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Thomas Hettche, il dove e l’altrove nell’isola che c’è

Thomas Hettche, il dove e l’altrove nell’isola che c’èL’Isola dei Pavoni di Thomas Hettche esiste veramente. È un isolotto naturale raggiungibile in traghetto da Berlino, area naturale protetta e patrimonio dell’umanità. Si chiama Pfaueninsel, isola dei pavoni appunto, ed è un’oasi di bellezza e serenità grazie alla presenza dei suoi bellissimi giardini all’inglese e del suo bianco castello. Quello stesso castello che nel romanzo dello scrittore tedesco edito in Italia da Bompiani (traduzione di Francesca Gabelli) fa da sfondo alla storia di Marie e di Oskar; quel castello che è insieme croce e delizia dei due piccoli fratelli. Piccoli in ogni senso. Sono bambini quando la loro avventura sull’isola dei pavoni incomincia. E sono sempre piccoli, ma solo in altezza ‒ misurano 1 metro e 25 cm e il “politically correct” impone di dire che sono affetti da nanismo ‒, quando, crescendo insieme alla corte del re e della regina, tra leoni e canguri, architetti e giardinieri, principi e principesse, scoprono che «nessun luogo – o meglio, nessuna vita – può considerarsi davvero al sicuro».

Non è al sicuro Marie, la vera protagonista della storia. Personaggio realmente esistito ma quanto mai misconosciuto, si afferma come soggetto e oggetto insieme della narrazione. Siamo nel XIX secolo, l’Europa ha appena trionfato su Napoleone, la cerniera tra regresso e progresso inizia a chiudersi tracciando una linea discontinua ma inevitabile.

 

Thomas Hettche, il dove e l’altrove nell’isola che c’è

Marie vive in un mondo che somiglia a una fiaba, tra mori, giganti e, soprattutto, una natura che ha del miracoloso; una flora e una fauna che sembrano appartenere a un sogno, rigogliosi, selvaggi, potenti. Ma la nuova era dell’industria e dello sviluppo tecnologico e intellettuale prescrive un diverso ordine delle cose e in questa sorta di giardino dell’Eden interviene la mano del famoso giardiniere prussiano Peter Joseph Lenné a strutturare, regolare, rifinire e organizzare ciò che era nato libero e indisciplinato, impetuoso e primitivo.

 

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Marie è la “signora del castello” ma anche la delicata preda sessuale del Re, è una bambina smarrita nel suo mondo fantastico, ma ha pure smarrito un bambino, è una dolce fanciulla innamorata ma anche un’eroina infelice.

Tutto, in questo libro, è fuga, proiezione, finzione o auto-finzione e l’isola rappresenta allo stesso tempo un rifugio e una prigione. Tutto è doppio nella scrittura di Hettche, tutto è sia una cosa che l’altra. È il dove e l’altrove. È fantasia e, al contempo, non lo è. È favola, ma è anche storia, anzi Storia. È allegoria, fine citazione di oltre un secolo di cultura letteraria, da Rousseau (il conflitto tra stato di natura e stato di cultura) al tamburo di latta di Günter Grass (Oskar, il fratello di Marie che richiama, nel nome e non solo, il suo omonimo narrativo). È l’Europa ed è la Prussia, che proprio nel secolo decimonono affonda le sue radici politiche, quel viluppo di potenza militare e influenza filosofica che se da una parte contribuirono all’unificazione del paese, dall’altro costituirono le premesse per il precipizio in cui cadrà nel corso del secolo successivo.

Thomas Hettche, il dove e l’altrove nell’isola che c’è

Funambolico è quindi anche lo stile chiamato a reggere un tale equilibrio di opposti e complementi. E tuttavia, su una corda tanto sottile, ogni tanto si nota uno scivolamento, un irrigidimento; il narratore, onnisciente, si colloca deliberatamente nel presente, a distanza di sicurezza, insomma, e ciononostante certe semplificazioni e accelerazioni della fabula appaiono chiare qua e là, scalando gli anni di decennio in decennio, premendo gli eventi in un tramaglio troppo sintetico, diviso in capitoli altrettanto brevi. Dall’altra parte, si trova, invece, un’attenzione ai dettagli più feroci e drastici della sessualità di Marie che rasentano un gusto prettamente voyeuristico del narrare.

 

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Ma se le premesse sono così ambivalenti (non ambigue, si badi, proprio duplicate, ovvero moltiplicate, di valore), cosa c’è da aspettarsi per quanto riguarda le conclusioni e il finaleSi sconsiglia di cercarne uno solo e inamovibile, o meglio, si consiglia di applicare ognuno una misura per sé. Intanto, perché è un a fisima tutta individuale quella di misurare la letteratura di ogni tempo e di ogni dove secondo un metro universale, ché tale non è e mai potrà diventare. E poi perché l’Isola dei Pavoni è per sua natura uno specchio: naturale o letterario, lasciamo che siano i lettori a considerare.

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