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“Togliamo il disturbo – saggio sulla libertà di non studiare” di Paola Mastrocola

Togliamo il disturbo – saggio sulla libertà di non studiare, Paola Mastrocola[Proponiamo una seconda recensione dopo quella di Chiara Dell'Acqua, un libro che sta facendo molto discutere insegnanti e non solo]

Paola Mastrocola mi piace di più come saggista che come narratrice; ora l’ho capito. Può sembrare un giudizio un po’ incauto, o sbrigativo, ma questo è il mio sentire. Mi aveva entusiasmato, tanto, a suo tempo, “La scuola spiegata al mio cane”; meno, senza dubbio, “La gallina volante” e “Una barca nel bosco”. Tuttavia, proprio grazie alla mia ultima lettura, ho rivalutato quest’ultimo: e determinati passaggi che m’erano sembrati stucchevoli li ho inseriti, quanto meno, all’interno di un pensiero logico e coerente. Come se il romanzo fosse la dimostrazione pratica di quanto affermato nel saggio; con la sola differenza che di solito prima si espone il teorema e poi se ne portano le esemplificazioni. Ma la Mastrocola non credo se ne curi.

Non potevo quindi  non leggere il nuovo testo che ha pubblicato per Guanda, “Togliamo il disturbo – saggio sulla libertà di non studiare”. Un po’ perché era lei a scrivere, e sapevo che mi sarei innamorato dei suoi discorsi (amore a priori?); un po’ per il titolo, così provocatorio ma legato ad emozioni che sento vicine alle mie; un po’ perché, scorrendo un’intervista, avevo appreso che l’autrice voleva parlare a lungo della cultura umanistica a scuola, e mi sono sentito tirato in causa. Mi sento preso in causa ogni giorno, per essere onesti; quando sento discutere dell’inutilità di studiare una lingua morta (che sarebbe il latino: ma i miei studenti sanno che si tratta di una lingua “storicamente conclusa”), di tagli alle ore di lettere, della mancanza di senso della scuola in generale, soffro; una sofferenza profonda, che mi fa sentire inadeguato, che mi fa domandare se quello che ho scelto di fare è ancora attuale.

Il saggio della Mastrocola è proprio suo; intendo: non prosegue in modo lineare, scientifico, ma attraverso grandi ondate di parole, sempre sceltissime e di immediata comprensione. Non mancano gli esempi, i ricordi di classe e di vita vera, i ritorni di episodi minimi; e poi, la semantizzazione di alcuni elementi del discorso. L’autrice dà il nome alle cose, le rimodella, e ci accompagna in questo gioco intellettuale; ecco ad esempio che Carlo Martello, quanto meno oscuro per i più, diventa nel proseguire del discorso un momento chiaro, un’àncora lessicale efficace per comprendere alcuni ragionamenti. “Si fa capire senza difficoltà, e questo per alcuni è intollerabile”, osserva A. Lalomia su orizzontescuola.it, e non avrebbe potuto dire meglio.

L’autrice è di parte, smaccatamente di parte. Non lo nasconde e non si preoccupa minimamente di farlo. La sua è una posizione classica, forse conservatrice (quanto meno secondo le idee di un paio di amiche che hanno letto con me il libro e a cui non è piaciuto); anche quando sostiene di essere neutrale ed oggettiva, non lo è. Però scava dentro; traccia un solco profondo nella sensibilità di chi si trova a vivere quotidianamente queste situazioni ed esperienze, e magari non è mai stato in grado di dare un nome preciso, di razionalizzare quello che gli o le succede.

Se si vuole, il limite del testo è e sarà sempre questo: la parzialità del pubblico. Farebbe bene ai genitori leggerlo, farebbe bene a molti studenti e a molte studentesse; farebbe bene a chi parla di scuola e non ne sa nulla, eppure si trova a pontificare (parlo anche della signora di Viale Trastevere, sì). Tuttavia, il pubblico sarà ben diverso: insegnanti già schierati che troveranno solo rabbiosa conferma delle proprie idee in queste pagine. A parziale smentita, m’è piaciuto sapere che Giorgio Israel ha letto e recensito il libro sul suo blog; ma a ben pensarci, stiamo parlando di un uomo di una pasta culturale di ben altro spessore rispetto ai tecnocrati. Sto meditando di far leggere ai miei ragazzi di terza liceo proprio questo libro per l’estate; contravvenendo, se vogliamo, esattamente ad un assunto del libro, laddove si parla di “libertà di non studiare”. Eppure credo faccia bene anche a loro scontrarsi con un’immagine negativa della loro generazione, magari con la segreta speranza che qualcuno, orripilato da quanto legge e non riconoscendosi, s’alzi in piedi urlando: io no! Io voglio studiare.

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