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Terrore e Bellezza. “Il corvo” di Edgar Allan Poe

Terrore e Bellezza. “Il corvo” di Edgar Allan PoeLe opere di Poe possiedono realmente il potere di estraniare il lettore dalla propria quotidianità, di fargli perdere certezze e punti di riferimento, precipitandolo in mondi dove la razionalità e la logica non possono essere salvifiche. Le affascinanti atmosfere create da Poe si impossessano del lettore, giungono fino al suo inconscio, giocano sulle sue paure ancestrali, sui suoi desideri nascosti, rendendo la lettura eccitante e terrorizzante. Sebbene Poe sia celebre per la “short story”, non trascurò la poesia, e, tra le opere in versi, la più celebre è certamente The raven.

Poe scrisse Il corvo nel 1845; venne pubblicata per la prima volta sul giornale «New York Evening Mirror», e nello stesso anno l’autore la pubblicò nella raccolta Il corvo e altre poesie.

La poesia è un vero tuffo nel gotico, esaltato dal linguaggio scelto, dalle numerose allitterazioni, ripetizioni, rime, dal lessico arcaico; il componimento conta diciotto strofe con medesima forma, e anche il metro è costante, basato sul trocheo, con prima sillaba lunga e seconda breve; solo apparentemente, però, queste costanti danno stabilità alla struttura, in quanto il testo trasmette invece un crescendo ansiogeno e tensivo, con la celebre ripetizione, vero verso-chiave, Nevermore.

 

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Nel saggio The philosophy of composition del 1846, Poe illustra il metodo creativo che ha originato l’opera, nella quale nulla è lasciato al caso, ogni termine è stato ben ponderato, lo stile compositivo organizzato in modo da soddisfare un pubblico vario:

«It is my design to render it manifest that no one point in its composition is referable either to accident or intuition- that the work proceeded step by step, to its completion, with the precision and rigid consequence of a mathematical problem.»

«È mio intento rendere manifesto che nessun punto della sua composizione è riconducibile al caso o all’intuizione – che il lavoro procedesse passo dopo passo, fino al suo completamento, con la precisa e rigida sequenza di un problema matematico.»

Terrore e Bellezza. “Il corvo” di Edgar Allan Poe

Il componimento, come altre storie di Poe, affronta le tematiche della colpa, della perversione, e l’ambiente reale e verisimile in cui la vicenda è calata si tramuta ben presto in una dimensione densa di misticismo.

Siamo in una gelida notte di dicembre, durante un temporale; il protagonista sta leggendo testi antichi su una poltrona, e comincia ad assopirsi. La tranquillità e il calore dell’atmosfera sono interrotti da qualcuno che bussa alla porta.

«suddenly there came a tapping / As of some one gently rapping, rapping at my chamber door»

«giunse là improvvisamente un colpire leggero / come di qualcuno che gentilmente battesse, battesse alla porta della mia camera»

 

Mentre va ad aprire, il protagonista rivela i suoi pensieri: la lettura notturna serve a lenire il dolore per la perdita della sua amata Lenore. Egli si scusa con il presunto visitatore per la sua lentezza nel raggiungere la porta, ma quando la apre vede solo tenebra.

«Darkness there and nothing more»

«Tenebre là e nulla più»

 

Cominciano a subentrare spaesamento e paura, il protagonista resta immobile a contemplare il buio senza comprendere chi possa aver bussato. Non appena si riprende, torna nel suo studio per ricominciare la lettura dei libri, ma un bussare più insistito del precedente lo ferma di nuovo.

Il protagonista è convinto vi sia qualcosa all’infisso della finestra, e va a controllare. Appare il corvo, che vola nello studio e si posa sul busto della Pallade (Minerva) accanto alla porta.

«In there stepped a stately Raven of the saintly days of yore […] Perched upon a bust of Pallas just above my chamber door /Perched, and sat, and nothing more.»

«avanzò là un maestoso Corvo dei santi giorni di un tempo […] Si appollaiò su un busto di Pallade appena sopra la porta della mia camera. / Appollaiato, e seduto, e nulla più.»

 

Lo studioso domanda allora al corvo quale sia il suo nome, ed esso risponde “Nevermore”, “mai più”.

«Tell me what thy lordly name is on the Night’s Plutonian shore! /Quoth the Raven “Nevermore.”»

«Dimmi qual è il tuo nobile nome sulla Plutonica riva della Notte! / Disse il Corvo “Mai più.”»

Terrore e Bellezza. “Il corvo” di Edgar Allan Poe

Il protagonista avverte il corvo come il messaggero di un mondo oltre, e si siede davanti al busto di Minerva lasciando spazio alla sua disperazione per la perdita di Lenore, che viene rimembrata con gli oggetti presenti nello studio, nella consapevolezza che ormai solo la memoria può farla rivivere.

