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Strage di Piazza Fontana, quella sera a Milano era caldo, ma caldo davvero

Strage di Piazza Fontana, quella sera a Milano era caldo, ma caldo davveroQuella sera a Milano era caldo di Marco Grispigni, uscito per ManifestoLibri. è un testo che prova a fare sintesi su una stagione tra le peggiori della storia repubblicana. Una stagione, quella degli anni di piombo e delle bombe, che ha dato la stura a forme repressive e di rimozione storica che ancora ci portiamo dietro.

È centrale la scelta di guardare più lungo, da parte dell’autore, di oltrepassare il limite temporale storiografico classico, di un decennio, per arrivare a rintracciare le origini della violenza del tempo in un percorso che viene da lontano e che arriverà lontano. Il percorso della militanza marxista che non intraprese soltanto in Europa la sua battaglia di fuoco, ma perfino negli Usa, dove fu fonte di ispirazione per il movimento di liberazione nero. Questo sguardo più lungo ci consente di ricollocare gli anni della preparazione delle stragi in una dimensione ottica più adatta alla lunga durata del Novecento.

Grispigni soddisfa una curiosità radicale, di conoscenza del tempo, non sul piano dei fatti, ma sulla concatenazione degli stessi dentro una cornice che parla realisticamente di tendenza, più che di ideologie. Sicché il libro prende una posizione circa la stagione delle stragi che dà la stura alla chiusura dell’agibilità politica dei movimenti grazie alla repressione e a un soffocante accordo tra comunisti e governi a conduzione democristiana.

 

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Strage di Piazza Fontana, quella sera a Milano era caldo, ma caldo davvero

L’Italia si distinse dagli altri Paesi attraversati dalle ondate di movimento dalla fase stragista, la più temibile nel mondo occidentale e democratico. Una fase che ha segnato il racconto storico e che Grispigni rimette in discussione rintracciando, nell’unicità sanguinaria italiana, una specie di anomalia dettata dal mutamento sociale dei militanti. Infatti, se prima degli anni delle stragi la violenza dei movimenti era in qualche misura connaturata alla tensione politica e sindacale post-bellica, in quegli anni di sangue, invece, la provenienza già deideologizzata dei militanti e dei poliziotti trova nella violenza di piazza un tentativo di praticare il desiderio libertario di classe.

Se vogliamo, Grispigni ci pone davanti a una lettura differente del conflitto e degli scontri: uno scontro interno a una generazione nuova, dove il potere, prima di intervenire con la durezza stragista che conosciamo, ha manovrato nell’ombra affinché si raggiungesse un culmine ideologico di prontezza per la lotta armata. Così Piazza Fontana diventa la strage sorgente, la porta d’accesso all’orrore che ne seguì. Il movimento rispose difendendosi, ma presto prese dimestichezza con la lotta armata, fino a imbarbarirsi determinando l’intervento fortemente repressivo dello Stato. Le polizie si ripresero con la forza le piazze, mentre l’attività politica e sindacale tentava di mettere a sintesi quanto emergeva di buono dai movimenti per portare avanti campagne di apertura a nuovi diritti.

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In sostanza leggiamo l’intreccio tra due dimensioni della stessa epoca nello stesso Paese: la dimensione della lotta di piazza, la dimensione della battaglia politica di rappresentanza. L’Italia era obbligata a specchiarsi in questo intreccio violento, ma non sempre terroristico. Ci tiene, l’autore, a rivelarci la differenza tra violenza di piazza e terrorismo. Sono due pratiche e due dispositivi diversi, figli di dinamiche diverse.

Strage di Piazza Fontana, quella sera a Milano era caldo, ma caldo davvero

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Per questo, il libro di Grispigni serve a sgombrare il campo da equivoci e fraintendimenti, o da grossolane interpretazioni di parte degli anni di piombo che hanno ridotto il terrorismo a esito della violenza di piazza e esaltato la violenza come risposta obbligata alla repressione dei governi. Le cose stavano diversamente, perché vanno inquadrate nelle dinamiche storiche di una Italia che non seppe fare sintesi politica delle istanze provenienti dai movimenti. Forse per eccesso di frammentazione dei tanti gruppuscoli presenti nei movimenti, o forse per eccesso di protagonismo della lotta armata, fatto sta che gli esiti di quegli anni furono devastanti e brutali. Tanto brutali da consegnare a una storiografia della rimozione o della semplificazione il racconto di un’epoca. Grispigni, col suo Quella sera a Milano era caldo, non rimuove e non semplifica, ma prova a fare della storia dove altri hanno fatto della cronaca di parte.

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