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Storie d’amore e di cucina, quando letteratura e cibo s’incontrano

Storie d’amore e di cucina, quando letteratura e cibo s’incontranoSi può raccontare una storia d’amore a partire dal cibo? Sembra proprio di sì, e non solo perché il legame tra cucina e letteratura è ormai consolidato, ma soprattutto perché il cibo è spesso, molto spesso, compagno delle nostre vicende amorose, a partire da quando cediamo a qualche peccato di gola per superare una delusione d’amore.

È proprio questo legame che i nove racconti della raccolta Dai un morso a chi vuoi tu. Storie d’amore per appetiti formidabili (edita da Booksalad e a cura di Monica Coppola) indagano da vari punti di vista, concentrandosi di volta in volta su aspetti diversi ma riconducibili al tema centrale, dal rapporto tra un ragazzo che non ama molto mangiare e una ragazza che, invece, adora cucinare fino alla scoperta del vero amore grazie a una misteriosa ricetta di famiglia.

Il libro sarà disponibile a partire dal 21 maggio, e sarà presentato il prossimo 14 maggio alle ore 11.00 al Salone del Libro di Torino(Casa Cookbook), insieme allo showcooking di Elena Wendy Bosca, cake designer e docente Gambero Rosso.

 

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Qui di seguito, proponiamo in anteprima uno dei racconti.

 

 

Un ricordo buono come il pane

di Carlotta Borasio

 

All’angolo di due strade, si vede ancora la panetteria-pasticceria dove, a quanto dice l’insegna, la zia Léonie comprava le sue madeleines. È probabile che non ne mangiasse. Del resto quello che Proust ricorda nel 1909 è un pezzo di pane abbrustolito inzuppato nel tè.

Pierre-Louis Rey, Album Proust

 

Dal punto in cui sono, nascosta dietro la porta appena socchiusa, non mi può vedere. Altrimenti dubito che uno come lui si sarebbe lasciato andare a un gesto così. A maggior ragione davanti a me.

La ciotola d’acciaio ha colpito il forno ed è caduta a terra con un clangore circolare. La mano che l’ha colpita è tornata accanto all’altra, stretta in un pugno, le nocche che sembrano volersi piantare sul ripiano d’acciaio, e non dubito che se non avesse sfogato la tensione sulla povera ciotola ci sarebbe anche riuscito, ad ammaccarlo.

Ho immaginato i segni delle nocche sulla superficie liscia, luminosa, fredda, assolutamente intonsa, come il resto della cucina per altro. È una scalfittura su una pista di pattinaggio su cui non è ancora salito nessuno.

Meno di mezz’ora fa eravamo uno di fronte all’altra, più o meno. Lui su un palco per la cerimonia di inaugurazione della nuova scuola di cucina fondata da suo padre, il proprietario di una popolarissima azienda che produce pasta, biscotti e farina.

«Orgoglio della nostra città, con alle spalle sessant’anni di storia» stava dicendo l’ignoto presentatore, un tizio che forse avevo già visto in qualche tivù locale ma di cui ricordavo solo i capelli nerissimi tintissimi, talmente lucidi da sembrare una mazzetta di stringhe di liquirizia.

Dopo un lungo giro di parole per dire quanto fosse importante, audace, geniale, generoso - e tutti gli aggettivi che vi vengono in mente per lusingare una persona particolarmente potente che possa aiutarvi a scappare dal vostro programma di cucina su TeleBagnaCauda e passare a qualcosa di più remunerativo -, il Mr. Liquirizia presentava il giovanotto accanto a lui. «Il figlio è qui in sua rappresentanza per inaugurare questa splendida…» all’ennesimo aggettivo mi ero già distratta.

È alto, biondo e con gli occhi azzurri. Adesso vi starete immaginando un biondone, tutto denti e muscoli, un tipo da surf e abbronzatura californiana. Ce lo si aspetterebbe quasi da un figlio di. Ma ci sono molti modi per essere biondi e figli di.

Storie d’amore e di cucina, quando letteratura e cibo s’incontrano

Ad esempio si può avere un viso magrissimo e un corpo che sembra tenuto insieme da cavi d’acciaio invece che dalle ossa e dai muscoli. E si può avere un volto scavato nel ghiaccio, con zigomi affilati come tagliacarte, e si possono avere occhi azzurri sulla carta d’identità, ma se uno dovesse essere preciso direbbe quasi bianchi, come il cielo quando nevica.

Non riuscivo a immaginarlo sorridere, fare una carezza o leccare le dita imbrattate di Nutella.

L’opposto di mio padre, pensavo guardandolo. C’era anche lui sul palco, in giacca e cravatta. Mi fa sempre strano vederlo senza la sua divisa da lavoro, ma questa era un’occasione importante. Così anche i capelli ricci e neri sono stati domati, la barba tagliata, l’espressione, anche quella, diversa dal solito. Si vedeva che non si sentiva nel suo elemento, si stava già pentendo di essere lì.

