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“Sul filo dell’acqua”, incontro con Sara Rattaro

“Sul filo dell’acqua”, incontro con Sara RattaroSul filo dell’acqua (Solferino, 2020) è il nuovo romanzo di Sara Rattaro che racconta una storia corale di destini che s’incrociano a partire da una delle disastrose alluvioni che periodicamente colpiscono Genova, la città in cui vive la scrittrice.

Un soccorritore riesce a estrarre dall’auto travolta dalla piena la giovane Chiara, Andrea perde il suo migliore amico che risulta tra le vittime del disastro, Giulia si salva per miracolo dall’allagamento del negozio di famiglia, Anna rimane sola, Enea rischia di perdere l’unico affetto che gli è rimasto, Angela è lontana ma la sua vita ne rimane comunque segnata, Marco e Carlo sono obbligati a compiere delle scelte.

Nei mesi successivi, le vite degli otto personaggi s’intrecciano in una costruzione complessa, in cui però alla fine ognuno avrà il proprio ruolo e scoprirà nuove prospettive di vita. Nonostante racconti fatti spesso tragici e dolorosi, Sul filo dell’acqua è un romanzo che trasmette un messaggio di speranza e di ottimismo: i sentimenti sono più forti delle alluvioni e anche dopo un disastro si può rinascere,come del resto sanno bene i genovesi che da tanto tempo combattono con la fragilità del loro territorio.

Sara Rattaro ha voluto organizzare un incontro con le blogger milanesi per parlare di questo suo nuovo libro.

 

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Qual è stata l’idea di partenza del romanzo?

Questo libro è stato scritto per partecipare a un progetto narrativo costruito attorno ai quattro elementi. Da genovese, io ho scelto l’acqua e devo dire che, a differenza di quasi tutti gli altri romanzi che ho scritto, qui l’idea mi è arrivata subito e la trama mi è apparsa fin dall’inizio chiara. Avevo molta voglia di raccontare tutte queste storie intrecciate e credo di essermi un po’ ispirata a quella serie televisiva che si chiama Modern Love, fatta di personaggi che si passano il testimone da una storia all’altra. Da insegnante nei corsi di scrittura, che ripete sempre ai suoi allievi che la trama in un libro è quasi tutto, lo considero un bellissimo esercizio di trama.

 

Ci sono altri motivi per questa scelta del tema acquatico a parte il suo essere genovese?

La casa editrice me l’ha proposto sia per la mia provenienza, sia perché sono una biologa marina, ma credo di aver accettato di raccontare una storia d’acqua senza particolari motivi, a parte il mio amore per il mare. L’alluvione raccontata nel romanzo è nella memoria di tutti noi che viviamo a Genova e credo sia impossibile da dimenticare per chi era lì: l’allarme era arrivato tardi e nel momento più critico eravamo tutti potenzialmente in mezzo alla strada. Io, per fortuna, ero a casa e non sono stata coinvolta, ma ci sono state diverse vittime. In un certo senso, ho voluto anche rendere omaggio alla mia città con un libro che si chiude su note di speranza. Di Genova tutto sommato si è iniziato a parlare di più in questi ultimi tempi, dopo il crollo del ponte Morandi, ma sono in pochi ad averla raccontata, a parte i cantautori.

“Sul filo dell’acqua”, incontro con Sara Rattaro

Ci sono otto personaggi: ha preso spunto da qualche fatto realmente accaduto o sono tutti prodotti della sua fantasia?

I personaggi sono tutti inventati, perché raramente scelgo di raccontare persone reali o di essere autobiografica, ma alcuni fatti sono veri, per quanto poi ovviamente romanzati.

 

Ha seguito delle tecniche particolari per riuscire a raccontare tutte queste vicende che s’intrecciano tra loro senza perdere il filo durante la scrittura?

Avevo le idee molto chiare e scrivendo le storie una dopo l’altra avevo ben presenti i punti di passaggio del testimone. È vero che in fase di editing è stato necessario sistemare qualche anacronismo temporale: io odio fare schemi e scalette però è stato necessario almeno assegnare le date alle varie parti, altrimenti rischiavo di far durare tre mesi una gravidanza, o cose del genere.

 

Qual è il personaggio che l’ha emozionata di più mentre lo raccontava?

