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Tempo di perdersi e tempo di ritrovarsi. “A una certa ora di un dato giorno” di Mariantonia Avati

Tempo di perdersi e tempo di ritrovarsi. “A una certa ora di un dato giorno” di Mariantonia AvatiIl nuovo romanzo di Mariantonia Avati, A una certa ora di un dato giorno, pubblicato da poche settimane nella collana “Oceani” della casa editrice La nave di Teseo, coinvolge il lettore con una sofferta riflessione sul tema della perdita di chi vorremmo ci fosse sempre vicino.

Già in esergo ci scontriamo con una definizione, quella del termine «scomparso»: le parole sono quelle di una voce reperibile da un qualsiasi vocabolario, in prima battuta fredde e asettiche ma poi sempre più intense fino all’accumulo e al climax finale dei sinonimi («sparito, dileguato, dissolto, svanito, eclissato, deceduto, estinto, morto»).

La stessa forza si ripresenta fin dalla prima riga, dove veniamo catturati dall’io narrante, Emma, una donna subito pronta a dichiarare, con schiettezza e consapevolezza, che l’uomo sposato a trentadue anni «non sarebbe rimasto per sempre»: è il tema centrale di una «brutta storia o piuttosto la storia di tanti», un tema difficile da rendere in termini efficaci per iscritto se non ci si giova delle soluzioni e dei rimedi che solo la letteratura ci può donare. La protagonista trova, infatti, il modo per riassumere la propria vicenda citando un brevissimo passo tratto da Amica della mia giovinezza di Alice Munro: «la gente cambia, sparisce, e non tutti lo fanno morendo. Alcuni sì». Queste poche parole e il riferimento all’esistenza serena di una «sconosciuta» che vive «in Canada, circondata da aceri e scoiattoli» fungono da preludio e da impulso iniziale al racconto vero e proprio, che si apre nel capitolo successivo.

 

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La vita di Emma viene dipinta inizialmente come un inesausto andirivieni tra l’indeterminatezza confusa, infelice e frustrante della realtà quotidiana e il tempo dei sogni, in cui può ascoltare «voci autentiche» certamente migliori di quelle udite tutti i giorni e districare pensieri, sensazioni, intenzioni e paure, guardando dentro se stessa «con onestà».

Questa schiettezza così umana non si esplicita solo dal punto di vista del contenuto, ma anche sul piano formale: nonostante nel corso della narrazione si rifletta su temi complessi – come la violenza domestica, il male di vivere, i rapporti familiari – la sintassi si mantiene piana, nitida, generalmente paratattica e non nasconde il suo intento di parlare a molti nel modo più semplice ed efficace possibile.

Tempo di perdersi e tempo di ritrovarsi. “A una certa ora di un dato giorno” di Mariantonia Avati

A conferire icasticità al testo di Mariantonia Avati, concorrono anche alcuni artifici retorici adoperati con sapienza registica, come la semplice sinestesia usata per indicare la «stampa chiassosa» di una sottana; e, con ancora maggiore evidenza e diffusione, la similitudine e la metafora, ottimi strumenti per ricreare immagini, suoni e finanche percezioni tattili. Memorabile, nella sua immediatezza, questo passaggio:

«Il portinaio smuove la ghiaia, producendo un suono dalla cadenza regolare che si mescola al vociare. Come il custode con il rastrello, la mamma continua ad affondare energicamente fra i miei ricci annodati, un pettine dai denti stretti, incurante di quanti capelli strappi dalla testa.»

Tempo di perdersi e tempo di ritrovarsi. “A una certa ora di un dato giorno” di Mariantonia Avati

Movimenti e suoni si intrecciano saldamente, generando immagini che restano impresse, come quella in cui Emma paragona agli sforzi di un atleta allenato a sopportare con costanza le più dure fatiche il suo adattamento a Luca, un individuo instabile, bugiardo, incoerente: uno di quei «manipolatori emotivi» incapaci «di nascondere la propria inadeguatezza». Altri paragoni sono più ricorrenti, come quello del «dolore allo stomaco, come se qualcuno lo avesse stretto con cattiveria», un malessere che attanaglia e intanaglia la protagonista ogniqualvolta si sente oppressa dalla violenza di un uomo che non ha più nulla da perdere, un individuo ridotto a essere polvere dalla sua stessa debolezza.

 

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La fragilità caratterizza, però, anche Emma; ma è più una percezione che una realtà: la protagonista pensa che, senza il suo bel cappello di paglia che indossava a sei anni sopra i ricci ribelli, «chiunque» avrebbe potuto farle «del male», anche affermando di volerle bene; Luca, fiaccato dall’insonnia, svuotato dalla dipendenza alla cocaina. Per la verità, in Emma, a differenza di quella larva vuota che Luca è diventato, brilla una scintilla di speranza, che le infonde coraggio, le permette di ritrovarsi, di ritrovare se stessa e di resistere anche nei momenti più tenebrosi: puntualmente, ogni anno, arriva un tempo in cui «a una certa ora di un dato giorno [...] i raggi» rimbalzano «sul vetro della finestra di fronte, e di taglio» entrano «nell’ambiente, improvvisi e violenti» infuocando le mattonelle alle pareti e rendendo accecanti gli elettrodomestici: in quell’ora, «ogni cosa» torna a nascere, «dentro e fuori» di lei. Sta al lettore seguire la trama del romanzo di Mariantonia Avati e scoprire quale forza riesca a salvare Emma, facendola ogni volta rinascere.


Per la prima foto, copyright: Alexandre Chambon su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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