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Tito Faraci ci racconta “La vita in generale”

Tito Faraci ci racconta “La vita in generale”La vita in generale, il romanzo di Tito Faraci edito da Feltrinelli, è sorprendente. Un racconto carico di umanità, di ironia e di dura realtà. La vita in generale è la storia del Generale, Mario Castelli, dapprima manager e persona di successo, sprofondato velocemente nel baratro. È un barbone che vive ai margini in un mondo in cui ancora riesce a esprimere, forse suo malgrado, una leadership che gli altri gli riconoscono e che gli è valsa l’attribuzione di quell’appellativo. A un certo punto, compare Rita che ha bisogno di trovare il Generale per le sue competenze finanziarie per scongiurare l’acquisizione dell’azienda paterna da parte di una combinata franco-cinese. Il romanzo è popolato di personaggi che rappresentano l’umanità con cui abbiamo contatti tutti i giorni,tipologie ben descritte, inserite in un meccanismo narrativo avvincente. Per saperne di più abbiamo intervistato Luigi “Tito” Faraci, già autore di Tex Willer, Magico Vento, Topolino, Zagor, Lupo Alberto, Diabolik.

 

Come mai ha deciso di affrontare questo aspetto della nostra società odierna e come ha lavorato per raccontarlo ai lettori in maniera così accurata e dettagliata?

Rispondo molto volentieri a questa domanda perché significa raccontare l’inizio di questo percorso, ovvero decidere che cosa raccontare. Il tema dei senza tetto e le difficoltà di mettere insieme il pranzo e la cena mi sembravano adatte: la mia intenzione, però, era quella di scrivere di questo argomento col sorriso, ma senza far distogliere lo sguardo del lettore dai veri problemi, tenendo gli occhi bene aperti. Insomma, affrontare con umanità un argomento doloroso, per avvicinare e non per allontanare. Questo approccio arriva dalla mia formazione e dal mio lavoro quotidiano nel mondo dei fumetti disneyani, dove ogni giorno, ad esempio, raccontiamo le difficoltà di Paperino di tirare a campare. Quando ho terminato il romanzo ho realizzato di essermi spinto molto in avanti, molto più di quanto avrei immaginato all’inizio scrivendo un romanzo sulla crisi e sulla miseria che caratterizza i nostri tempi. Mi è venuta in mente questa trama nelle sue grandi linee e mi sono documentato avvicinandomi innanzitutto al mondo dei barboni (si chiamano così anche tra di loro) e sono andato all’associazione più importante che opera a Milano “Scarp’ de Tenis”, dove mi hanno raccontato in maniera molto dettagliata come vivono i barboni e le loro leggi non scritte. Mi ha fatto molto piacere, a libro uscito, ricevere i complimenti di persone che operano in questo campo perché sono riuscito a descrivere bene quel mondo. Ho parlato anche con Francesca Barra che ha scritto Tutta la vita in un giorno – Viaggio fra la gente che sopravvive mentre nessuno se ne accorge (Rizzoli), un libro dello scorso anno che racconta la sua esperienza con i senzatetto a Milano. Non ho piegato la realtà alle esigenze narrative perché soprattutto volevo raccontare una storia e mi sono preso la giusta libertà di inventare e costruire delle cose. L’associazione di cui si parla nel romanzo non esiste, ad esempio. E poi l’altro grande argomento da “studiare” è stata l’alta finanza. Ho trovato consulenti che mi hanno raccontato cose di cui non avevo la minima idea. Ora so come funziona un crack finanziario…

 

Forse fa più paura quest’ultima realtà…

Fa’ bene a dirlo. Il romanzo punta a raccontare due mondi, due realtà differenti ed eventi drammatici con una lettura ironica: nei confronti dei senzatetto ho usato un’ironia che esalta le assurdità di quella situazione ed è piena di comprensione, mentre nel secondo caso, mi sono permesso, ben volentieri, la derisione.

 

C’è qualche storia o qualche personaggio che ha incontrato e le ha dato l’ispirazione?

La parabola di rimanere senza lavoro e di conseguenza senza un tetto e senza una famiglia, quella discesa infernale che ti porta a piccoli crimini per sopravvivere è molto comune e diffusa. Anche i segnali positivi che ho inserito nel romanzo, gli espedienti per cavarsela ogni giorno sono assolutamente veri e frutto di esperienze quotidiane. Per fortuna, c’è gente che si adopera molto per queste persone con risultati encomiabili.