Forse Elisabetta, la sfortunata sorella di Marco. E poi Enea, il padre di Chiara, un uomo solitario e schivo, che torna ad amare quando non è più giovanissimo, un personaggio difficile da raccontare e che avrebbe anche potuto non esserci ma che mi è piaciuto sviluppare.

 

Questo romanzo è più ottimista di altri suoi precedenti. Il fatto di aver vissuto questo periodo di pandemia ha influito sulla sua scrittura?

In realtà, mentre scrivevo questo romanzo stavo vivendo un mio periodo emotivo molto positivo, anche se io non sono mai un tipo allegro e spumeggiante, e penso che questo mi abbia influenzato: la vita non è facile per nessuno, se la si racconta com’è, ma è bello chiudere un romanzo su delle note speranzose.

“Sul filo dell’acqua”, incontro con Sara Rattaro

Che rapporto ha lei con l’acqua e con i pericoli che può causare?

Sono abituata da sempre a pensare che i posti in cui vivo si possano allagare: la prima lezione di guida mi capitò nel corso di un’alluvione negli anni Novanta … L’allerta acqua mi manda sempre in crisi, mentre sono circondata da persone impavide, tra cui i miei genitori, che si muovono senza paura anche nelle situazioni più critiche. Però basta davvero poco perché Genova finisca sott’acqua, per colpa di troppe scelte sbagliate fatte in passato nella gestione del territorio.

Mentre il crollo del ponte Morandi è stata una cosa imprevedibile, che nessuno di noi avrebbe mai immaginato a partire da me che ci passavo spesso, le alluvioni sono diventate fenomeni prevedibili e questo implica l’adozione di determinate misure di prevenzione, ma la paura rimane.

 

C’è qualcosa che le fa paura quando si mette a scrivere un libro?

Credo di essere una scrittrice più coraggiosa di come sembro, perché mi sentirei in grado di affrontare qualsiasi tematica, anche se poi, magari, non sarebbe accettata dal mio editore. La grande paura che possiamo avere noi scrittori è quella di non avere una storia da raccontare, ma io mi considero una scrittrice secondaria e prima di tutto una narratrice: amo raccontare le storie e la scrittura è solo il mezzo più semplice per farle arrivare a tutti. Io vedo storie e trame ovunque,  per me non esistono storie brutte o noiose, ma solo storie che ci sono state raccontate male. Io cerco di trovare il modo giusto di raccontare una storia e mi accade spessissimo anche nella vita privata di andare a cercare l’incipit di qualcosa che mi viene raccontato.

Scrivo molto più di quello che pubblico e ho una quantità enorme di manoscritti nel cassetto, magari non tutti finiti e pronti per la stampa, ma credo che il segreto di questo mestiere sia pensare sempre che la storia più bella sia la prossima, quella che incontrerò domani.

 

Se ha tante storie nel cassetto, in base a cosa decide a quale dedicarsi?

Me ne accorgo quando arriva un momento in cui non smetto di pensare a “quella” storia in particolare. È vero che ne partono tante e qualcuna viene abbandonata perché non funziona, ma ce n’è sempre una che s’impone. La prima cosa da fare è metterla in difficoltà, cioè convincersi che non funzionerà: se resiste, vuol dire che merita di essere portata avanti. Credo di essere diventata brava soprattutto a capire se una storia può funzionare meglio sulla breve o sulla lunga durata, se è adatta al romanzo o al racconto. Questo è un altro momento in cui si può inciampare, perché certe storie possono essere ottimi racconti e pessimi romanzi, o viceversa.

 

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Lei scrive per adulti e per ragazzi: cosa trova più semplice?

Senz’altro scrivere per adulti. Sono due cose diverse, ma scrivere per ragazzi è molto più difficile.

La prima differenza è che i prodotti per ragazzi sono tutti ottimi, mentre nella narrativa per adulti ci sono anche prodotti mediocri, perché si pubblica troppo, quindi la scrittura per ragazzi è sempre a un livello alto. Poi, noi adulti tendiamo a leggere un romanzo fino in fondo anche se non ci convince, mentre i ragazzi abbandonano la lettura dopo poche pagine se non sono catturati fin dall’inizio. Sono un pubblico esigente e disincantato, per cui un libro per loro deve poterli colpire fin dalle prime righe.


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Per la prima foto, copyright: Linus Nylund su Unsplash.

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