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Tra caos e autoconservazione, Giuliana Altamura ci racconta il suo orizzonte della scomparsa

Tra caos e autoconservazione, Giuliana Altamura ci racconta il suo orizzonte della scomparsaSebbene per il titolo del suo secondo romanzo, L’orizzonte della scomparsa, uscito lo scorso nove febbraio per Marsilio, Giuliana Altamura si sia rifatta al sociologo e filosofo francese Jean Baudrillard (Il delitto perfetto, come la televisione ha ucciso la realtà, 1996), quando la ascoltiamo parlare durante la presentazione del libro nella sua Bari (città in cui è nata e cresciuta, prima di traferirsi a Milano e poi a Parigi per perfezionare i suoi studi sul teatro simbolista francese), sono piuttosto le parole della scrittrice, drammaturga e Premio Nobel tedesca Elfride Jelinek che tornano alla memoria come prefazione ideale alla storia che racconta:

«L’altrove serve alla vita che proprio lì non ha luogo, altrimenti vi saremmo tutti dentro, nel pieno, nella piena della vita umana, e alla osservazione della vita serve che essa abbia luogo altrove. Lì dove non si è». [Discorso pronunciato in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura nel 204; traduzione italiana a cura di Luigi Reitani]

L’altrove contemporaneo è il web, il cyberspazio, il virtuale, quel rinnovato caos primordiale che l’uomo del nuovo millennio sta provando a contenere, persino a dargli una forma. Ed è in questo altrove che Christian, giovane e virtuoso pianista, trasferitosi a Montréal per conseguire il dottorato insieme a un prestigioso maestro, incontra Lana, bellissima aspirante modella della Florida, in partenza per Parigi dove è stata chiamata a prendere parte a un reality. La loro personale interfaccia è costituita dal misterioso Blaxon H. che entrambi hanno conosciuto in rete e che li attrae, li distrae, li unisce e li respinge in una spietata partita a scacchi con le loro hybris personali.

Un romanzo forgiato con artigianale maestria, scritto con consapevolezza lessicale e straordinaria maturità narratologica, L’orizzonte della scomparsa di Giuliana Altamura ha tutte le carte in regola per traghettare il moderno romanzo italiano dal provincialismo che lo contraddistingue, con maggiore o minore prepotenza (a seconda delle epoche e delle fasi che attraversa), alle più spaziose latitudini del romanzo europeo.

 

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Come, quando, dove e, soprattutto, perché nasce questo suo romanzo?

La prima intuizione nasce a Montreal, dove vive mio fratello e dove sono stata nell’estate del 2013. Lì ho incontrato, letteralmente, il personaggio di Christian. Stavo passeggiando per strada e all’improvviso l’ho “riconosciuto”: ho visto la sua solitudine in una città che non conosce e non lo riconosce, la stessa solitudine che tuttavia lo “protegge”; l’ho visto dominare la città dall’alto e allo stesso tempo sprofondare in essa. Poi ho iniziato a scrivere mentre mi trovavo a Parigi, in questo quartiere africano alla periferia della città dove ogni sera, puntualmente, c’era gente per strada che si picchiava coi bastoni (e questo ancora prima degli attentati). Una grande violenza, un clima molto teso che mi obbligava quasi a rinchiudermi in casa già dopo l’ora di cena, ed è stato così che ho iniziato a vedere Catfish [un programma della rete MTV, n.d.r] dove ci sono due conduttori che aiutano a trovare gli amori virtuali dei ragazzi che li chiamano, scoprendo che quasi mai la loro identità reale corrisponde a quella che si sono creati sul web, e questo momento di agnizione finisce per avere un valore quasi catartico, perché si capisce che dietro c’è un disagio fortissimo, una forte alienazione rispetto alla vita di tutti i giorni: non riescono a socializzare, hanno problemi con la loro sessualità, soffrono di depressione, sono state vittime di bullismo… E, in qualche modo, arrivi persino a scusarli, a dirti che la colpa non è nemmeno loro. Ma allora di chi è la colpa, in questa società che ci fa sentire il male dappertutto? Proprio per rispondere a questi interrogativi e indagare in tematiche che sono molto contemporanee, quali quelle legate alla virtualità, è nato il romanzo.

Tra caos e autoconservazione, Giuliana Altamura ci racconta il suo orizzonte della scomparsa

Ogni personaggio della storia è calato in una sua tenebra. Per lei, come autrice, qual è stata la tenebra più difficile da esplorare?