Tieni duro, pensavo, è quasi finita.

Poi è finita davvero, basta chiacchiere vuote, basta aggettivi, viva il vino dal nome impronunciabile e le crudité. Mentre sgattaiolavo via ho visto mio padre che guardava sospettoso una lingua di zucchina sottilissima, quasi trasparente, con una crema biancastra che doveva essere stata spumosa – e ora era solo molliccia – circondato da gente elegantissima che annuiva, valutava, commentava ed esaminava, i camerieri consigliavano e spiegavano ogni singolo elemento posato sul lungo tavolo da buffet. 

Durante la serata ci è stato concesso un breve giro della scuola. Eravamo davvero tanti e io sono finita in fondo al branco. In pratica non ho visto niente. Volevo aprire tutti i cassetti, tutte le dispense, tutte le ante e curiosare tra gli utensili. Sono abbastanza sicura che ce ne siano alcuni che potrebbero stare tranquillamente in una sala chirurgica o in una camera delle torture.

Ora a me l’idea di una scuola di cucina è sempre piaciuta un sacco: puoi insegnare alle persone come fare una cosa che fanno tutti i giorni, più volte al giorno, ma spesso in maniera distratta, stanca e ripetitiva; puoi spiegare la bellezza di scegliere gli ingredienti, di abbinarli, dare loro la possibilità di cambiare completamente il loro modo di nutrirsi; puoi insegnare loro che mangiare e riempirsi la pancia non sono la stessa cosa.

Così mi sono allontanata dalla folla e dalla sala del ricevimento senza che nessuno se ne accorgesse. Mi sono infilata in un corridoio. Ho attraversato un atrio silenzioso, passando davanti a una biblioteca e non ho resistito alla curiosità: era piccola ma piena di libri interessanti, dalla chimica in cucina alla storia della gastronomia giapponese antica. Ma io ero interessata alle cucine e ho proseguito. Arrivata a una delle aule ho visto che la porta era socchiusa.

Ed è così che vedo il ragazzo che prima stava ritto e impeccabile sul palco colpire una ciotola con il dorso della mano. Sta lì, con la mascella serrata che disegna altri spigoli sul suo volto troppo magro e troppo bianco. Bianco, non pallido, il pallore è per la gente malaticcia e debole, uno così non si busca mai, chessò, un raffreddore, men che meno un’influenza intestinale, uno spavento. Al massimo gli si crepa una guancia se tenta un sorriso.

Non so se inconsapevolmente ho accennato a indietreggiare, se le mie scarpe hanno scricchiolato, se ho respirato troppo forte, ma lui ha alzato gli occhi su di me. Sono allungati come quelli di un felino, un felino con la rabbia però. Ho la sensazione che da un secondo all’altro balzerà dall’altra parte del tavolo e mi azzannerà alla gola.

Eppure si ricompone.

La rabbia viene sommersa dall’assenza di espressione, e questo fa perfino più paura.

«Cosa ci fai qui?»

«Io… un giro. Mi dispiace, io non volevo…» lo squillo di un cellulare ci interrompe. È il suo, lì, appoggiato sul ripiano, l’acciaio riflette il suo bagliore azzurrino. Lo sguardo di lui si sposta da me all’aggeggio che continua a cercare attenzione. Penso che stia per colpire anche quello quando lo vedo allungare le dita a fatica. Lo spegne e lo infila in una tasca interna della giacca. «Scusa, dicevi?»

Cosa dicevo? Niente. Scusa per averti interrotto mentre sfasciavi una cucina nuova a colpi di lancio di ciotola. Ok, non posso dire una cosa del genere e non posso neanche defilarmi come se avessi paura di lui: non ho visto niente, no? Se voglio sopravvivere, dico.

«Prima abbiamo fatto il giro ma sai, ero in fondo al gruppo. E così curiosavo per i fatti miei.»

«E che c’è da vedere? È una cucina.»

«Beh, è una gran bella cucina, è grande quanto tutta la mia casa.» Lo vedo irrigidirsi, i denti si serrano e i pugni anche. Cos’ho detto? Cos’ho fatto? Se urlo, mio padre non mi sentirà. Sono spacciata.

«Non so nemmeno se ci sono mai entrato, nella cucina di casa mia.»

Rido: «No dai, non dirmi che non t’è mai preso il buco allo stomaco. Un languorino improvviso, come direbbero nella pubblicità.»

Ed è qui che dice: «Io odio mangiare.»

La frase si stampa a caratteri enormi nell’aria, e si allinea al centro rispetto al resto della nostra bizzarra conversazione, come un titolo, come un annuncio, come un monito, come se l’avesse urlato invece di affermarlo, atono.

«Perché?» è la cosa più intelligente che mi viene da chiedere.

