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“Sulla sponda” di Rafael Chirbes: siamo carogne guidate dal dio denaro?

Rafael Chirbes, Sulla spondaRaccontare la trama, gli spunti e le suggestioni di Sulla sponda, il romanzo di Rafael Chirbes uscito in Italia da Feltrinelli nella traduzione di Pino Cacucci, è fare un fiacco favore a un’opera colossale, una nuova Commedia del nostro tempo. Apparentemente i fatti narrati sono cronaca fin troppo nota di questi anni di crisi economica: la storia di un piccolo imprenditore della falegnameria vittima d’ingordigia propria e altrui. Poco importa che la parabola si svolga in un paesino della costa di Valencia (Misent, luogo immaginario, una specie di Macondo della speculazione edilizia) o tra i capannoni del nordest italiano.

All’età della pensione, sbagliando clamorosamente tempo sincronico e anagrafico, Esteban, il protagonista del libro, scommette sul riscatto della propria vita, dominata da un padre Saturno che in così tenera età ancora lo divora. Rappresentazione universale del pusillanime, pagherà con la perdita dell’intero patrimonio familiare il tributo alla sua ridicola velleità tardiva. Per contrappasso, dalla tragedia di una situazione economica irrimediabile prenderà forma in lui, alle soglie della vecchiaia, l’unica decisione moralmente matura e consapevolmente cercata di tutta la sua vita.

È stato scritto con insistenza che Sulla sponda è IL romanzo sulla crisi economica spagnola; riuscito a tal punto da rappresentare alla perfezione i PIGS al completo e da essere al contempo molto amato nella virtuosa Germania (ulteriore contrappasso?). Un libro con sette edizioni in Spagna, il migliore del 2013 per i lettori, di un autore due volte Premio Nacional de la Crítica tra il 2007 e oggi. La fotografia dello scoppio della bolla edilizia, degli effetti della disoccupazione bestiale sulla società spagnola, i giovani, le donne, gli immigrati, la realtà di un mondo senza più dei. E poi la polverizzazione della lotta di classe,tradita perfino nel linguaggio, «su cui si è sparso sale come a Cartagine” ha detto Chirbes durante la presentazione del suo libro al Festival della Letteratura di Mantova. Una crisi destinata a cambiare il dizionario. E così “imprenditoriale» diventa «una brutta parola, ai nostri tempi; un secolo fa significava fermento, progresso, adesso è sinonimo di termini carichi di energie negative: sfruttamento, egoismo, sperpero».

Ma per Chirbes «la tensione deve risiedere nel linguaggio, non nella trama» e proprio per questo (e grazie a Dio), Sulla sponda è soprattutto scrittura che si fa voce lirica altissima e sommessa, amara e umiliata, moltiplicata nell’uso vertiginoso dello stile indiretto libero e del monologo. Troppo fievole per sostenere da sola il peso della denuncia personale, sociale e cosmica, la voce di Esteban (e dell’autore) si rinfrange nel lamento corale dei personaggi che popolano il libro, scenario dell’eterna commedia umana. Se c’è crisi, in questo romanzo, è crisi dell’esistenza intera, è mia, tua, nostra; non ha nulla di celestiale, non prevede redenzione mistica, è paludosa, stagnante e si alimenta di carogne perché «viviamo di ciò che uccidiamo [...] maggiore è la quantità di carogna divorata, più il volo sarà alto e maestoso. E, ovviamente, più elegante. Niente che sia fuori dalle regole della natura». Viviamo per consumare persone e oggetti, poi tutto finisce nelle fogne, negli scarichi; un perpetuo scivolare viscoso su cui galleggia inaffondabile solo la nostra solitudine assoluta.

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Rafael ChirbesSolitudine che agli occhi altrui è carenza e impudicizia, oppure «prepotenza e una specie di eccesso d’orgoglio». Nella vita si raggiunge la quadratura del cerchio solo se si ottiene di radunare intorno al proprio letto di morte un numero cospicuo di persone «disposte a pulirti il culo con un panno detergente». Non è l’amore a spingerle però, né la pietas; il collante dell’esistenza è il denaro, il vero amore è un mutuo ventennale, fare affari in comune, pagare bollette e rate, solo questo rabbercia le crepe delle famiglie, i cocci dei matrimoni. Senza il cemento dell’interesse coniato insieme al denaro «quante famiglie spezzate, quante vite alla deriva»; poi, nel momento estremo, i vecchi crediti si riscuotono sempre: «io ti ho messo al mondo, ti ho nutrito, vestito, ho speso per te, ti ho permesso di diventare quello che sei. Adesso tocca a te. [...] Paga il tuo debito». Non facciamoci idee romantiche sugli affetti, che siano di coppia, familiari, filiali o verso il prossimo: «confondiamo la simpatia o la pietà con il desiderio, crediamo di voler cullare, proteggere, quando invece vogliamo penetrare, possedere». Dire che l’amore con l’amore si paga è una bestemmia, le prestazioni migliori, di qualsiasi natura, sono quelle che paghiamo in contanti e preferibilmente in nero; ed ecco che l’etica e l’estetica coincidono, sei «il vestito che indossi, le scarpe che calzi, il vino che bevi».

La lucidità da insuperabile guastafeste di Chirbes ci restituisce un’unica certezza: siamo padroni soltanto delle nostre carenze, «la mia unica proprietà è ciò che mi manca. Quello che non sono stato capace di ottenere, quello che ho perduto, ecco cosa ho, ciò che è davvero mio: il vuoto che ho dentro».

Come si fugge dallo scenario popolato di mostri di questa «pièce teatrale per adulti»? La letteratura se lo chiede dai tempi di Calderón de la Barca, forse. Disertare è il nostro unico appannaggio. O «morire in tempo. Chi muore giovane è caro agli dei». Assurdo invece «rimanere lì ad aspettare che il sangue ti inzuppi, che sia tuo o degli altri». La soluzione è “estar raro”, che significa estarniarsi, rimanere nascosto, zitto. È ciò che fa davvero l’autore, «leggo, scrivo poco, cucino, poi pulisco, ci vuole molto, dopo che si è cucinato, così passa il tempo» (e le pagine di Sulla sponda dicono molto anche della sua cultura gastronomica. Non a caso Manolo Vázquez Montalbán, l’altro genio della commedia umana e del nutrimento, disse di Rafael Chirbes che è «un’isola che si sforza di esserlo»).

Il termine “carroña”, nel senso di carne decomposta, di misero resto putrefatto, chiude Crematorio, il precedente romanzo di Chirbes, dedicato agli anni vorticosi del “pelotazo” spagnolo e apre Sulla sponda, declinandosi lungo le sue pagine in varie accezioni, fino all’epilogo. Per assonanza, la parola evoca Caronte e come nell’altra Commedia, ma senza più possibilità di perdono e purificazione, attendiamo soli e dolenti Sulla sponda di essere trasportati verso l’altra riva. C’è ancora un grande poeta a raccontare il viaggio, con serrate terzine in prosa che valgono un Nobel: si chiama Rafael Chirbes.

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