Lo studioso è ormai rassegnato, non ci può essere speranza di ritorno per Lenore, e il suo dolore viene ancor più esaltato e sentenziato dal costante gracchiare del corvo che ripete “Nevermore”.

«“Wretch,” I cried, “thy God hath lent thee, by these angels he hath sent thee / Respite, respite and nepenthe from thy memories of Lenore; / Quaff, oh quaff this kind nepenthe and forget this lost Lenore!” / Quoth the Raven “Nevermore.”»

«“Disgraziato,” gridai, “il tuo Dio ti ha prestato, per mezzo di questi angeli ti ha inviato / il sollievo, il sollievo e il nepente per le tue memorie di Lenore; / Tracanna, oh tracanna questo piacevole nepente e dimentica questa perduta Lenore!” / Disse il Corvo “Mai più.”»

 

A questo punto il protagonista implora pietà verso il volatile, che però non lo ascolta, restando solennemente nella sua posizione a proiettare la propria ombra sull’animo devastato dello studioso.

«And the Raven, never flitting, still is sitting, still is sitting / On the pallid bust of Pallas just above my chamber door; / And his eyes have all the seeming of a demon’s that is dreaming, / And the lamp-light o’er him streaming throws his shadow on the floor; / And my soul from out that shadow that lies floating on the floor / Shall be lifted—nevermore!»

«E il Corvo, mai scappando via, ancora è posato, ancora è posato / sul pallido busto di Pallade appena sopra la porta della mia camera; / e i suoi occhi posseggono tutta l’apparenza di quelli di un demonio che sta sognando, / e la luce della lampada scorrendo su di lui proietta la sua ombra sul pavimento; / e la mia anima fuori di quell’ombra che giace ondeggiando sul pavimento / non si solleverà – mai più!»

 

Le interpretazioni del componimento possono propendere verso la dimensione soprannaturale, e in effetti ve ne sono tutti gli elementi: il corvo ha caratteristiche tipiche dei demoni, non mostra pietà per il dolore umano, e la sua stessa apparizione è spettrale, terrorizzante. Il fatto che si posi poi sul busto di Minerva, dea della sapienza, quasi a volerla sopraffare, può simbolicamente leggersi come la potenza dell’irrazionale che sovrasta il sapere logico. Non si dimentichi, inoltre, che il protagonista stava leggendo libri antichi e di antico sapere ormai dimenticato, di cui forse erano parte rituali per entrare in contatto con forze che potessero ridargli la sua amata Lenore.

Un altro filone di interpretazioni è, ovviamente, basato sull’interiorità del protagonista, dove non c’è il soprannaturale, ma c’è tutto il dramma umano della perdita, il dolore dell’amore definitivamente scomparso. L’apparizione del corvo sarebbe così un caso fortuito, un animale che cerca riparo durante un temporale: è l’animo già devastato dello studioso a ricoprire l’animale di altri significati, a vederlo come una manifestazione legata alla sua disperazione. E anche il gracchiare del corvo non è più poi così irreale e terrorizzante, esso sta semplicemente facendo il suo verso, ma è l’uomo ad avvertirlo diverso; tramite la “pareidolia”, in questo caso acustica, allo studioso pare che l’animale dica sempre “mai più”, quando in realtà sta solo gracchiando. Il corvo non sta tormentando il protagonista, è il protagonista a tormentare se stesso; non sappiamo come sia morta Lenore, ma il protagonista si dilania tra il desiderio di ricordare e quello di dimenticare.

Lo studioso subisce il perverso fascino della ripetitiva risposta del corvo, e seguita a interrogarlo dando l’idea che quasi si crogioli in quel desolante “mai più” che puntualmente giunge dopo ogni domanda; egli sa che il corvo dirà sempre la stessa cosa, ma non smette di porre quesiti sempre più profondi, più complessi, nel folle piacere di procurarsi un lancinante dolore. Proprio il dolore diventa il massimo piacere, in un autodistruttivo masochismo che per Poe è peculiare dell’uomo, pervaso da un desiderio di tormento interiore, psicologico. Il protagonista comincia a percorre la strada della pazzia, vittima e carnefice al tempo stesso, insinuando nel lettore il dubbio che egli sia in qualche modo responsabile della morte dell’amata, se non addirittura il suo assassino, e travisi il reale che lo circonda in una visione tutta sua, quella di un colpevole. Il ricordo di Lenore lo spaventa e lo perseguita.

 

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Il corvo si fa simbolo del terrore, dell’orrore e del segreto che sprofondano lo studioso nella follia.

Il lettore potrebbe domandarsi se il processo possa essere reversibile, se terminata l’allucinazione, la notte, il temporale, il protagonista torni a vedere la realtà per quello che è; egli si libererà dalla follia in cui è precipitato? Probabilmente, la risposta sarebbe Nevermore.


Per la prima foto, copyright: Mel Poole su Unsplash.

Per la seconda foto, la fonte è qui.

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