«Perché sì.» mi guarda e fa spallucce.

«No, senti, c’è sicuramente una ragione. C’è gente che odia il cibo perché fa ingrassare…»

«Non ho paura di ingrassare.»

«C’è gente che odia cucinare. Quello lo posso pure capire.»

«Non ho mai cucinato.»

«Lo immaginavo. E allora qual è il tuo problema?» Ok, forse ho esagerato con le domande.

Stavolta il pugno sul ripiano lo sbatte davvero: «Perché in questo Paese è così impossibile che a qualcuno non piaccia mangiare o parlare di cibo? Si può detestare lo sport, il calcio perfino, non prendere mai un libro in mano e non ascoltare musica. Ma dire che non ti piace mangiare, no.» Prende a camminare su e giù, le braccia tese lungo il corpo. Sarebbe carino se non sembrasse sempre sul punto di mordere.

«È come dire che non ti piace respirare. Se non mangi muori, quindi meglio farlo bene, no?»

Lui mi guarda, le iridi azzurre si incastrano negli angoli aguzzi degli occhi. Ok, era un no.

«Ci sarà qualcosa che ti piace mangiare: chessò, un piatto che ti faceva tua madre quando eri malato.»

È la prima volta che vedo sul suo volto l’ombra di un sentimento che non sia il disprezzo, ma la luce fredda della rabbia l’annienta immediatamente. Lui si tasta la giacca all’altezza del cuore, come per controllare qualcosa.

Penso cosa direbbe mio padre del suo odio per il cibo: «Non ti piace nemmeno il pane?»

Lui volta la testa verso di me, la fronte si corruga appena.

 

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Sorrido: «Se mi dici di no ti porto da mio padre, che è grande e grosso e fa il panettiere.»

Fa una smorfia: «Correrò il rischio» e sfugge di nuovo il mio sguardo. «Quindi c’era anche tuo padre sul palco, prima.»

«Uhm, sì» dico mentre apro la porta della dispensa. «Credo che non salirà mai più nemmeno sulla pensilina del tram dopo questa esperienza.» Fermi tutti, era un sorriso quello? O una crepa nel ghiaccio?

Farina 0, sale, lievito di birra.

Non riesco a prendere tutto in una sola volta: «Puoi prendere l’olio prima che combini un disastro?»

Esita un attimo prima di prendere la bottiglia che luccica piena d’oro liquido, e me la porta tenendola stretta come se dovesse sgusciargli dalle mani, animata di vita propria.

Non è difficile trovare una spianatoia di legno, il misuratore per i liquidi e il mattarello. Qui è tutto ben organizzato, molto intuitivo. E va assolutamente usato.

«Cosa stai facendo?»

«Siamo in una cucina. Secondo te?» dico mentre mi lego i capelli in una crocchia – dicendo addio alla piega fresca di parrucchiere – e mi lavo le mani con cura.

«Ma… non è mica casa tua…»

«No, però è la tua. Posso?» agito il mattarello.

«Io…»

«Se fai il bravo ti permetto di aiutarmi e t’insegno.»

«Perché?»

«Eh lo so, sono generosa a insegnarti i segreti del pa…»

«No, perché dovrei aiutarti? Perché dovrei cucinare?»

«Perché no? Cucinare richiede concentrazione. Devi lasciare i problemi e le preoccupazioni fuori dalla porta, altrimenti alla meglio bruci tutto. E alla peggio ti ustioni.», alzo le spalle, «E fare il pane è faticoso. Chi va in palestra farebbe bene a spendere le sue energie impastando pane.»

Scuote vagamente la testa, una ciocca bionda sfugge al ferreo regime imposto dal gel e finisce davanti agli occhi chiari. Credo di averlo preso in contropiede. E lo capisco, dieci minuti prima stava lanciando ciotole contro i muri, ora sta per cimentarsi nella panificazione. Forse il primo atto culinario della sua vita.

«Mi serve la bilancia» che però si trova su un ripiano in alto, troppo in alto. Lui si avvicina e lo sento dietro di me mentre allunga un braccio, sopra e lungo il mio. Deve essere questo il momento in cui nei romanzi si spendono parole tipo tra loro c’era elettricità. Ho sempre pensato che fosse una di quelle immagini tanto false quanto abusate.

In quel momento ho capito: è come quando, nelle giornate asciutte e di forte vento, ti pettini i capelli con la spazzola di plastica.

Ogni mia cellula sembra volermi abbandonare, lieve e leggera, attratta dalla sua vicinanza. Aspetto di non sentirlo più prima di voltarmi. Già che sono lì prendo anche un grembiule e lo indosso. Se con il mio abitino nero, per quanto anonimo, avevo qualcosa di vagamente attraente, beh, adesso quel qualcosa è evaporato.

