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Tre donne sole nella stessa casa. Intervista a Francesca Manfredi

Tre donne sole nella stessa casa. Intervista a Francesca ManfrediDopo Un buon posto dove stare, la raccolta di racconti con cui ha vinto il Premio Campiello Opera Prima, Francesca Manfredi torna in libreria con L’impero della polvere, edito da La Nave di Teseo.

 

L’abbiamo intervistata per parlarne con lei, capire le connessioni tra i due libri e i temi che sembrano ritornare a segno della sua cifra stilistica.

 

Da dove è partita per lavorare al romanzo?

Per la prima volta sono partita dal titolo, di solito uso titoli provvisori che poi cambio in corsa d’opera, a volte è l’ultima cosa che decido. Un buon posto dove stare era una battuta di dialogo – una frase pronunciata da un personaggio –, infatti è venuto dopo. In questo caso, invece, è nato tutto dal titolo: ero a casa e stavo ascoltando Hurt di Johnny Cash. And you could have it all, my empire of dirt, I will let you down, I will make you hurt. Da questa frase, da quel “my empire of dirt” è arrivato L’impero della polvere. Da lì si è scatenata l’immagine di una casa abitata da tre donne.

 

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Le tre protagoniste sono sole e legate da un legame di sangue, tre generazioni a confronto…

Volevo indagare il rapporto che si crea tra donne della stessa famiglia che sono rimaste sole e che condividono lo stesso spazio vitale. La nonna è sola in quanto vedova, la madre perché in parte ha deciso di esserlo, Valentina – la protagonista – ha appena dodici anni. Le tre donne sono molto diverse tra loro. La nonna rappresenta un mondo che sta finendo: è profondamente ancorata alle proprie radici e ha deciso di portare avanti un matriarcato che si è autoimposta rifiutando in tutti i modi l’aiuto degli uomini; la madre ha comportamenti disinvolti; Valentina è in piena fase di esplorazione di sé e si trova scissa tra le due. La nonna cerca di farle seguire una rigida dottrina cattolica, la madre spinge in una direzione diversa. Uno dei temi che volevo indagare è proprio questo conflitto e il rapporto di rifiuto-attrazione verso modelli diversi. Quello che la nonna non è riusciate a fare, e credo che sia una questione generazionale, è stato il passaggio di testimone. È quello che succede quando si eccede nel controllo: quando è un solo pilastro a regger la casa, nel momento in cui viene tolto la casa crolla.

Tre donne sole nella stessa casa. Intervista a Francesca Manfredi

In questo mondo matriarcale come ne esce la figura del padre?

Il padre è una figura positiva, per me rappresenta il raziocinio. Il suo vero e solo peccato è quello di non essere attivo, di essere sempre spaventato e quindi limitato nell’agire. Però è stato un buon marito ed è un padre amorevole, a suo modo presente e molto legato alla figlia.

 

Qual è il rapporto tra le tre donne, la casa e le sette piaghe bibliche?

Mi sono ispirata a questo episodio della Bibbia che mi ha sempre colpita e ho deciso, in maniera piuttosto matematica, di usarlo come elemento strutturale e portante della storia, come scheletro su cui costruire tutto il resto. Volevo che ci fosse questa scansione temporale e semantica ripetuta. Le piaghe che colpiscono la casa mi servivano sia per portare avanti la storia sia per sondare le reazioni delle tre donne a questi eventi. Tutte loro, in fondo, se ne sentono responsabili riconoscendo dentro di sé sia un potere magico, quasi sovrannaturale, sia una colpa legata al corpo. Tutto nel romanzo è molto legato al corpo. Dal punto di vista della morale cattolica, incarnata dal personaggio della nonna, la femminilità è fatta di colpe legate al corpo.

 

Quali sono stati i suoi riferimenti letterari per questo libro?

Nella scrittura ho cercato di rimanere in bilico tra realismo e tocchi di sovrannaturale, di magia. In tanti mi hanno detto che L’impero della polvere ricorda Abbiamo sempre vissuto nel castello. La Jackson, in effetti, è stata un riferimento insieme a molte letture fantastic horror che facevo da bambina. La grande casa di campagna è il mio topos letterario preferito e la casa del romanzo, come quelle della Jackson, è un elemento che rappresenta e amplifica le emozioni dei personaggi che la abitano, diventa il loro specchio e a sua volta personaggio. Il quarto personaggio femminile.

