaggi principali a quelli di contorno, tutti splendidamente delineati –indispensabile citare, accanto a Mildred, allo sceriffo e al suo vice, il timido e infelice figlio maschio della protagonista, che è in costante conflitto con lei, pur amandola e difendendola dalla violenza paterna, e il gentile d’animo e aspetto responsabile dei manifesti – e dotati di un’umanità capace di sorprendersi e sorprenderci.

Il tutto è sorretto da una sceneggiatura, scritta dallo stesso regista, che incanta per la folgorante intensità e la naturalezza, priva di qualunque retorica o sbavatura. «Penso che la ragione risieda nell'essere fedeli anche ai personaggi più piccoli, come se ognuno di questi potesse essere il protagonista di un suo film personale» ha avuto modo di spiegare McDonagh.

Per quanto concerne gli attori, tutti in assoluto stato di grazia, Frances McDormand – per la seconda volta premiata con l’Oscar come miglior attrice protagonista e già straordinaria interprete di film indimenticabili, tra cui Mississippi Burning, Burn After Reading e This Must Be the Place, oltre al sempre citato Fargo si fa tutt’uno con Mildred, dandole quel quid in più che solo chi è davvero grande, e non solo sul piano artistico, sa donare ai suoi personaggi (secondo il regista anglo-irlandese umanità, integrità e scelta d’indossare quella tuta con bandana che le conferisce l’aspetto di giustiziera-operaia). Altrettanto superlativa la performance di Sam Rockwell, anche lui premiato con l’Oscar, nel difficile ruolo di Dixon.

“Tre manifesti a Ebbing, Missouri”, la resilienza di una madre tra commedia, tragedia e western

Le sequenze, contrappuntate da stacchi musicali che ricordano Morricone (ma in realtà l’intera colonna sonora è dell’ottimo Carter Burwell,assiduo collaboratore dei Coen), in cui Mildred si trasforma in giustiziera armata solo della sua sete di verità/giustizia, a cominciare da quella in cui scende dall’auto e si dirige verso l’agenzia cui commissionerà i manifesti, sono un perfetto mix di potenza tragicomica e omaggio alla grande epopea western rivisitata in chiave post-tarantiniana.

 

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Il film diMcDonagh può in definitiva essere letto come parabola, definita da lui stesso politica perché «Avere una protagonista forte femminile è già una scelta politica, oggi come oggi», sulla necessità della resilienza come mezzo catartico di riscatto/resurrezione. E la sequenza finale on the road, con quelle due figure così diverse eppure così uguali nella loro disperazione che le obbliga a cercare di redimere se stesse e il mondo, in fuga verso un futuro che neppure loro sanno quale sarà, è metafora del ritorno alla vita. Un epilogo a suo modo epico, dotato della stessa potenza drammatica e lirica della fuga verso la libertà di Thelma e Louise, film con cui Tre manifesti a Ebbing, Missouri, condivide la centralità della questione femminile e lo scenario para-western. Ma mentre nella pellicola di Scott le due protagoniste, tenuto conto della loro situazione di ricercate con diversi reati alle spalle, per affermare la propria dignità e restare libere sentivano di non avere altra scelta se non quella di gettarsi nel vuoto, la Mildred di McDonagh sceglie un diverso modo di non arrendersi all’orrore della violenza maschile: combatterlo, a qualunque costo.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri, di Martin McDonagh: la magia della Settima Arte al culmine del suo splendore.

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