Lui è tornato al tavolo di lavoro e guarda il tutto a labbra serrate: non ho mai cucinato nulla, dice quello sguardo. E fa strano, parecchio strano vedere un tipo così incerto, imbambolato, quasi intimidito da un pacco di farina e un mattarello.

«Il pane è la prima cosa che ho imparato a fare, credo. Non me lo ricordo neanche quand’è stata la prima volta che ho messo le mani nella farina. Ma mi ricordo che papà mi lasciava sempre una pallina di pasta per fare il pane come volevo io.»

La ciotola che lui ha fatto volare a terra ora è nelle mie mani. La lavo, la asciugo per bene, la appoggio sulla bilancia. La farina scivola fuori dalla carta in una valanga polverosa. Mi fermo: «Fai tu.» Dico porgendogli il pacchetto, poi lo ritraggo. «No, un momento, intanto lavati le mani e togliti la giacca.»

Dev’essere uno abituato a darli, gli ordini, non a riceverli. Mi lancia un’occhiataccia e correggo subito il tiro: «Non vorrei che ti sporcassi. Sembra proprio una bella giacca.»

Ok, la negoziazione sembra andata a buon fine. Appende la giacca alla maniglia di un frigorifero, si lava le mani con cura, prima sfregando i palmi, intrecciando le dita, infine i polsi. Ha dita magre e lunghe, unghie curate e corte. Un po’ d’acqua finisce sui polsini della camicia bianca.

Aspetto che si asciughi per avvicinarmi: «Posso?» Slaccio i bottoni delle maniche e gli arrotolo la camicia. Per la prima volta ci tocchiamo, o meglio il dorso delle mie dita sfiora la pelle fredda del suo braccio. Mia madre lo faceva sempre a mio padre e a me, ma solo ora capisco cosa significava quel gesto: non era solo perché le maniche arrotolate da lei non scivolavano mai. No. C’è un’intimità in questo gesto che ho sempre dato per scontata, che ora sento sottopelle.

«Così è meglio» dico lisciandomi il grembiule. Gli ridò il pacchetto e lui lo inclina sulla ciotola, facendo scendere la farina che manca.

«Adesso ci mettiamo il lievito, ma prima dobbiamo scioglierlo nell’acqua tiepida.» Apro l’acqua, la faccio scorrere, misuro la temperatura con le dita: non troppo calda, non troppo fredda. Riempio la caraffa per misurare i liquidi quanto basta. Scarto il cubo di lievito: «Sbriciolalo nell’acqua.» I pezzetti scuri iniziano a sciogliersi. «Diamogli una mano, va’.» Gli passo anche un cucchiaio.

Sta per rifiutare, glielo leggo nello sguardo quasi ostile. Non vuole farlo, forse non vuole sporcarsi le mani, probabilmente non gli va di farsi dare ordini. Eppure alla fine prende il cucchiaio che gli porgo.

Lo guardo mentre è tutto intento a mescolare. Ha un’espressione molto seria, come i bambini quando sono immersi in un gioco impegnativo.

Dispongo la farina sulla spianatoia di legno in una piramide, allargo un buco al centro, l’acqua la faccio versare a lui, lentamente mentre io lavoro la farina, il lievito e il sale che ho sciolto anche quello in poca acqua. Lui versa l’acqua con molta prudenza e fa bene, è facilissimo metterne troppa e sbagliare consistenza. Tutto dipende dalla temperatura e dall’umidità dell’ambiente.

«Ora l’impasto è grumoso ma vedrai che diventerà uniforme ed elastico.»

Lui annuisce.

«È il momento che ti sporchi le mani. Vieni, tocca a te.»

All’inizio non sembra molto convinto dell’idea, ma poi ci prende gusto e imita i miei gesti di poco prima. L’ho sempre trovato ipnotico, faticoso e rilassante. Mi sembra che la consistenza sia quella giusta, per sicurezza pizzico la pasta e tiro: «Così va bene. Ora dobbiamo lasciarla lievitare.»

«Per quanto tempo?»

«Un paio d’ore basteranno.»

Lui si volta verso di me. Lo guardo, ora non lo capisco. È arrabbiato? Indignato? Si sente preso in giro?

«Guarda che il pane, quello vero, ci mette anche ventiquattro ore a lievitare, sai?» Metto l’impasto nella ciotola e lo copro con un canovaccio umido. «Comunque se non vuoi rimanere, puoi andare. Il più è fatto.» Raccatto tutto la roba che abbiamo usato per cucinare e la metto nel lavandino, ordinatamente. Apro l’acqua.

Lui non se ne va, resta fermo a guardarmi: «Non è necessario pulire. Ci sono gli addetti, è il loro lavoro.»

«Se si cucina poi si pulisce. La cucina va lasciata in ordine.» Chissà se ha mai preso in mano una scopa?

«Cosa devo fare?»

Incredibile che me l’abbia chiesto: «Asciuga quello che ti passo. Potremmo farla scolare ma meglio non lasciare troppe tracce.»