 

LEGGI ANCHE – L’istante in cui inizia il cambiamento. “L’impero della polvere” di Francesca Manfredi

 

Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di un romanzo troppo femminile, si è sei posta la questione?

Non credo di essere una scrittrice incentrata sul femminile e non amo fare distinzioni tra letteratura per donne e letteratura per uomini. La letteratura non ha genere. Nei miei racconti ho sempre messo in scena sia personaggi maschili sia femminili, quello che mi interessa è il comportamento umano. In questo romanzo mi interessava vedere come si muovevano tre donne chiuse nella stessa casa e lavorare sul loro corpo, quindi un corpo femminile. Come scrittrice credo profondamente nel potere delle storie in sé e come lettrice mi innamoro di un libro per la sua qualità, penso a La strada di McCarthy – uno dei miei romanzi preferiti – che è di una delicatezza incredibile eppure ha come protagonisti un padre e un figlio. Non ci sono donne, ma non mi sono sentita esclusa per questo. Penso che uno scrittore dovrebbe avere la capacità di mimesi di calarsi nei panni sia di un personaggio maschile che di un personaggio femminile, anche se tendiamo a scrivere di ciò che conosciamo e che abbiamo esperito, e forse tendiamo anche a leggerne.

 

Come è stato passare dalla scrittura di un racconto a quella di un romanzo?

Amo scrivere racconti, ma devo dire che abitare un romanzo mi ha divertita molto. La sensazione fisica è stata quella di avere più spazio e più tempo, di poter respirare con più calma, a polmoni aperti. Scrivendo un romanzo ci sono più possibilità di guardarsi intorno, di conoscere a fondo i personaggi vedendoli agire nella loro quotidianità. È stato difficile iniziare, ma quello lo è sempre. Rispetto ai racconti anche la scrittura cambia: qui ci sono frasi più ampie, più subordinate. È stato liberatorio, anche se non sono riuscita a liberarmi del tutto dal senso di controllo. La lingua è ancora molto controllata.

Tre donne sole nella stessa casa. Intervista a Francesca Manfredi

Scrive tutti i giorni?

Quando lavoro a un progetto di solito scrivo tutti i giorni, ma poco, è raro che scriva più di una pagina al giorno. Per L’impero della polvere, che è un romanzo abbastanza breve, ho lavorato un anno e mezzo. Mi prendo poi dei lunghissimi periodi di pausa in cui leggo molto, ma non scrivo.

 

Come lavora di solito, parte da una struttura o scrivi d’impulso?

Solitamente inizio da un’idea di partenza molto esile: può essere un’immagine o una frase di un dialogo oppure un vezzo, un tic di un personaggio che mi interessa studiare. Da lì di solito parto senza sapere dove arriverò. Per questo romanzo, invece, avevo bisogno di una struttura che mi aiutasse e mi desse un appiglio per andare avanti. Non sono una scrittrice da scalette e per i miei racconti non le ho mai fatte, spesso sapevo solo dove volevo finire, ma non sapevo cosa succedeva all’inizio, né nel mentre. Qui però sentivo il bisogno di una struttura portante e ho usato le piaghe bibliche proprio così: come uno scheletro sul quale appoggiare le storie dei tre personaggi e le loro reazioni rispetto a questo ribaltamento del mondo che conoscevano. Avere una struttura è rassicurante, ma può essere rischioso: quando sai troppo della storia che andrai a raccontare il rischio è di annoiarsi, invece è bello sedersi alla scrivania e scoprire quello che c’è da scoprire partendo magari anche solo da una suggestione.

 

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Dopo L’impero della polvere sta già lavorando a un nuovo progetto?

Da qualche tempo ho in testa un’idea – una storia della quale forse so già anche troppo rispetto al solito – e che credo possa reggere l’ampiezza e il respiro di un romanzo. Non c’entra niente con le case, stranamente.


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Per la prima foto, copyright: Craig McLachlan su Unsplash.

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