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ToCult – Torino Film Festival e “El lugar de las fresas”

Torino Film Festival 2013«Ci sono molti posti al mondo che si somigliano. Uno di questi è il mercato all’aperto»
(dal film El lugar de las fresas)

Siccome spesso nelle narrazioni occorre scegliere una parte per il tutto, a Torino c’è stato il trentunesimo Torino Film Festival e il #TFF31 è stato, per chi scrive, il documentario El lugar de las fresas.
Perché?
I motivi sono due. Il primo è questo: perché non ho capito come la regista abbia fatto. Il secondo è questo: perché a distanza di giorni mi ritornano frasi, immagini, musiche, insomma ci penso ancora e ancor di più. Per cui devo parlare di questo film.

Di Maite Vitoria Daneris si sa che è nata nel 1978 a Madrid, nel 2005 atterra a Torino per quella che dovrebbe essere la vacanza di una settimana: colpita dalla città, decide di trasferirsi. Il secondo colpo di fulmine la notte di un anno dopo.

A Torino c’è un mercato, un grosso mercato. Dicono il più grosso mercato all’aperto d’Europa. È il mercato di Porta Palazzo, un luogo del mondo più che della città. Qui venivano un secolo fa i piemontesi delle campagne a commercializzare merci, qui vennero cinquant’anni fa gli immigrati del Sud Italia, per Porta Palazzo sono passati vent’anni fa gli immigrati africani e dieci anni dopo quelli rumeni. Insomma, immaginàtela oggi: questo è l’ombelico del Mediterraneo, dove a camminarci puoi ascoltare in pochi metri il piemontese, l’italiano e almeno una ventina di lingue diverse.

Maite ci finisce una notte con la sua videocamera. Vuole fare in Italia, a Torino, il suo primo film. E vede cose.
Vede Lina Garrone, una signora minuta che alle due del mattino arriva con il suo furgone, agita le braccia nerborute e scarica cassette. Poco alla volta altri umani parcheggiano camioncini e station wagon, qualche ora e tutto è pronto per il mercato del giorno, sono le cinque del mattino e a Porta Palazzo i primi torinesi comperano frutta e verdura appena arrivata dalle campagne della zona. Maite ha l’istinto del narratore – si sa che il narratore è da sempre un po’ voyeur – e filma la signora Lina da lontano. È incredibile la signora Lina: settant’anni di potenza essenziale, quelle braccia sono fuoco. La sua lingua, scoprirà Maite, ancor di più.

Diventano amiche. I piemontesi son gente strana: il luogo comune dice falsi e cortesi. Il che ha un cenno di verità ormai omeopatizzata, dico, invece, che il piemontese è, a differenza del generico meridionale, diffidente. Tuttavia basta poco perché, una volta annusato lo sconosciuto, il piemontese apra casa.

Lina la contadina piemontese apre la sua casa di San Mauro a Maite la spagnola. È un rapporto che ha il sapore di qualcosa che si mastica dilatando i benefici del gusto, un’amicizia che si solidifica nel corso del tempo, che non paga dazio all’irruenza dell’immediato. Passano le stagioni, Maite a casa di Lina, la domenica, i giorni di settimana, c’è il sole, poi la neve, poi di nuovo il sole. E sempre quella telecamera.

C’è un momento, nel film, in cui la piemontesità dei nonni s’infrange potente sull’oggi attuale. Quando Lina accoglie Maite nel suo orto e la saluta come si saluta un amico caro e soltanto dopo si accorge dell’inseparabile cinepresa. Lina dice: «Ahhhh, tu! Sempre lì con quella cosa…», e lo dice materna, ziesca, sorridente, come la nonna quando il nipote va oltre nella sua passione, valica il limite di ciò che è “misura” agli occhi del saggio, eccede. Il paternalistico, in questo caso maternalistico, rimprovero che contiene sotterraneo il via libera, una sorta di «Ti devo redarguire, ma sono con te».

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El lugar de las fresasNella vita di Lina e Maite entra poi Hassan, un marocchino che, come tanti nel corso della storia, si è trovato a passare da Porta Palazzo alla ricerca di un lavoro. E Lina la piemontese lo accoglie, gli apre il suo orto, la sua serra, c’è una scena in cui Lina va alla Coldiretti e si scontra con la burocrazia italiana cui tuttavia adempie fedele: vuole smettere, ormai anziana, poco a poco la sua vita al mercato, vuole cedere questa possibilità ad Hassan, ormai suo dipendente fisso, perché «se lo merita». E però la burocrazia, si sa, spesso è un’inspiegabile spirale.

Lina, Hassan e Maite: questa è la storia di un’amicizia che scorre lungo le vie del tempo e passa per gli zucchini e i cetrioli, mani callose bianche e color cioccolata che s’interrano per qualche centimetro e ne riescono nere nelle unghie. È una storia dei popoli, la storia di un non luogo, è il backstage del non luogo: ciò che sta dietro il banco in piazza che il cittadino spettatore non vede: egli si limita a comperare l’insalata dal miglior offerente in rapporto qualità prezzo. Questo documentario racconta il rapporto tra gli uomini e le donne di questo Piemonte oggi che davvero è Italia, là dove Italia oggi è mondo, comunitario e no, è una storia del lavoro contadino attuale, è la storia di mille storie.

Ci penso e non so come abbia fatto. A creare, la regista, quell’atmosfera magica che arriva dal racconto semplice di cose semplici, una camera, la terra, un furgone, la saggezza del contadino, la meraviglia dell’immigrato, la neve, le braccia arse dal sole, le rughe, i calli, la notte. Potrebbe essere il montaggio, certo, le riprese sono durate sei anni, sarà questo – il passare delle stagioni – a regalare il valore aggiunto, allora se così è la Daneris è stata bravissima al montaggio, ma…

…ma non sono tanto sicuro si tratti soltanto di montaggio. È che pur scrivendone non riesco ancora a isolare singoli fattori che hanno portato all’atmosfera vissuta. Il cinema Lux ha tributato la standing ovation, si sono alzati tutti in piedi per Lina, Maite e Hassan, che in sala salutavano quasi con imbarazzo gli spettatori ammaliati che non smettevano di stringer loro le mani e complimentarsi. Caso raro per un film, figuriamoci un documentario.

Ho scambiato due parole con Maite. Si augura il film possa trovare un distributore. «Dipende anche da come andrà questo festival», ha detto. È stato giustamente premiato, ma l’essere nelle sale i primi mesi del 2014 è un’altra cosa.

In ogni caso, ho messo il sito tra i preferiti: El lugar de las fresas, il luogo delle fragole, che sarebbe il paese di San Mauro Torinese, prima cintura di Torino, Italia, Europa, Mondo.


Puntate precedenti
ToCult 1: alla stazione Porta Nuova.
ToCult 2: la cultura libraria che trapassa in quella cinematografica.
ToCult 3: tra il pubblico del Premio Calvino.
ToCult4: la Libreria Fontana.
ToCult5: la Libreria L’angolo Manzoni.
ToCult6: Portici di carta.

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