Tito Faraci ci racconta “La vita in generale”

Come è nato il titolo di questo romanzo La vita in generale?

È molto divertente l’episodio da cui è nato: ero ancora agli inizi della stesura e non avevo in mente nulla per il titolo e stavo chiacchierando con il mio editor. Mentre parlavamo del romanzo, mi chiede: «Come va la vita in generale?». In quel momento ero molto preso dal romanzo e quasi avevo dimenticato la vita in generale, ma uno di noi due, non so bene chi, ha detto a un certo punto «Beh, potrebbe essere un bel titolo…». In effetti, come titolo andava benissimo, non solo per il riferimento al personaggio per il quale cercavo un soprannome (Mario Castelli, detto “Il Generale”, ndr), ma anche perché questa frase che pronunciamo così sbadatamente racchiude il senso di tante cose importanti della vita. Diciamo che ho avuto molta fortuna, in questo caso.

 

Ci commenta questo passaggio del libro? «Per rinascere, bisogna prima morire. E io sono stato un uomo morto. So che cosa significa perdere una vita. Già. Quando chiedete come va “La vita in generale” vi riferite a quell’insieme di cose ovvie, che sembrano marginali rispetto all’argomento del giorno. È una domanda che si fa così, per abitudine e per cortesia, senza un reale interesse. “E la vita in generale?”»

Ogni giorno affrontiamo problemi che ci sembrano giganteschi, ma sono vere inezie se le guardiamo da lontano o da un altro punto di vista. Sembra così banale che non vale la pena dirlo, e invece bisogna ribadire quanto sia importante avere attorno le persone che ci vogliono bene, un lavoro, un tetto sopra la testa. Non riusciamo a vivere vedendo la vita in generale, nel suo insieme.

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Come è stato il passaggio dalla sceneggiatura dei fumetti alla stesura di un romanzo?

Rispetto alla mia solita produzione narrativa, ci sono due grossi scarti, due grossi spostamenti laterali. Il primo è stato quello di cambiare la cassetta degli attrezzi, come direbbe Stephen King: quando progetti la sceneggiatura di un fumetto c’è una distanza tra quello che scrivi e quello che verrà realizzato, mentre nella prosa la distanza è zero perché quello che vedi sul monitor, al netto del lavoro dell’editor, è ciò che il lettore leggerà direttamente. Quindi il rapporto con la scrittura è molto intimo, molto vicino. L’altro grosso spostamento laterale è stato quello di uscire dalla narrativa di genere che è quella che pratico normalmente, dal western all’horror alla fantascienza, per raccontare una storia che potrebbe rientrare nei canoni della commedia, ma non certamente di genere. Naturalmente alcuni attrezzi della cassetta che uso di solito mi sono serviti: come e quanto documentarmi, come tenere desta l’attenzione del lettore, come dosare i colpi di scena, che ritmo dare, come far tornare i conti. Questi ultimi sono gli attrezzi del mio mestiere.

Tito Faraci ci racconta “La vita in generale”

Si è permesso anche una citazione soprannominando Zagor uno dei personaggi che i fumetti non li legge e guarda solo i disegni…

Sì, il romanzo è pieno di omaggi affettuosi al mondo del fumetto, anche se il personaggio di Zagor non assomiglia per nulla all’eroe che conosciamo. I soprannomi spesso vengono dati per esaltare al contrario alcune caratteristiche e peculiarità. Sono molto affezionato alle mie ossessioni e ho voluto inserirle nel romanzo.

 

Oggi i fumetti sono alla ribalta con i recenti successi di Gipi e Zerocalcare

Sì, c’è una maggiore attenzione. Magari il fumetto popolare in edicola vende meno rispetto a un tempo: venti anni fa tutti leggevano i fumetti perché era un fenomeno diffuso come la televisione, mentre oggi i lettori sono diminuiti, anche se il dato confortante è che sono molto attenti, appassionati e si documentano. Noi narratori ci sentiamo gratificati per questo, perché c’è più rispetto e attenzione. Anche il mio lavoro di sceneggiatore per fumetti non è stato nascosto nella promozione di questo romanzo e ciò mi ha riempito di orgoglio perché è considerato quasi un valore aggiunto.


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