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Tra Sciascia e mio nonno: un viaggio nella memoria

Leonardo SciasciaEra l’altra estate, quella che ricordo soprattutto per la perdita del mio caro nonno, quando ho scoperto quanto una lettura possa essere sorprendente. Non che avessi qualche dubbio, ma certe volte meglio sgombrare la mente da ogni equivoco. Mio nonno non era stato particolarmente bene e io mi ero offerto di dormire con lui per controllarlo durante tutta la nottata. Come spesso accade in queste circostanze. il sonno è l’ultimo tuo alleato, eppure Dio solo sa quanto si vorrebbe dormire per poi magari risvegliarsi con la persona cara senza più alcun problema. Ma un ennesimo grazie lo devo dire a mio nonno grazie al quale anche in quella circostanza sarei rimasto stupito. La notte doveva pur trascorrere e non potendo accendere la televisione mi sono abbandonato ad una lettura. Fin qui niente di straordinario, se non fosse che ho letto Sciascia. Chissà quante volte anche durante le mie esperienze scolastiche mi è capitato di sentirmi dire che leggere Sciascia è un poco immergersi in ambienti che, da meridionale quale io sono, avrei riconosciuto ad occhi chiusi. Eppure non ero mai riuscito a leggerlo: probabilmente questo rifiuto era connesso con il pregiudizio che mi accompagnava fin da quando in prima liceo io e i miei compagni di classe avevamo dovuto commentare alcuni brani de Il giorno della civetta e da allora avevo cominciato ad avvertire un odio a pelle per quest’autore. Quella sera avevo provato a trovare qualcosa da leggere, ma tranne qualche rivista per pensionati, niente che mi avesse attirato più di tanto. Poi, ad un tratto, in un vecchio scaffale ecco comparire l’oggetto della mia scoperta, che forse agli altri apparirà poca cosa, ma per me sarà eclatante. Il libro in questione è Dalla parte degli infedeli di quello che, invece, oggi considero uno straordinario Sciascia. Il libricino per dir la verità è snello e si legge tutto d’un fiato e per quella notte era proprio l’ideale. Man mano che procedevo, avvertivo una strana sensazione di familiarità quasi che Sciascia avesse voluto creare un rapporto privilegiato con l’ipotetico lettore.

Quella sensazione, però, era anche qualcosa di più e non riuscivo a cacciarmi dalla testa che c’era qualcosa che dovevo cogliere e invece non ci riuscivo. Ad un certo punto ho cominciato a leggere la stessa pagina una, due, tre volte come chi cerca un indizio che forse è sotto gli occhi, ma che non si coglie. Il libro racconta Ficarra, il vescovo di Patti, che, inviso alla curia, era stato prima affiancato e poi sostituito da un altro prelato. Sciascia racconta la storia nella storia senza disdegnare di intervenire per dare risalto a una serie di episodi emblematici del periodo narrato. Emerge chiaramente quanto il vescovo titolare di Patti avesse agito spesso più per coscienza e per convinzione che non seguendo i dettami della Chiesa. Ficarra, infatti, in più occasioni deve aver infastidito con il suo fare la gerarchia della Chiesa, se ad un certo punto gli viene affiancato un giovane vescovo, calabrese e di belle speranze, che invece, in quel di Patti, doveva essere il baluardo della curia.
Calabrese? Forse era questa la chiave dell’enigma: la familiarità di Dalla parte degli infedeli era dovuta alla calabresità del nuovo vescovo. Eppure sentivo che non era ancora tutto e che c’era altro da scoprire. Intanto la lettura si faceva sempre più interessante e divoravo le pagine come in preda ad una ciclopica fame di sapere e di conoscere. Perché mi intrigava così tanto quella lettura lo compresi non appena il nome del vescovo che avrebbe affiancato il titolare apparve nella narrazione: Mons. Pullano. Ai tanti lettori di Sciascia e di questo blog non dirà nulla, ma a me parve di non aver letto bene tanto rimasi stupito dalla scoperta. Si trattava del vescovo Pullano, pentonese di nascita e di affezione almeno quanto lo sono io. Dunque, il vescovo fidato della curia e chiamato ad affiancare un altro prelato considerato però scomodo non era altro che un mio compaesano e Sciascia nel suo libro lo aveva reso immortale. Il vescovo Pullano rappresenta, nella narrazione, la Chiesa che interviene laddove si avvertiva il pericolo di una politica lontana dalla strada maestra e di un prelato che non si prestava alle forme canoniche di intervento. Sciascia naturalmente non è che volesse dare spazio al vescovo di Pentone in quanto tale, ma a lui fa indossare le vesti della Chiesa a cui nulla sfugge e che tutto può. In altri suoi scritti il buon Leonardo inquadra contesti e ambienti con straordinaria lucidità, ma in questo libricino riesce a dare un ulteriore esempio narrativo: vi è una cronaca che attraverso i protagonisti diventa un modello, una fotografia perfetta, potremmo dire, di un atteggiamento quanto meno criticabile.

Chi legge per la prima volta Dalle parte degli infedeli e non conosce la storia del Vescovo Giuseppe Pullano facilmente penserà ad una persona arrendevole alle regole clericali e, anzi, asservito completamente a quelle logiche. Sebbene passi questo messaggio, l’illustre pentonese fa il suo dovere di buon sacerdote prima e di visionario dopo, nel momento in cui diventa uno degli artefici della costruzione del santuario di Tindari. Se all’inizio dalla lettura di Sciascia può sembrare un sacerdote che agisce solo per nome e per conto della Chiesa ufficiale, non me ne voglia l’autore, ma lui è molto altro. Si ricordano, infatti, i tanti interventi di cui è stato artefice e promotore, inclusi i restuari dei santuari di Porto e di Tindari, così come la grande fama di uomo colto che gli derivava dall’essere un latinista vecchio stampo. Per non dire del suo contributo poi a Pentone e alla Calabria dove esistono segni tangibili del suo passaggio terreno. Quella notte ho scoperto uno Sciascia vicino più di quanto lo avessi mai avvertito, e soprattutto una critica oggettiva alla Chiesa che dovrebbe andare oltre gli uomini e gli stereotipi che a volte ha cercato di imporre.

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