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Storia di una donna contro tutti

Storia di una donna contro tuttiLa vera storia di Martia Basile è un romanzo storico che va al di là del romanzo storico. È un viaggio nel tempo, vero e proprio, e, insieme, è un bagno nelle acque gelide dei tempi contemporanei. Uscito per Mondadori, a firma di Maurizio Ponticello, è una lettura che non va persa, amanti o non amanti del genere.

Si può dire molto di Martia Basile, mi limito a evocare il primo simbolo che colpisce il lettore sin dalle primissime pagine. Martia ricorda una lontana Siddhartha al femminile: anche Martia compie un viaggio tra le brutture del mondo ma, a differenza del principe orientale, l’unica eredità che ci lascia è un grido, soffocato per secoli, a diventare consapevoli che, se non c’è stato uno sterminio delle donne durante i secoli più oscuri dell’umanità, è forse solo per la loro funzione di progenitrici. È una bambina ancora, Martia, quando scopre con quanto dolore le donne hanno il diritto di vivere nella sua società.

In occasione dell’uscita del romanzo, Maurizio Ponticello ha svelato qualche dettaglio che si cela dietro la stesura de La vera storia di Martia Basile e, soprattutto, ha messo in luce alcune importanti riflessioni sulla condizione della donna, aspetto che rende il suo romanzo così attuale.

 

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Come nasce l’idea del romanzo? Cioè: perché la storia di Martia Basile?

Durante alcune ricerche sul periodo vicereale, mi capitò tra le mani il poemetto secentesco di un poeta di strada in cui si raccontano brevemente le traversie di una donna dalla bellezza proverbiale, una giovane accusata di aver commesso un viricidio e di praticare la stregoneria. La protagonista è stata considerata a lungo un’invenzione letteraria, e invece si è scoperto che è veramente esistita. Sollecitato da un sogno in cui l’ombra fulva di Martia Basile mi era apparsa assetata di giustizia, ripresi in mano le indagini e intuii che i versi del cantastorie potessero essere stati adattati alla morale del tempo per scavalcare la censura della Controriforma, e che, quindi, nascondessero qualcosa. Per esempio, per consentire la sua pubblicazione – che, con le ripetute ristampe in ogni parte d’Italia, ebbe un’eco straordinaria fino a tutto l’Ottocento – Martia era stata bollata come una immorale e una prostituta, un modo piuttosto abituale per far circolare senza impedimenti il libretto e giustificare tutto ciò che aveva subito. Era abbastanza perché mi appassionassi e cercassi di ridarle vita raccontandone la vera storia senza bavagli e mordacchi, cruda come certamente fu.

 

Martia Basile è una bambina, sia come sposa sia come madre: a leggere le sue vicende si ha una stretta al cuore. Era questo il destino comune delle donne in quel lontano 1500 oppure Martia è un’infelice eccezione? Cosa aspettarsi da un mondo che affonda le sue radici in un simile passato? Secondo lei, il mondo (quello attuale) può davvero cambiare atteggiamento nei confronti della donna?

Martia non è un’eccezione, era molto frequente che le bambine fossero date in sposa all’età di dodici anni – in genere, il limite era dato dal primo sangue, la malitia –, e ciò quasi sempre avveniva per motivi economici. Lei, però, a dispetto di tante altre donne, riuscì ad assumere una coscienza rara mostrandosi vittima ma non vittima: caparbia fino alla fine, Martia lotta per la propria sopravvivenza e combatte come una disperata per sé e le sue due figlie, e diventa un modello modernissimo, una eroina a pieno titolo e pienamente contemporanea. L’atteggiamento mentale del nostro mondo attuale nei confronti del multiverso femminile non è casuale, con le dovute differenze (per esempio, sul piano dei diritti), viviamo ancora certi condizionamenti dettati dalla morale controriformata di quell’epoca in cui le donne erano considerate diavoli peccaminosi da assoggettare alla volontà maschile. L’eredità delle Sacre Scritture che, fin dalla Genesi, associano la donna alla figura di un’ammaliatrice tentatrice, ha condizionato la cultura occidentale: Eva rimarrà sempre Eva, e Adamo il suo carnefice che cerca il proprio riscatto. Anche il giudizio del tanto osannato sant’Agostino non fu da meno quando affermò che: «La donna è un animale né saldo né costante; è maligna e mira ad umiliare il marito, è piena di cattiveria e principio di ogni lite e guerra, via e cammino di tutte le iniquità». Sono convinto che si possa uscire da questo circolo vizioso ma dovremmo scrollarci da dosso tutto ciò. Perciò, alla fine è una questione di consapevolezza: devono tramutare il pensiero unico e la morale, sia quella maschile sia quella femminile. Non basta – anzi, a mio avviso è controproducente – che le donne, così per dire, indossino i pantaloni poiché, in questo modo, si rischia di foraggiare una guerra di genere che non fa bene a nessuno. Uomini e donne devono camminare insieme: soltanto uniti potranno cambiare il mondo.

