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Tra vendetta e giustizia. “Articolo 353 del codice penale” di Tanguy Viel

Tra vendetta e giustizia. “Articolo 353 del codice penale” di Tanguy VielArticolo 353 del Codice Penale di Tanguy Viel, edito in Italia da Neri Pozza nella traduzione di Giovanni Bogliolo e vincitore del Grand-Prix RTL-Lire e del Prix François Mauriac 2017, è stato acclamato in Francia dalla critica e dal pubblico. Balzac e Camus: i due nomi a cui si è ricorso per trarre modelli e paralleli.

Indipendentemente dalla pertinenza dell'accostamento con i due grandi scrittori francesi, la tematica esistenziale e la ricorrenza del denaro e delle transazioni affaristiche nel romanzo di Viel appaiono indubbie incidenze. Quanto al protagonista, egli appartiene alla tipologia del vinto così dibattuta nella letteratura del Novecento: ha perso il lavoro, la moglie, vive grazie alla benevolenza dell’amico sindaco.

 

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L’articolo 353 del codice penale dell'ordinamento giudiziario francese concede al giudice la discrezionalità delle sentenze, in base alla propria personale convinzione protesa a equilibrare il rapporto fra legalità e solidarietà umana. Questo il succo di quanto estensivamente dichiara il suddetto articolo. È significativo che il titolo del romanzo, così circostanziato e burocratico, ricorra soltanto nell'ultima pagina a conclusione dei fatti narrati. Il perché è dovuto alla funzione di colpo di scena assunta proprio dalla menzione della normativa giuridica.

Il romanzo comincia dalla fine della storia. Martial Kermeur seduto davanti a un giudice confessa il proprio delitto: ha gettato in mare da una barca l’imprenditore Antoine Lazenec, lasciandolo annegare. Del giudice si sa solo che ha trent’anni e che è di poche parole. Si tratta d'altronde di un ascoltatore, le parole sono a carico dell'assassino che per tutta la durata del romanzo intesserà il proprio monologo.

A Brest, una volta chiuso l’arsenale, Kermeur rimane senza lavoro. Il sindaco del paese, Martial Le Goff gli affida da gestire una casa in vecchie pietre con tegole d’ardesia, dominante la rada e chiamata “castello” dagli abitanti. In cambio di questa funzione di “intendente al castello” Kermeur potrà risiedere con il figlio Erwan nella abitazione del guardiano.

Tra vendetta e giustizia. “Articolo 353 del codice penale” di Tanguy Viel

L’arrivo in città del faccendiere Antoine Lazenec porta scompiglio negli abitanti. Presentandosi come agente immobiliare, Lazenec prefigura per Brest un futuro da Saint Tropez del Nord, promettendo la costruzione di case di lusso e una stazione balneare nella rada della penisola di Finistere, nel cuore della Bretagna. Con fare disinvolto e parole ammiccanti convince molti cittadini a investire nei suoi progetti. Termini come complesso residenziale, investimento locativo e rendimento, spazi per fitness e altri iniziano a circolare e alla fine seducono gli abitanti, spingendoli a investire (molti, licenziati al pari di Kermeur, ricorreranno alla buonuscita avuta dalla chiusura dell’arsenale).

Il vecchio “castello” andrebbe demolito per lasciar posto alla costruzione di case di lusso. Anche Martial Kermeur consegna 512 mila franchi a Lazenec per il futuro acquisto di un appartamento “di lusso”. Ma alla presentazione di un grande plastico del progetto non segue la realizzazione dell’immobile e nemmeno si concretizzano le sbandierate promesse di trasformare Brest in una nuova capitale della villeggiatura. Passano sei lunghi anni, in cui non succede nulla, se non la contemplazione del segno indelebile del passato: i ruderi del “castello”, una prima gettata di calcestruzzo e presto fatiscenti frammenti murari. Il lettore non fa fatica a questo punto a ravvedere i segni del raggiro. Il monologo intrapreso dal raggirato non è che la consapevolezza di un abisso di cui per il momento non resta che la sola difesa del lamento.

La situazione che è andata a crearsi provoca ovvio disappunto, fino al punto di sfociare in disgrazie tra cui una luttuosa. Tra le altre cose il protagonista parla del figlio che di anno in anno crescerà nelle pagine del romanzo e da adolescente si fa giovane in pena per il padre, fino a compiere ciò che lui considera una giusta vendetta. Già dagli inizi della narrazione sappiamo che lui è in carcere ma il perché lo scopriremo solo alla fine.

Tra vendetta e giustizia. “Articolo 353 del codice penale” di Tanguy Viel

La grande forza di Articolo 353 del Codice Penale sta nella sua ambientazione e drammaticità raccontata in un’unità di tempo e luogo. La stanza del giudice funziona da cassa di risonanza per altri tempi e luoghi vissuti e sofferti dal protagonista. L’ammissione di colpa da parte di Martial Kermeur tenutasi nella stanza del giudice ci restituisce la frustrazione del personaggio che racconta in modo lucido una serie di eventi, perlopiù sconfitte. L'uso del discorso indiretto nel monologo rende particolarmente partecipata la sofferenza del protagonista, come se il “sordo furore” di cui si è parlato in sede critica ottemperasse a formare la distanza necessaria a guardarsi dentro, vittima del fuoriAppare possibile a questo punto attendere che il giudice emetta la propria sentenza, e che questa debba o possa essere umana oltre che giudiziaria. In questa attesa si profila la metafisica del racconto.

 

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L’evolversi del tempo sta a sua volta nel monologo di Kermuer e nella capacità dell’autore di dar forma alle sue parole man mano che il romanzo procede, riuscendo ad accordare tutti gli avvenimenti secondo una logica graduale. La lenta e particolareggiata confessione di Martial offre una caratterizzazione precisa dei personaggi.

L'uso costante della metafora rende paradigmatica la vicenda, spogliandola di una certa ingenuità nel presentare casistiche quali il raggiro e la spregiudicata speculazione imprenditoriale (chi consegnerebbe sull'unghia una notevole cifra di denaro a un “imprenditore” conosciuto da poco che oltre alle parole non garantisce che il nulla di una futura magione con vista panoramica?).

L'articolo 353 del codice penale che ripete il titolo del romanzo designa circolarmente, oltre allo sviluppo dei fatti concreti, pure un raccordo puramente letterario. Come si è detto l'uso continuo di metafore si configura come mezzo peculiare per narrare, il che fa apparire l'intera struttura narrativa come un'epica a rovescio delle sfortune e dei fallimenti umani.

Esiste però un giudice! L'Ascoltatore. Il Lettore.


Per la prima foto, copyright: Chris Brignola.

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