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Storia di uno psichiatra dalla vita disagiata

Storia di uno psichiatra dalla vita disagiataArnon Grunberg con il suo nuovo romanzo Terapie alternative per famiglie disperate, edito da Bompiani con la traduzione di Giorgio Testa, porta il lettore nella vita disagiata dello psichiatra Otto Kadoke.

L’autore olandese, conosciuto anche con lo pseudonimo di Marek van der Jagt, con il quale ha pubblicato Storia della mia calvizie, vive a New York dove collabora con diverse testate giornalistiche tra cui il «New York Times». È tra i più interessanti scrittori in lingua olandese nonché tra i più noti autori della cosiddetta Generazione X, quella composta da giovani, ormai più che quarantenni, in bilico fra delusione e incertezza. La sua produzione inoltre si inserisce all’interno della letteratura mitteleuropea contemporanea con il suo umorismo cinico unito ai diversi riferimenti alla cultura ebraica. Nel nuovo romanzo ritroviamo tutte le tematiche più care all’autore neerlandese. C’è di nuovo una madre scampata ad Auschwitz come in Lunedì blu, ritroviamo l’ironia e l’umorismo che guidavano la narrazione in Storia della mia calvizie ma anche il continuo disagio che, ne Il maestro di cerimonia, accompagnava il lettore alle prese con la vicenda del protagonista.

 

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Otto Kadoke – si pronuncia con l’accento sulla e, ma se qualcuno sbaglia, il nostro protagonista lascia correre – preferisce essere chiamato Oscar perché in fondo «che cos’è un nome» se non «una storia a cui devi rapportarti?». Si definisce un uomo «non bianco», camuffato alla perfezione ma destinato a convivere con il suo ebraismo. Gestisce il suo lavoro e la propria vita malandata fumando due sigarette alla volta. Ha un matrimonio fallito alle spalle e di tanto in tanto si concede una storiella con qualche specializzanda dell’unità di crisi dove presta servizio in qualità di psichiatra esperto in prevenzione dei suicidi. Non manca mai di fare visita a colei che, un po’ madre, un po’ padre, lo ha messo al mondo.

Storia di uno psichiatra dalla vita disagiata

La signora Kadoke è bisognosa di cure costanti come lo sono tutti gli anziani un po’ avanti con l’età: fragili e indifesi come bambini eppure testardi e duri come rocce. Il rapporto madre-figlio è amorevole e a volte un po’ fuori dagli schemi. «Sei il mio paparino» afferma la madre e anche il figlio non lesina nomignoli affettuosi: «bellissima», «dolcezza», «tesoro». Spesso però da amorevole, il rapporto diventa conflittuale, ma per Kadoke l’invettiva che la madre gli riserva è la spia che c’è ancora vitalità nel corpo stanco dell’anziana. È proprio nei rapporti madre-figlio che l’umorismo politicamente scorretto di Grunberg si fa sentire di più, che si tratti del problema della doccia o del suono dello shōfār, il corno di montone del Capodanno ebraico, poco importa.

Terapie alternative per famiglie disperate prende avvio quando la vita, forse un po’ piatta e monotona di Kadoke, viene stravolta a causa delle sue stesse azioni. Le ragazze nepalesi che si prendono cura della madre, per una condotta inadeguata del protagonista, abbandonano il posto di lavoro e lo costringono a occuparsi di lei da solo. Da qui ha inizio una parabola discendente che porterà Kadoke sempre più verso il baratro. Anche la condotta professionale, fin lì irreprensibile – Grunberg ci mostra un uomo distaccato sul lavoro, un medico impeccabile che non si lascia coinvolgere emotivamente dai pazienti –, subisce un duro colpo quando Kadoke infrange tutti i protocolli e porta a casa la giovane aspirante suicida Michette affinché si occupi di sua madre.

Ha inizio così quella che il protagonista definisce una «terapia alternativa», una cura su più fronti che dà il titolo alla traduzione italiana dell’opera. L’originale Moedervlekken fa invece riferimento ai nei, in particolare a una serie di sporgenze, forse benigne, che il nostro protagonista presenta nella parte bassa della schiena. Esse vengono più volte menzionate nel corso della narrazione e presentano un profondo significato simbolico che sfugge alla lingua italiana ma che è ben visibile nelle lingue germaniche in cui il neo è presentato linguisticamente come un “segno materno”.

Storia di uno psichiatra dalla vita disagiata

L’azione in questo romanzo è poca cosa, tutto ruota principalmente intorno a questa terapia e intorno allo strano rapporto che si instaura tra Kadoke, l’anziana madre e Michette. Il tempo scorre lento ed è scandito principalmente dai turni di notte all’unità di crisi. «Il turno di notte è difficile, peggiora tutto quanto, la notte aggrava l’emergenza, rafforza l’emozione» e infatti non fa che aumentare l’effetto claustrofobia che accompagna il lettore. Arnon Grunberg riesce a costruire così un universo scandito dai ritmi della sofferenza, uno spazio angusto in cui i personaggi lottano ogni giorno con i propri demoni.

Le innumerevoli sigarette del protagonista, sulla soglia di casa nel buio della notte o nei momenti morti delle lunghe attese, aiutano a delineare l’apatia del protagonista, bloccato nel suo limbo, ingabbiato in quei limiti che non gli permettono di godere a pieno delle gioie della vita, limiti che però al contempo supera irrimediabilmente nel suo rapporto professionale con Michette. Lo «psichiatra Kadoke che supera i limiti» – così lo chiama la sua paziente-badante – naviga a vista nel mare dell’esistenza, totalmente spaesato, in preda a dubbi sempre più frequenti.

 

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Terapie alternative per famiglie disperate è un racconto in terza persona ma lo stile di Arnon Grunberg riesce a far penetrare il lettore nella mente del protagonista e a fargli vivere i suoi pensieri. Kadoke è messo a nudo perciò basta poco al lettore per comprendere un’amara verità: benché il protagonista in quanto psichiatra sia convinto che «chi ogni giorno viene messo di fronte al desiderio di morte di altre persone, deve indurirsi, sviluppare una certa insensibilità per non lasciarsi trascinare nella disperazione altrui», in realtà è nei guai fino al collo.


Per la prima foto, copyright: Alex Boyd su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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