«Non stiamo mica commettendo un crimine.»

«Questo diciamolo dopo aver assaggiato il pane.»

Ride, mentre asciuga il misuratore per i liquidi, o forse è più corretto dire che ridacchia, visto che non emette nessun suono. Ma le labbra sono certamente distese in un sorriso vero. Sembra pentirsi di questo accenno di umanità: «E quindi tu… fai la panettiera, come tuo padre.»

Questo sembra l’inizio di una conversazione. «In effetti aiuto in negozio, ma vado all’università. Studio design. Vorrei occuparmi di cibo e comunicazione.»

«Cibo e comunicazione. Cioè?»

«Packaging, pubblicità, cose così. Alla gente piace parlare di cibo quasi quanto mangiare.»

«Ho notato…»

«Ok, mangiare non ti piace. Ma bere?»

Storce la bocca ma non è un diniego. «Meglio bianco che rosso.»

Non so che cacchio dire. Io non so niente di vini. «Raffinato!»

«Sì?»

Appunto. Vuoto il sacco: «Ma che ne so? In casa mia è tutto un se esci vedi di non bere porcate. Quindi per scrupolo non bevo quasi mai.»

«Non definirei lo champagne una porcata. Per dire» sorride appena.

Ci sediamo sul pavimento lucido a parlare, al riparo da sguardi indiscreti. Ho un vestitino, la gente con i vestitini non dovrebbe trovarsi seduta per terra. A gambe incrociate. E neanche quelli vestiti in giacca e cravatta, va beh ora solo più camicia e cravatta, ma il discorso non cambia.

«Dove vai?» Non sono esperta di vini ma non è il caso di reagire così. Lui odia mangiare, voglio dire.

Sparisce fuori dalla porta. Sono veramente interdetta: puoi anche essere il figlio di un re ma un cafone rimane un cafone. Che cazzo, sono stata gentile, non gli ho mica insultato la madre e questo se ne va così?

Ha pure lasciato la giacca. Se non mi aves… eccolo di ritorno. Con una bottiglia e due bicchieri, lunghi lunghi magri magri come le tipe che stanno di là a degustare crudité. Li tiene tra le dita, per gli steli, con delicatezza. E la bottiglia no, non mi sembra che sgusci come quella dell’olio.

«E quella?»

«L’ho presa direttamente dal tavolo. Nessuno mi ha detto niente.»

Rido: «A te non direbbero niente comunque!»

«Il brivido del furto» fa spallucce.

Stappa la bottiglia con abilità, senza esitazioni o intoppi. Quella fa un po’ di schiuma che lui riversa prontamente nel bicchiere inclinato. Aspetta con pazienza che la schiuma si dissolva e faccia posto al liquido appena dorato.

«Non è troppo alcolico.» dice porgendomi il bicchiere.

«Oh, grazie. Pensavo volessi ubriacarmi.» Appena si gira per riempire il suo bicchiere mi punisco da sola sbattendo forte la testa contro il mobiletto. La sbatto più forte: non sono sicura di essermi punita a sufficienza. Lui mi guarda incerto.

«Ahia?»

Fortunatamente non approfondisce. «A cosa si brinda?» chiedo.

Lui stavolta non nasconde la perplessità: «A cosa si brinda?»

Improvvisamente capisco il perché della bottiglia. È incastrato qui con me, in qualche modo deve far passare la serata. E visto che di là non ha voglia di tornare… io sono semplicemente il minore dei mali.

Il cuore mi sprofonda da qualche parte, nelle cantine. Fra qualche anno qualcuno lo troverà bello avvizzito tra una botte di vino e l’altra. Dopotutto è una scuola di cucina chic, pensavate non vi fosse una cantina con i vini?

Cerco di uscirne con stile, o quanto meno di spirito: «Alla scuola di cucina?»

«Mmh» commenta lui. Si è incupito. Qualcuno o qualcosa mi aiuti: un terremoto, per esempio.

Oppure potrei fingere una chiamata e svignarmela. Sto letteralmente annaspando. Inclino il bicchiere sperando che sul fondo ci sia la soluzione. Le bollicine mi stuzzicano il naso, il sapore aspro si aggrappa alle papille gustative e scivola via. Conto di abituarmici.

«Se non sei abituata, non dovresti andarci piano?» sorride, un po’ sbilenco ma sorride.

Vorrei tanto chiederglielo: ma perché stai qui se non vuoi stare qui? Con me? «Devo abituarmi… no?»

Lui alza di nuovo le spalle e beve. Sembra dirmi, come vuoi, ti seguo. Acchiappa la bottiglia e riempie ancora i bicchieri. Anche la cucina alla Gordon Ramsay sembra diventare soffusa e meno minacciosa.

