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“Tre anni luce” di Andrea Canobbio, il gioco del tempo

Andrea Canobbio, Tre anni luceIl tempo della coscienza, diverso da quello cadenzato all’ombra del chiostro di un monastero o dietro il recinto delle rassicuranti convenzioni dai ritmi forsennati al solo scopo d’impedirci di pensare, racchiude in sé il mistero della compresenza, come aveva già intuito Eraclito e come formalizzato da Agostino. Il passato, il presente e il futuro sono contestualmente nel concretizzarsi dell’azione che disvela la continua venuta al mondo dell’io. Si nasce, ma non una sola volta: ogni azione, anche nella sua apparente casualità (semplice refuso della coscienza che, per dormire in pace, finge di non accorgersi dell’inversione di posizione della “u”), è una ripetizione del passato che si riafferma nell’unico modo disponibile per non finire sepolto nella smemoratezza: ri-presentarsi, gettare le sue ombre sul futuro, diventarne le premesse ontologiche, fino a quando l’esplosione della mente non scompagina le fasi temporali e sovrappone il passato al presente, o l’eccessiva preponderanza del passato impedisce di tornare a nascere.

È intorno a questi due poli che ruota Tre anni luce di Andrea Canobbio (Feltrinelli, 2013), un romanzo che sfida la logica classica del rapporto tra tempo e racconto e tra narrazione e fatti narrati, un tentativo di andare oltre l’esperimento proustiano, rintracciando le origini del tempo non più in un percorso (pseudo-)biografico, ma nella ricostruzione genealogica della propria nascita: l’io narrante ci restituisce i tre anni precedenti il suo concepimento, raccontando delle persone che diverranno la sua famiglia. S’incrociano, dunque, le dimensioni temporali: il presente del narratore che ricostruisce il passato dei suoi familiari dalla prospettiva di chi ha già vissuto il loro futuro e, in un certo senso, lo incarna. Su tutti incombe l’ombra del passato che riaffiora nel ricordo di chi non c’è più («Il ricordo è una stanza vuota. Scomparsi gli scaffali ingombri di riviste, le sedie e il tavolo, scomparsi i quadri, il calendario e lo schermo del computer pieno di parole. Scomparso anche mio padre, seduto a battere sui tasti, annullato da migliaia di momenti identici, ogni giorno cancellato dalla ripetizione degli stessi gesti», p. 13), nelle ferite che sembrano rimarginarsi, lasciando, però, cicatrici in cui il passato può sedimentarsi in modo sempre più irreversibile («Pochi anni, e poi il segno lasciato da parole ed eventi si riassorbirà ogni volta più lento, come i lividi», p. 284), nei tentativi di ricostruirlo nel presente per combattere la perdita di memoria a breve termine (è il caso di Marta, la futura nonna del narratore), nel senso di pesantezza (e di spossatezza) che accompagna le azioni di tutti i protagonisti, come se subissero la zavorra del loro radicarsi nel passato, ancor più della paura delle conseguenze future, lasciando riaffiorare, in questo caso, l’immagine kierkegaardiana della ripetizione come vivere ricordando, sebbene, per Canobbio, siamo, almeno in apparenza, fuori dalla sfera religiosa.

Nel romanzo, c’è, però, una figura che risulta potentemente ambigua: il piccolo Mattia che, non ancora adolescente, porta su di sé il peso del tempo e di ferite che non riconosce, avendole ereditate da un passato che non è il suo, e che, forse, proprio per questo, sembrano essere più forti del desiderio di riaffermarsi lungo un percorso, dapprima, di autonegazione (rifiuto di mangiare) e, poi, di rinascita (allontanamento temporaneo dal nucleo familiare). Mattia è il tempo e ne contempla il silenzio, facendolo suo per forza d’abitudine; il suo giocare tra la voglia di vivere e il desiderio di cancellarsi lo pongono a metà tra il bambino di Epicuro («Il tempo è un bimbo che gioca con le tessere di una scacchiera: di un bimbo è il regno») e il cavaliere di Bergman che gioca a scacchi con la morte.

È sul finire del romanzo che tutto viene scompaginato e le dimensioni temporali nuovamente rimescolate. È annunciata la nascita del futuro narratore che, nel racconto, si è assegnato l’ambizioso compito di riportare ordine. L’immagine, potente come quella dell’Annunciazione, ha la stessa forza del bambino che guarda la Terra nella scena finale di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, a metà tra il segno di speranza e l’anticipazione della fine, come si conviene a chi, nascendo, porta con sé il germe della vita e quello dell’Apocalisse.

Il punto, però, in Tre anni luce, è proprio la narrazione che, talvolta, procede secondo l’unico registro del narratore: non rende le peculiarità linguistiche di ognuno dei personaggi, non ne restituisce lo stile autentico, che traspare da episodi e avvenimenti che rivelano sì il comportamento, ma all’interno di un intreccio che, in alcuni momenti, non si sposa con lo stile, lasciando il campo a soluzioni piuttosto semplici nella loro artificiosità, come quando Cecilia, futura zia del narratore e madre di Mattia, aiuta quest’ultimo con i compiti e le ritorna alla mente Viberti (futuro padre del narratore):
«I vigili del fuoco sono intervenuti subito e grazie all’autoscala sono saliti sul balcone e hanno portato in salvo il cane.
Era una strana associazione di idee: quando la conversazione si era fatta più rilassata, lui aveva detto di sentirsi un cane e le aveva detto che lei gli ricordava un gatto» (p. 126).

Resta un dubbio, dunque, dopo aver concluso la lettura di Tre anni luce: la tecnica narrativa scelta è davvero la più congeniale al romanzo o, forse, Canobbio ha optato per la soluzione più semplice, incasellando in una struttura lineare una storia che, invece, vive nel disordine proprio della vita?

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