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Taranto, città senza vita

Taranto, città senza vitaNon c’è vita, a Taranto. E non c’è requie, riposo, pausa. La città vive uno stand by civile da quasi un decennio. Dieci anni, come i dieci decreti “Salva Ilva” il cui contenuto è una presa per i fondelli per i cittadini che respirano l’irrespirabile, bevono l’imbevibile, vivono l’invivibile.

A Taranto la frenesia della malattia sorpassa quella della salute. Il male, quello vero, vive un’accelerazione concentrata nella città e in alcuni suoi quartieri: i Tamburi e Paolo VI sopra tutti gli altri. La città dei due mari, degli scrittori bravi, dei giornalisti sul libro paga di Riva, ha deciso di contestare, finalmente, la politica nazionale. Perché l’anno prossimo si vota, ha detto maliziosamente qualcuno. Oppure perché le discese del governatore pugliese e del Presidente del Consiglio sono gesti inappropriati. A Taranto muoiono i bambini come gli adulti, allora è inevitabile che un pezzo di città copra di fischi un pezzo della politica. A Taranto si ammalano pure le cozze, l’economia marina, allora inevitabile che a fischiare siano stati anche i pescatori, la gente di mare. A Taranto muore la democrazia, allora inevitabile che l’attuale sindaco si sia sostanzialmente interrato, allontanato dalla cronaca, perché ormai spodestato dalla realtà.

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I morti riconducibili all’Ilva e al suo indotto assassino non si possono contare. Una tragedia fordista spalmata su decenni di finto sviluppo, di economia tardiva, su Sud predato e umiliato.

 

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Ai tarantini le cose non stanno bene più, per questo le contestazioni. Ma il cuore della città, il grosso della cittadinanza, vive in un’ignavia antica: nella mollezza che sempre l’ha contraddistinta. È l’anticamera della morte. Il segno di una necrosi avanzata, di una flagellazione senza dolore. Una specie di irrigidimento simile al rigor mortis. Anche attraversando il traffico della città si percepisce la degradante attesa dell’estrema unzione, tanto in centro quanto in periferia. Un non detto “non c’è più niente da fare” serpeggia tra i cuori dei tarantini più numerosi, di quelli che hanno pacificamente perduto ogni speranza, entrati nell’era post-fordista. Ed è difficile dare torto a questi ultimi, quando una volta entrati in città il risultato di qualunque operazione di bonifica ha sempre lo stesso color ruggine polveroso del fiato del mostro Ilva. Difficile non condividere questo abbandono a sé stessi, questo lasciarsi andare al deliquio più mortale. Questa è adesso Taranto: città senza vita a cui tutti i poteri più forti, dall’esterno, vorrebbero staccare la spina.

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