«E tu che cosa fai?» Cosa fa il figlio di un uomo tanto ricco da fondare una scuola di cucina per ricchi solo per sfizio?

«Sono laureato in Economia, ma di fatto vado in giro a svolgere compiti per mio padre.» Beve ancora, gli occhi fissi sul bicchiere.

«In giro per l’Italia?»

«Anche, domani parto per Londra.»

«Ah, bello. Ti piace?»

Fa spallucce. Di nuovo.

«Avrai visto un sacco di bei posti.»

Se fa spallucce di nuovo lo chiudo nella cella frigorifera.

«Io volevo andare in Erasmus, ma ero in ritardo con gli esami e alla fine ci ho rinunciato.»

Mi guarda: «Alla fine qui o altrove non cambia granché.»

«Dici? Sarebbe stato bello scoprirlo da sola.» I bicchieri sono di nuovo pieni. Ho l’impressione che se stringessi ancora un po’ lo stelo potrei spezzarlo, sembra sottilissimo.

Il suo cellulare squilla di nuovo, lui si alza e lo recupera dalla giacca. Guarda lo schermo, inerte. Il rumore cessa. Il suo viso è di nuovo tutto rette e spigoli. Non mi ero resa conto di quanto si fosse rilassato finché non è tornato al punto di partenza sotto i miei occhi.

La luce blu dello schermo ondeggia davanti ai miei occhi come un raggio di sole nelle profondità dell’oceano. La luce scompare. L’ha messo via.

«La tua fidanzata?» Ci starebbe benissimo una capocciata di quelle decise contro uno spigolo in questo momento. Lui degna le mie parole solo di una smorfia.

Torna a sedersi accanto a me e si versa ancora del vino. Siamo a metà bottiglia e io ho i neuroni che nuotano beati nell’alcol. E si vede. E si sente.

«È bello che tu abbia un progetto così preciso in mente. Non è così scontato.»

Non è che proprio me lo aspettassi. Non so cosa dire.

«Beh, anche tu hai una bella strada davanti.»

«Presenziare a inaugurazioni? Dire cretinate su un palco?»

«Non hai detto cretinate.»

«Non ho detto niente!» ribatte tagliente.

«Vero, ma comunque non hai detto cretinate.» Sono buone, le bollicine. Mi sto abituando. Me ne verso ancora un po’.

«Non dire cretinate non mi sembra un grande obiettivo.»

«Non scrivere questa cosa su Facebook. Potresti rovinare un intero ecosistema se qualcuno ti prendesse sul serio.»

Resta in silenzio.

«Quindi non ti piace per niente quello che fai. Cosa vorresti fare?»

Scuote la testa. Come siamo entrati così in confidenza? Lui sembra parlare più con se stesso che con me.

 

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«Sono stufo di essere un’estensione di mio padre. Tutto qui.»

A me viene da pensare che in fondo è solo un ragazzino viziato; che ognuno ha i suoi problemi, e sicuramente non è solo questione di essere un’estensione del padre, qui. Non sono particolarmente coerente, con tutto questo vino in corpo.

«Per questo non ti piace mangiare?»

Lui si volta verso di me: siamo seduti a terra. Io ho le ginocchia raccolte sotto il mento e fisso il pavimento, assorta.

«È passata un’ora.»

Di già? Mi alzo e barcollo. Spero solo che lui non se ne accorga. Prendo la ciotola e la scopro. La pasta è cresciuta bene. Lascio a lui il piacere di impastarla di nuovo, la dividiamo in quattro pagnotte non troppo grandi, lui le sistema sulla placca, e io le copro di nuovo con il canovaccio umido. «Devono raddoppiare di volume. Un’altra oretta, poi mezz’ora scarsa in forno.»

Il cellulare squilla di nuovo. Non è un modello particolarmente recente, noto. Forse non si connette nemmeno a internet. Lui non risponde ma lo lascia suonare. Se lo rimette in tasca con un gesto rigido, che vuole apparire disinvolto.

«Di là è richiesta la mia presenza.» Perché un tono e un linguaggio così formale? Non mi guarda e quando torniamo nella sala principale, ci dividiamo senza una parola.

Ho voglia di piangere.

Storie d’amore e di cucina, quando letteratura e cibo s’incontrano

Mio padre mi trova quasi subito e io vorrei tanto evitarlo: «Dove sei finita? Andiamo?»

È leggermente sudato, neanche il forno gli fa questo effetto. C’è qualcuno che desidera veramente essere qui stasera?

Lo cerco con lo sguardo e riesco a individuarlo. La giacca è tornata al suo posto. I suoi capelli chiari pure. Non c’è alcuna traccia di me.

«Stai bene?»

Mio padre si è accorto che sono brilla? Non voglio dover subire un processo, non so se posso sopportare domande di qualsiasi genere: «Io torno a piedi. Sta’ tranquillo, magari trovo qualche contatto utile per trovare un lavoro.»