Storia di una donna contro tutti

La sensazione è che il sapere e il potere fossero custoditi con gelosia dagli uomini, ma poi la realtà, con le sue briciole di potere e sapere, era in mano alle donne. Qualcuna, per indole, ne faceva buon uso, anche se forse non del tutto consapevole. Penso alla figura delle «mammane», le levatrici, che, contrariamente da quello che si possa pensare, erano molto di più di semplici aiutanti nel momento del parto. Quali erano le loro incombenze? Inoltre, la vita, la speranza di un erede, poteva fare leva sugli uomini? Era questo il grande potere inconsapevole delle donne sugli uomini?

Le “mammane” erano le custodi del segreto femminile, nulla a che vedere con le ostetriche moderne: oggi è tutto più asettico e spoglio di ogni enigma. Un tempo, infatti, le levatrici avevano una funzione sacra che non era soltanto quella di riuscire a far mettere al mondo un bambino: comprendevano i misteri della natura, operavano la magia naturalis e trasmettevano alle proprie “sorelle” una specifica conoscenza arcana che gli uomini non erano in grado nemmeno di concepire. Quindi, il loro ruolo era basilare, cioè alle fondamenta del percorso di consapevolezza di una donna e, nella sostanza, incarnavano la mansione della dèa Demeter: la madre delle madri. Gli uomini, un po’ come accade ancora oggi nei ceti più popolari, erano sempre alla ricerca di un erede maschio che potesse aggiungere braccia al proprio lavoro o prestigio poiché le donne costavano e non producevano, ed erano ritenute quasi esclusivamente delle fattrici. Non direi che la condizione di poter partorire dei figli fosse un potere inconsapevole sugli uomini, in questo sarei ancora più tranchant: le “femmine” servivano esclusivamente a procreare e a dare piacere, la mansione scellerata per eccellenza. La loro capacità generativa, forse, è l’unico motivo per cui non sono state estinte dal rigore della caccia alle streghe dettato dal maglio del Concilio tridentino.

 

Reliquie, credenze, pezzi di corda degli impiccati: quanto era oscuro il 1500? Ovvero, quanto ancor più oscuro di quello che si pensa?

