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Struttura in letteratura, capirla e costruirla al meglio

Struttura in letteratura, capirla e costruirla al meglioQuest’articolo nasce dall’esigenza di avere più struttura nelle pubblicazioni e, soprattutto, nelle traduzioni dell’editoria italiana. Andremo a vedere come interpretare, costruire e rendere elegante la macrostruttura di un romanzo nei suoi vari aspetti. Per farlo ci serviremo di Manifesto incerto di Frédéric Pajak, nella sua traduzione italiana a cura di Nicolò Petruzzella per L’Orma Editore.

Partiamo dal problema: avete presente quando in un romanzo, per esempio, vi sembra di perdervi da capitolo a capitolo? I brani sono chiari, il lessico azzeccato e fascinoso e la profondità di senso appagante, ma è come se la trama non avesse un ritmo sostenuto. Eppure, magari, il ritmo ce l’ha e allora si dice “stranamente non mi ha preso” oppure “mi dimentico i nomi dei personaggi leggendo” o, ancora, “non capisco dove l’autore voglia andare a parare”. Spesso i suddetti sono sintomi di problemi strutturali di un’opera che si compone magari di ottimi elementi presi per sé, ma non riesce a organizzarli in un apparato di senso con chiarezza. Il rischio è quello di indebolire i punti di forza di libro o, peggio, esaltarne le inevitabili mancanze, dato che è impossibile soddisfare tutti i palati.

 

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Allora cos’è la struttura? Se volessimo dare un’innocente definizione, potremmo dire che è l’insieme di schemi di lettura sottesi in un’opera. A volte sono espliciti, altre volte impliciti ma di certo non ce n’è un solo tipo e, anzi, quella che vi presento e una modica e non esaustiva lista dei principali tipi:

  1. Struttura narrativa: quella che conosciamo tutti, che si riferisce alla fabula e all’intreccio.
  2. Struttura paratestuale: quella che riguarda il libro in quanto opera editoriale: i caratteri, la copertina, l’impaginazione, etc.
  3. Altre: la struttura di senso, metatestuale, intertestuale, etc.

 

Ora che abbiamo stabilito un territorio comune con cui intendersi, mettiamo da parte la prima, dato che della trama ne abbiamo già parlato ed è sempre un argomento fortunato. Escludiamo, per oggi, anche gli altri tipi, perché in effetti non sembrano solo ostici ma lo sono. Focalizziamo il punto sul paratesto e, per farlo, armiamoci del nostro esempio, ossia Manifesto incerto di Pajak.

Struttura in letteratura, capirla e costruirla al meglio

Quest’opera, all’apparenza di difficile classificazione, vuole essere una biografia per immagini, che assume i connotati del memoir e strizza l’occhio alla saggistica. Se ricordate, abbiamo parlato in maniera sistematica dell’introduzione del carattere saggistico in un’opera di narrativa. Se in Dadati, come in un gioco delle scatole cinesi, la struttura esterna era quella del romanzo, Pajak presenta in una veste eterogenea di saggio illustrato con intermezzi narrativi quello che, in definitiva, è un memoir.

Manifesto incerto, infatti, è una raccolta di pensieri che sembrano scaturire dalla mente del protagonista, il celebre Walter Benjamin, con un insieme caleidoscopico di disegni, citazioni, passaggi chiave della storia dell’epoca e brani riflessivi. I singoli elementi sono senza dubbio validissimi, così come sono descritti in altre roboanti recensioni. Le citazioni sono misurate per essere coeve al periodo trattato, coerenti con il resto degli elementi inseriti e, soprattutto, profonde e memorabili. I chiaroscuri dello stesso Pajak catturano lo sguardo il tempo sufficiente per non distrarre dalla lettura e si fondono egregiamente con la narrazione, diventando elemento chiave dell’opera. I brani più narrativi, in quello stile un po’ “francese” che avevamo riscontrato anche in Dadati, stemperano l’inevitabile gravità dei temi trattati. Infine, colpisce l’essenza stessa delle pagine, quell’invisibile corrente sotterranea che contraddistingue ogni memoir che si rispetti; un’indolente danza che ogni volta acquista il ritmo dei nostri pensieri. La sensazione è il corrispettivo appagante della finta indolenza dei documentari in tv, confinati nelle tabelle di marcia dei palinsesti.

Allora dov’è il problema? Sta nel fatto che il lavoro di presentazione, al fine di comporre l’ouverture del memoir, è stato affidato al recensore. Bisogna scavare nei meandri della rete – e questo la dice lunga – per capire che Manifeste incertain, in originale,è un insieme di volumi con lo stesso concept ma variamente dedicati anche ad altre figure letterarie, di cui il lettore poteva avere interesse.

Struttura in letteratura, capirla e costruirla al meglio

Questo è il meno, poiché bisogna sbirciare nel colophon per attribuire correttamente la paternità della copertina allo stesso Pajak, che essendo figlio d’arte non stupisce; anche qui si poteva chiarire meglio al lettore medio italiano la portata artistica dell’autore. Solo con un pizzico di dimestichezza con il tratteggio si associa lo stile grafico anche alle illustrazioni che fanno da filo conduttore del memoir. Infine, si arriva alla discutibile scelta di non inserire un’introduzione all’opera. Per cui il colophon che dovrebbe essere, anche per etimologia greca, la sommità o finitura di un libro, diventa strumento imprescindibile di ultima analisi, per un’assenza strutturale non indifferente. Cosa racconta questa scelta? Forse che i lettori italiani hanno smesso di leggere le introduzioni? Magari mi darete voi risposta nei commenti.

Di Walter Benjamin, invece, cosa rimane? Qualcosa, eppure predomina la sensazione che la prosa scivoli tra le mani, e si giunge al paradosso di non riuscire a fermare una storia che cancella gli ultimi. Quella stessa storia che tutta l’opera di Pajak tenta di salvaguardare e che la collana Kreuzville si fa testimone d’onore qui nello stivale.Paradosso diversamente interpretabile come una sorta di pessimismo realista nei riguardi di quanto già Verga aveva espresso con i suoi classici.

 

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L’importanza di capire e costruire al meglio strutture forti in letteratura è visto, magari, come un vezzo di un’epoca di certezze che ci siamo lasciati alle spalle; un’epoca triste e dolorosa che ha lasciato un segno nei secoli forse ingiudicabile nemmeno dai posteri. Ammesso, poi, che si ricorderanno di noi.


Per la terza foto, la fonte è qui.

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