L’argomento lavoro vince su tutte le altre ansie. Soprattutto vince sull’idea di dover stare in quell’inferno un numero indeterminato di minuti che non sia inferiore a uno. Non siamo lontanissimi da casa e questo è un quartiere tranquillo. Vinco facile.

Dopo che mio padre se n’è andato nessuno sembra più considerarmi. Ho già provato questa sensazione quando ero adolescente e speravo di non doverci passare mai più. Una stanza piena di persone, e nessuno sguardo si ferma su di te, per te. Ne approfitto per sgranocchiare qualcosa, tartine dai colori strani e dai gusti indecifrabili. Più in là scorgo dei panini piccoli come un’albicocca, li riconosco, sono quelli che hanno ordinato a mio padre. Ne assaggio uno, ma qualcosa ne ha guastato il sapore, qualcosa di cremoso e speziato. Un cameriere mi porge un bicchiere di vino rosso. Bevo sperando che questo groppo alla gola scivoli giù insieme al vino.

«Non dovresti mischiare. Rischi di stare male.»

Il vino mi va di traverso. È lui. Mi parla con gli occhi fissi sul buffet mettendo su un piatto due o tre squisitezze – ho sentito una signora, con quindici centimetri di collo e un mento appuntito da far paura tutte le volte che si girava, definirle così, lo giuro.

«Ah, non c’è rischio. Credo mi sia finito tutto nel naso.»

Brava, elegante. Davvero. Garçon, dov’è il mio spigolo?

Si dirige verso l’uscita a passo di marcia, con il piatto in mano, si volta giusto un secondo per vedere se lo sto seguendo. A quel punto allungo il passo, per quanto mi permettano queste scarpe.

Stiamo tornando in cucina e solo allora mi rendo conto che l’ora è quasi finita. Appoggia il piatto pieno e mi guarda: «Ora cosa facciamo?»

Faccio un respiro profondo: «Accendiamo il forno e vediamo se il pane è lievitato a sufficienza.» A operazione ultimata gli indico il display: «Quando arriva a temperatura inforniamo.»

Lui annuisce e con lo sguardo torna alle nostre forme di pane. Sono molto tonde, molto ordinate e molto uguali. D’altronde lui è un tipo scrupoloso e mentre le metteva sulla placca ci mancava poco che prendesse un righello: «Sembrano cresciute bene.»

«Speriamo siano buone. Adesso dobbiamo rovesciarle con molta delicatezza, e segnarle.»

Lo lascio fare: oltre che preciso, sa anche essere molto delicato. Prendo un coltello e incido una pagnotta con una croce. Su un’altra un asterisco. Porgo il coltello a lui: incide una specie di fiocco di neve, e qualcosa che sembra un ragno.

Sorrido, non resta che infornare.

Guardo il piatto pieno di roba del buffet: «Ti è venuta una fame improvvisa?»

Lui guarda il piatto: «Sono per te. Visto che dobbiamo aspettare ancora.»

La mia mascella sembra improvvisamente essersi ricordata che esiste la gravità, ma tento disperatamente di non guadagnarmi un altro Spigolo d’Oro. Mordo una tartina con una roba verde sopra. Lui mi guarda tra il perplesso e lo schifato.

«E dai, non sto mica mangiando barba di alieno.»

Lui ride. Ride più di quello che immaginavo.

«Anche se devo dire che sembra barba di alieno» dico finendo il boccone.

«Hai incontrato un alieno?»

«Eh, gli ho fatto anche la barba.»

Il forno ci avvisa che possiamo procedere. Indosso i guanti e infilo la teglia nella sua bocca spalancata. Adesso dobbiamo solo aspettare.

Ci sediamo di nuovo per terra. E cala il silenzio.

Lui sembra assorto in qualche pensiero che ha molto a che fare con la punta delle sue scarpe.

«Ho sempre odiato stare a tavola. Fin da piccolo. Ero magro, il medico diceva che bisognava che mi sforzassi di mangiare. Ma io odiavo stare a tavola. Per me il cibo ha tutto lo stesso sapore.»

Non interrompo, ma avrei duemila domande.

«Mio padre da una parte del tavolo, mia madre dall’altra, un piatto dopo l’altro, spesso in silenzio. A parte i rimbrotti di mio padre perché non mangiavo. La mia tata mi diceva che non sarei cresciuto. A che pro crescere se si diventa come loro?»

«Come loro?»

«I miei genitori. Dopotutto il silenzio, a tavola, era un’alternativa migliore alle litigate, sempre per colpa mia. Non ero abbastanza sveglio, abbastanza bravo, abbastanza sano. Mio padre dava la colpa a mia madre e mia madre dava la colpa a mio padre, anche se magari non lo diceva apertamente.