Paradossalmente, furono più oscuri il Cinquecento e il Seicento del vituperato Medioevo. Dalla fine del Rinascimento all’età Barocca l’oscurantismo religioso assunse vette parossistiche, appiccò fuochi purificatori e giustizialisti ovunque, si riaccese la caccia alle streghe e nessuno poteva alzare il naso o gli occhi per criticare il sistema senza correre il rischio di essere accusato di eresia. I sacerdoti della Chiesa diventarono l’ago della bilancia della vita e dell’organizzazione sociale, gli artefici della repressione benedetta che impugnava la falce per mietere vittime da offrire al Signore. Con l’imposizione del potere assoluto ecclesiastico, il cattolicesimo diventò la prima superstizione universale e – con le parole della messa ormai incomprensibili al popolo, e i misteriosi cerimoniali della celebrazione liturgica – gli uomini di Dio soppiantarono le credenze antiche attribuendo flagelli e catastrofi alla natura peccaminosa dei fedeli che dovevano genuflettersi avanti alla potenza celeste. In tutto ciò, come è sempre accaduto, l’oppressione generò sacche di resistenza culturale nei luoghi più lontani dove arrivavano con minor vigore gli strali di Dio, e invece nelle città si sviluppò un nuovo mercato religioso conteso dai diversi ordini cattolici che competevano per il potere e la gloria a colpi di reliquie e di reciproci sgambetti. Proprio in quel periodo, per esempio, Napoli quasi affogava nel sangue mistico dei santi che, mai come allora, si profusero tutti insieme a sciogliere il proprio umor vitale. Ai primi del Seicento, a causa dei circa duecento prodigi che vi furono classificati, uno straniero definì Napoli Urbs sanguinum: la Città dei sangui. In tutto ciò, possiamo mai meravigliarci che ci fossero credenze scaramantiche pure sulle corde dei messi a morte?

Storia di una donna contro tutti

Deboli, diversi, malati mentali: oltre al tormento della mente, quello della cura. Per i diversi, il mondo era una giungla spietata? Lei accenna anche a «i pazzi a rota», di cosa si tratta?

Durante il proprio percorso di formazione, Martia s’imbatte in una scena dantesca assolutamente autentica. A quei tempi, e poi per diversi secoli, era abbastanza facile classificare un uomo squinternato come matto, e le cure spesso erano ancora più folli. L’ospedale degli Incurabili di Napoli fu un centro di eccellenza europea e uno dei primi nosocomi in cui si ricoveravano i malati di mente. Per i pazzi dal temperamento più caldo ed esuberante erano riservate principalmente due cure: un bagno nell’acqua gelata, il cosiddetto “pozzo dei pazzi”, e il giro forzato intorno a una ruota che serviva per attingere acqua da una cisterna. Un fustigatore chiamato Mastuggiorgio (dal greco, “il portatore di sferza”) teneva in riga gli ammalati con lo scudiscio e li istigava a spingere senza fermarsi. La frase «i pazzi a rota», successivamente, diventò un modo comune per indicare i matti farneticanti. Anche l’espressione usata per i tossicodipendenti in crisi di astinenza, “andare a rota”, pare che derivi da qui.

 

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La lingua è un vero veicolo che strappa la rigida struttura del tempo. È un veicolo e attraverso di essa si riesce a viaggiare. Come ha gestito questo aspetto così affascinante della storia? Quali le difficoltà nel ricostruire le diverse sfumature dei diversi personaggi?

Per condurre il lettore nell’atmosfera secentesca ho fatto anche un moderato uso del napoletano più puro, quello tramandato dai due famosi poeti partenopei che si chiamavano entrambi Gianbattista: Basile (nulla a che vedere con Martia) e Del Tufo. Sebbene qualche volta abbia adattato la lingua per renderla più comprensibile, non credo che avrei potuto fare a meno del gergale perché mi piace l’idea che si entri nella storia del tempo assaporandone i profumi, vedendone i chiaroscuri tipici e “ascoltando” il suono e l’armonia di alcune espressioni popolari. Questo espediente mi ha anche aiutato a delineare meglio i contorni e i caratteri dei vari personaggi i quali, a seconda del loro grado di cultura e del ruolo sociale, si esprimono in modo differente. Non dimentichiamo che la vicenda di Martia Basile si svolge in piena età vicereale, e a Napoli, la capitale del viceregno, vivevano anche molti spagnoli – nobili e soldataglia –, e perciò si parlava un idioma contaminato che era particolarmente suggestivo. Per portare il lettore fino al cuore degli avvenimenti, e per offrire uno squarcio nel pensiero e nel lessico dell’epoca, ho anche disseminato il romanzo di alcune frasi dal sapore barocco cercando di armonizzarle con il tutto per farne un testo di carne e sangue: è vero, la lingua può essere una incredibile macchina del tempo.


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Per la prima foto, copyright: Frank Busch su Unsplash.

Per la terza foto, la fonte è qui.

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