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Torna il mercante di libri di Marcello Simoni

Torna il mercante di libri di Marcello SimoniDopo sette anni dall’ultimo volume della trilogia di Marcello Simoni dedicata al Mercante di libri, l’autore di Il mercante di libri maledetti ritorna a seguire le orme di Ignazio da Toledo con Il segreto del mercante di libri (Newton Compton).

Ovviamente siamo sempre nel Duecento, nel 1234 per essere precisi, e il nostro Ignazio è in Spagna dove ha l’arduo compito di trovare la Grotta dei Sette Dormienti, all’interno della quale pare che sette martiri cristiani si sarebbero addormentati di un sonno eterno. Ma non finisce certo qui, perché conclusa quest’avventura Ignazio dovrà fare i conti con la scomparsa della moglie e un’accusa di omicidio che grava sul figlio Umberto.

Di Ignazio e del ritorno della saga a lui dedicata abbiamo parlato direttamente con Marcello Simoni.

 

Dopo sette anni da Il labirinto ai confini del mondo, che chiudeva la Trilogia del Mercante dei Libri, ritorna con Il segreto del mercante di libri, che di quella trilogia rappresenta il seguito. Cosa l’ha spinta a proseguire in questo cammino?

Da appassionato lettore di Clive Cussler, potrei dire che Ignazio da Toledo è il mio Dirk Pitt. Con lui l’avventura non finisce mai, forse perché lui è il personaggio attraverso il quale, meglio di tutti gli altri, riesco a trasmettere la mia passione per il Medioevo e per i suoi misteri. È stata quindi una scelta obbligata, dopo una lunga e sofferta pausa, indossare di nuovo i panni del Mercante e rimettermi in viaggio per la Spagna del XIII secolo. Non nascondo di aver provato una fortissima emozione nel riprendere il filo di una narrazione lasciata in sospeso sette anni fa. È stato un po’ come tornare agli esordi della mia carriera di scrittore.

 

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Ignazio da Toledo è il protagonista di questa saga. Com’è evoluto il personaggio dal primo volume, che risale al 2011 (nella versione definitiva pubblicata da Newton Compton), fino a questa nuova avventura?

Ignazio è rimasto fedele a se stesso, proprio come il mondo duecentesco che lo circonda. È il mio stile di scrittura, tuttavia, a essere cambiato. “Maturato”, per meglio dire. Del resto, Il mercante di libri maledetti è stato il mio primo romanzo. Da allora mi sono misurato con molte prove narrative, innumerevoli personaggi e trame storiche differenti. Il quarto capitolo del Mercante arriva dopo la pubblicazione di sedici romanzi che, oltre a consolidare il mio successo, mi hanno insegnato una cosa fondamentale: l’intreccio tra ricerca storica e immaginario è, per quel che mi riguarda, un’inesauribile fonte di stimoli narrativi.

Torna il mercante di libri di Marcello Simoni

La trilogia copre un arco temporale che va dal 1218 al 1234. Quale percorso ha seguito per immergersi nel Duecento?

Un percorso niente affatto convenzionale. Mi sono aggirato in un labirinto di pergamene manoscritte, diavoli scolpiti nella pietra, mercati vocianti, armigeri dagli elmi splendenti, selve intricate, città dalle torri merlate, porti odorosi di salsedine, catacombe piene di segreti. Il Duecento è un viaggio senza fine, un mosaico che si compone d’Oriente e d’Occidente, una Babele di parlate e dialetti delle più svariate provenienze, un’inestricabile commistione di fede, intelletto ed esotismo. La vera domanda, forse, dovrebbe essere: come ha fatto a riemergere, dopo tanto vagabondare, da questo ginepraio?

 

Lei pubblica quasi esclusivamente romanzi storici. Da dove nasce questa predilezione? E quali responsabilità comporta per uno scrittore contemporaneo maneggiare la storia e renderla fruibile attraverso una narrazione?

La verità è che l’epoca contemporanea mi annoia e, spesso, mi annoia anche la narrativa ambientata ai giorni d’oggi, cinema e serie tv comprese. È tutto troppo grigio, scontato, omologato: mi sa di pagina di rotocalco. Immergermi nel passato mi riporta invece alla leggerezza dei romanzi di Stevenson, come se parola dopo parola mi ritrovassi a cavalcare tra gli alberi di una selva sperduta o a veleggiare tra le onde del mare. È questo senso di leggerezza che vado cercando, questo senso di libertà che, in fase di scrittura, si trasforma in un gioco di prospettive, una sorta di otturatore dell’immaginario costantemente rivolto allo scenario storico. Uno scenario che non deve mai essere distorto o manipolato. La Storia entra nei miei romanzi come un personaggio sempre in agguato dietro le quinte: schietto, taciturno e discreto, ma capace di sguardi di disarmante intensità. Tutto questo va ben oltre la responsabilità del narrare il Medioevo: è un patto tra me e i miei lettori, una promessa che rinnovo ogni qual volta inizio a buttare giù una nuova pagina.

Torna il mercante di libri di Marcello Simoni

C’è un successo sempre più crescente per i romanzi, e per i thriller in particolare, di ambientazione storica. Come si spiega questo forte interesse da parte dei lettori?

Il romanzo storico non è solo un “genere narrativo”. Non è solo una macchina del tempo in cui ritrovare e rivivere le realtà del passato. È anche un modo molto elegante per dire “C’era una volta”, ossia per sfuggire alle ganasce della quotidianità e di tornare, per un attimo, bambini.

 

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Un tale successo comporta, tra le varie conseguenze, un proliferare di autori che intendono dedicarsi a questo genere. Quali consigli si sente di dare loro? Cosa non devono assolutamente fare e cosa invece va fatto per approcciarsi a un romanzo storico?

La guerra dei cloni è una conseguenza inevitabile del successo. L’una è legata all’altro da un rapporto di causa-effetto. L’unico consiglio che posso e che mi sento di dare al riguardo è seguire l’originalità, ossia scrivere e pubblicare non quel che si aspettano gli altri, non ciò che sembrerebbe soddisfare il mercato, ma quello che ci fa stare bene. Quando inizio a lavorare a un romanzo, me ne frego di pensare se la mia opera avrà o non avrà successo. Tutto quel che ha importanza, al momento, è divertirmi. E i miei lettori se ne accorgono.


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Per la prima foto, copyright: Nik Shuliahin su Unsplash.

Per la terza foto, copyright: Maurizio Cinti.

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