Avevamo un cuoco, i miei genitori amano l’alta cucina. Mio padre è nato in una famiglia poverissima, con otto fratelli. Era inconcepibile che io non mi entusiasmassi tutte le volte che mi sedevo a tavola. Che non fossi grato

Sospira e si appoggia completamente con la schiena, dritto, quasi in posa. Me lo immagino mentre il padre gli intima di stare dritto, su quella sedia. Gli occhi sono rivolti al soffitto ora, e sono lucidi. Probabilmente per l’alcol, mi dico.

«Poi mia madre si è ammalata: le cure la facevano stare malissimo, non riusciva a mangiare e in poco si è ridotta a…» Sembra stendere un filo invisibile davanti a lui. «Però non voleva che le cose cambiassero, così si sedeva a tavola tutti i giorni, con me e con mio padre. Lui aveva smesso di tormentarmi, quantomeno. Ma ora lo faceva lei, senza volerlo. A un certo punto non ce l’ha più fatta.

Quand’è morta avevo sedici anni. Non mi sono più seduto a tavola con mio padre. Ed evito di farlo con chiunque, se non sono obbligato.»

Non so cosa dire. Se all’inizio ero stupita per la sua confessione e per il fatto che la facesse a me, emerita nessuno, ora ho il cuore a pezzi.

Ci sono tante cose che mi fanno arrabbiare della mia famiglia, ma almeno ho una famiglia. A volte ci si siede a tavola di cattivo umore, a volte si festeggia, si litiga e si discute e si ride e si sbuffa. Ma non ho mai messo in dubbio che per me ci fosse sempre un piatto pronto, anche se riscaldato.

«Mi dispiace.» È la cosa più banale da dire, ma è terribilmente vero. E vorrei che lui lo capisse. «Quando ero piccola, non mi ammalavo spesso, ma quando capitava facevo sul serio. Una volta, avevo forse sei anni o sette, mi è venuta la polmonite e sono stata malissimo: non mangiavo praticamente più. Mi sono ridotta a uno scheletro. Io non credo di aver mai visto mia madre tanto preoccupata. Non riuscivo neanche ad alzarmi dal letto. Dopo quasi un mese avevo il morale a terra, non era solo colpa della malattia.

Così mio padre mi ha raccontato di essere andato alla ricerca di una farina speciale, una farina fatata che mi avrebbe aiutato a guarire in fretta. Mi aveva fatto i grissini, quelli che piacciono a me. Secchi secchi, lunghi e sottili. Ogni volta veniva da me e mi raccontava una puntata del suo viaggio. Ogni volta con un piatto di grissini e qualcos’altro. Prosciutto, latte, patate, minestra, a volte anche del cioccolato.»

«E sei guarita, come per magia.»

«A fare la magia sono stati gli antibiotici. Però sì, da lì ho iniziato a migliorare.» Mi rendo conto che questa storia non fa che accentuare la differenza tra la mia famiglia e la sua. «Quello che voglio dire è», devo pensare alle parole giuste, «che siamo noi a decidere che significato dare a quello che facciamo. Se hai dei brutti ricordi, costruiscitene di buoni.» Guardo il piattino: «Magari senza la barba d’alieno.»

Il trillo del forno ci fa sussultare. Mi metto i guanti e schiudo lo sportello: dopo qualche scottatura non ti dimentichi più della nuvola di vapore che ti aspetta quando apri il forno. L’odore del pane, caldo e croccante, ci avvolge e si diffonde in tutta la cucina. Ha il potere, quasi soprannaturale, di evocare persone, luoghi, rumori, altri odori: la panetteria di mio padre, il sole che scalda i prati e la pelle, crosta croccante a cui è stata tolta la mollica, profumo di legna e resina, un cristallo di sale che si scioglie sulla lingua, le dita sporche d’olio, rumore di piatti e di posate.

Abbiamo finito.

Gli dico che è meglio aspettare che si raffreddi un pochino.

La crosta è bella dorata, sembra venuto bene. 

Torna il silenzio, un silenzio che profuma di buono, di conforto e anche, non so perché, di nostalgia. Temo che sia arrabbiato con me per quello che gli ho detto prima. Che ne so io di com’è perdere un affetto? Del vuoto che si crea nella propria vita? Dovevo stare zitta. È lui che interrompe la mia personalissima tortura interiore.

«Dici che possiamo assaggiarlo?»

Io annuisco e ne strappo un pezzo, brucia ancora, ma il mio stomaco è una centrifuga di tristezza e magari un pezzo di pane lo ferma. Soffio, lui mi imita.

Sento la crosta scrocchiare tra i nostri denti. Ne strappa un altro pezzo, in silenzio, e lo faccio anch’io, ma mentre io mastico lui guarda il pezzo di pane, assorto.

«Questo è uno.»

Deglutisco: «Uno cosa?»

Lui mi sorride: «Un ricordo. Hai detto che dovevo costruirmi ricordi buoni. Questo sarà il primo.»

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