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Storia di uno dei più grandi criminali americani. “The Irishman” di Charles Brandt

Storia di uno dei più grandi criminali americani. “The Irishman” di Charles BrandtIn occasione dell’uscita dell’omonimo film, con la regia di Martin Scorsese e un cast tra cui figurano Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci – incrollabili numi tutelari del gangster movie – Fazi Editore pubblica The Irishman (traduzione di Giuliano Bottali e Simonetta Levantini) di Charles Brandt, già procuratore e investigatore privato, diventato noto per aver interrogato criminali poco proclivi al dialogo e al racconto delle proprie vicende.

Tra costoro si staglia un vero gigante («Avevo appena compiuto ventun anni ed ero alto un metro e ottantacinque. Quattro anni dopo, alla fine della guerra, fui congedato il giorno prima di compiere venticinque anni. Ero un metro e novanta, ero cresciuto di cinque centimetri», così racconterà in prima persona) della mafia statunitense, Frank Sheeran, detto l’Irlandese, intervistato più volte a partire dal 1991.

Pur insospettito «per la natura inquisitoria […] dei colloqui» iniziali il sicario rimane in contatto con Brandt.

 

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Tormentato dalla malattia, che lo aveva reso disabile, Sheeran si riavvicina al cattolicesimo, da cui si era allontanato durante i decenni passati a delinquere tra Philadelphia, Philly, Chicago, Detroit e New York, mentre l’ex moglie Mary andava «a messa da sola», «accendeva candele in chiesa» e «pregava» affinché Frank trovasse «un lavoro fisso».

Tra il 1999 e il 2003 l’uomo, sofferente ma ancora lucido, pungolato dalle domande di un Brandt dal canto suo esperto in «tecniche di controinterrogatorio», racconta la propria vicenda biografica, traccia il cursus della propria carriera lavorativa, mai completamente scissa da quella criminale, dalle prime affiliazioni a gruppi di quartiere, ai tempi in cui si occupava di trasportare partite di carne per Food Fair, agli importanti ruoli di tramite fra Cosa Nostra e l’International Brotherhood of Teamsters, il sindacato presieduto dall’irascibile e combattivo James “Jimmy” R. Hoffa tra il 1957 e la prima metà degli anni Settanta.

Il racconto del «coriaceo figlio della Grande Depressione» e delle atrocità della Seconda guerra mondiale si caratterizza per forza espressiva e vigore narrativo: le parole dell’Irlandese, a oggi, risuonano ancora forti, dure, dirette, proprio come i pugni cui abitualmente ricorreva per «sistemare una faccenda» o «mettere a posto le cose».

Storia di uno dei più grandi criminali americani. “The Irishman” di Charles Brandt

Queste espressioni, al contempo criptiche e trasparenti, sono solo alcune tra quelle che ricorrono e si rincorrono nella «vita singolare e avventurosa di Frank Sheeran» e nell’inesausta «caccia all’assassino» condotta da Charles Brandt con il suo The Irishman. “Imbiancare le case”, per citarne una su tutte, è una frase dalla vaghezza crudele, che si tinge dei violenti colori della morte quando volano proiettili e il sangue «schizza sulle pareti» per poi colare sul pavimento: nelle organizzazioni mafiose, uccidere diventa dunque un atto catartico, teso a mondare il sistema dalle impurità dei traditori.

L’imbianchino è proprio lui, l’Irlandese, un devoto tristo mietitore, che addirittura arriva a occuparsi di «lavori di falegnameria» (legit: «costruzione di bare» e, ne consegue, occultamento di cadaveri) per proteggere e tutelare il suo capo, quel Jimmy Hoffa – «l’uomo più potente degli Stati Uniti dopo il presidente», come ebbe a dichiarare Bobby Kennedy – che scomparve misteriosamente il 30 luglio del 1975.

Il tramite, colui che permette a Frank Sheeran di lavorare per Jimmy Hoffa, è un altro personaggio fondamentale all’interno della macchina narrativa dell’epico resoconto dell’Irlandese: Russell “McGee” Bufalino, figura cardine della criminalità organizzata statunitense.

Il suo ritratto è memorabile e si dipana, completandosi, lungo tutto il corso del libro: nato a Catania, negli U.S.A. aveva costruito il suo impero, che comprendeva «la Pennsylvania del Nord e vaste zone dello Stato di New York, del New Jersey e della Florida» ed era diventato un punto di riferimento talmente affidabile per le più importanti famiglie di «tutta la nazione» al punto da essere consultato «prima di ogni decisione importante». Ammirato per la discrezione, la pacatezza (era soprannominato «Don Rosario il tranquillo») e la sobrietà («A guardare la sua automobile e la casa in cui viveva, avresti detto che non avesse due centesimi in tasca»), nel viso non aveva nulla del criminale in senso lombrosiano: dietro i «grandi occhiali», oltre a una ptosi palpebrale, un «viso tondo» e un sorriso sofferente simile a quello che viene quando si socchiudono gli occhi guardando il sole.

Storia di uno dei più grandi criminali americani. “The Irishman” di Charles Brandt

Dietro questa apparenza quasi dimessa, «nelle maniere e nel comportamento» sono però ravvisabili i tratti del principale archetipo a cui si fece riferimento per la costruzione della versione cinematografica del personaggio di Don Vito Corleone; dietro l’affabilità nei modi - afferma il senatore McClellan, capo della Commissione sul Crimine Organizzato – si cela « “uno dei capi più potenti e spietati della mafia americana” »; dietro la personalità riservata e schiva si nasconde un uomo che ha vissuto per delinquere e coltivare la mala pianta della mafia.

 

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L’opera, a metà strada tra il saggio, l’epopea, l’inchiesta e le memorie, costituisce, insieme al film di Scorsese, l’ultimo atto di una prolungata e faticosa ricerca della verità, un atto di evidente importanza documentaria e letteraria.

The Irishman è “l’opera di falegnameria” – come direbbe Frank Sheeran –, il coperchio della bara sopra uno dei grandi misteri che hanno ossessionato l’opinione pubblica americana, il legno del racconto da cui altre storie potrebbero nascere, alimentando il fuoco mai sopito dell’immaginario collettivo.

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