Nel romanzo ci sono le mie stesse ossessioni, le mie paure, alcune delle quali rinvengono dal mio vissuto personale. Come Christian e Lana mi sono trovata a cercare di dare una forma al caos, una forma artistica, che poi è il tema principale della storia. Mi sono trovata a com-patire, etimologicamente, i miei personaggi, alla ricerca di un equilibrio tra il mio stesso lato oscuro e le necessità estetiche della forma artistica.

 

L’orizzonte della scomparsa è narrato dal punto di vista dei due personaggi principali, Christian e Lana. Due perfetti sconosciuti le cui vite si sono tuttavia intrecciate al punto da non avere quasi più confini, se non un terzo personaggio, Blaxon H., che però è un confine tutt’altro che neutrale. È solo una licenza artistica, o crede che davvero il virtuale possa legare in maniera quasi totalizzante (come nel romanzo avviene in particolar modo per Christian) l’esistenza di due persone, due vite, due percorsi, due mondi lontani, diversi, persino estranei? E, se è così, quale crede sia la pulsione – costruttiva o, al contrario, distruttiva – che ci spinge verso quella che è, di fatto, una forma di ignoto?

Credo che non sia né costruttiva né distruttiva ma piuttosto autoconservativa. In un certo senso nel web cerchiamo soprattutto noi stessi: quando ci si innamora di qualcuno senza averlo mai visto fisicamente né conosciuto materialmente, ma soltanto attraverso le sue parole, c’è una forte dose di idealizzazione, per cui alla fine ci metti una parte di te, qualcosa che tu cerchi per te stesso perché è a te che manca. Che è quello che succede ai personaggi. Per Christian, per esempio, Blaxon rappresenta il modo di abbandonarsi al suo lato oscuro. Al contrario Lana, che vive di pulsioni, ha bisogno che qualcuno le dia forma, che le dica chi è. Il suo Blaxon è questo. Di conseguenza, nel creare questo rapporto dei personaggi con Blaxon non faccio che metaforizzare la ricerca di sé da parte del sé. In questo senso parlo di autoconservazione, perché alla fine è una forma di solitudine estremizzata, autistica, rispetto a un rapporto vero dove bisogna per forza scendere a patti con la realtà.

 

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In che modo il suo rapporto con il web e il cyberspazio ha influenzato lo sviluppo della trama?

Be’, io personalmente non ho fatto utilizzi particolari né di Chatroulette né delle varie app usate o nominate dai personaggi. In questo senso ho studiato molto, approfondito, ricercato. Non sono attratta in modo morboso dalla tecnologia e forse è stato proprio questo distacco che mi ha aiutato a gestire la materia all’interno della trama. E tuttavia io stessa ho avuto relazioni virtuali e, anche se in maniera meno estrema e violenta, mi sono trovata in situazioni simili a quelle vissute dai personaggi.

Tra caos e autoconservazione, Giuliana Altamura ci racconta il suo orizzonte della scomparsa

Questo libro è denso di simboli e metafore che, verosimilmente, non avranno un’interpretazione univoca da parte di chi legge. Vuole raccontarcene una, magari quella che vorrebbe fosse catturata dai lettori nella sua pienezza?

Secondo me il grande tema è quello del desiderio di controllo che si riflette a vari livelli. A livello personale nel personaggio di Christian, che ha bisogno di controllare se stesso, le proprie pulsioni e per questo si affida al web per codificare i propri impulsi, anche sessuali. Sul piano artistico si riflette nella necessità di mantenere quel difficile equilibrio tra istinto e impulsività che sono alla base dell’arte, affinché l’arte possa essere fruibile.

 

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È credibile che, in un tempo sempre più riflesso nel virtuale, l’arte resti l’unica realtà possibile?

No, questo no. L’arte ha sempre bisogno della realtà per crearsi, è un sistema di sussistenza per l’uomo, per rielaborare il suo vissuto e dare un senso alla vita e, appunto, alla realtà. L’arte è necessaria per raccontare la vita, in un’altra forma. Arte e vita saranno sempre un connubio, l’una sarà sempre indispensabile all’altra.

 

Concludiamo con una domanda retorica, ma neanche tanto… Quali sono i suoi tre romanzi amatissimi? Quelli che l’hanno ispirata nella vita, guidata come scrittrice, appassionata come lettrice?

Sicuramente Il soccombente di Thomas Bernhard, dove tra l’altro il protagonista è un pianista come Christian; Le affinità elettive di Goethe e Trilogia della città di K. di Ágota Kristóf, in assoluto i miei preferiti.


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