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Storia di un uomo in crisi. “La vita sconosciuta” di Crocifisso Dentello

Storia di un uomo in crisi. “La vita sconosciuta” di Crocifisso DentelloGiunge alla sua seconda fatica editoriale lo scrittore Crocifisso Dentello, con il suo libro La vita sconosciuta, edito da La nave di Teseo nella collana Oceani.

Il libro racconta la storia di Ernesto, disoccupato cinquantenne della periferia di Milano che una sera, di ritorno da una libera uscita per i vicoli più degradati e maleodoranti della metropoli milanese, rincasa e ritrova la sua consorte, Agata, deceduta per cause sconosciute. Da questo momento il romanzo non va mai verso il futuro della vita da vedovo del protagonista, piuttosto si configura come una summa di flashback: la gioventù della coppia, l’Italia dei moti studenteschi e operai degli anni Sessanta e Settanta, gli anni di piombo, la crisi lavorativa e coniugale.

Riprendendo le dinamiche narrative di un altro recente romanzo come Ultima la luce di Gaia Manzini ritroviamo ancora un uomo, vedovo e solitario, alle prese con la morte. L’attimo conclusivo della vita viene ritratto dallo scrittore «pari a un sisma che irrompe improvviso nella notte e che semina distruzione».

 

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Anche in questo libro la condizione di perenne assenza diventa un pretesto, meglio dire un tema su cui fondare tutto l’impianto narrativo e con il quale fare i conti. È la coscienza a far sentire la sua voce e l’io narrante non può fare altro che raccontare al lettore chi fosse stata la donna con cui aveva vissuto per più di vent’anni. Tutto quel che si sa di Agata, ritratta in tipizzazioni e stilemi “meridionali” alquanto anacronistici nell’epoca attuale, proviene da un narratore scombussolato, pentito e subdolo. Ernesto non è stato un marito fedele, ma non perché si procacciasse altre donne, bensì perché si votava al sesso mercenario omosessuale, di nascosto dalla stessa consorte. D’altronde il senso liberatorio di questo atto impudico è tutto raggruppato in questa frase: «L’unico momento in cui la mia vita trovava uno spiraglio di pace interiore e riacquistava senso». Nulla di scabroso ormai in una letteratura nostrana che è evasa dallo schema della sessualità solo etero e che con Walter Siti e altri scrittori recenti ha saputo portare sulla pagina anche l’omosessualità con tutti i suoi accenti erotici, vitali e passionali. Non avrebbe senso, dunque, porre il lavoro di Dentello sul piano di una critica cattolica e ortodossa.

Storia di un uomo in crisi. “La vita sconosciuta” di Crocifisso Dentello

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Ne La vita sconosciuta di Crocifisso Dentello l’ultimo atto della vita si presenta non più come un atto di sofferenza, patimento e abbattimento individuale, bensì come un processo di accusa, rimpianto e discolpa dello stesso imputato, per l’appunto il signor Ernesto. Non c’è profondità psicologica nel dolore dell’ex operaio, c’è soltanto pentimento. La sua personalità ambigua e doppia non si scompone nemmeno di fronte alla dipartita della consorte. Con un senso mefistofelico la libertà donatagli dalla sessualità mercenaria dei bassifondi metropolitani si accentua nel suo incedere squallido più che retrocedere. E la colpa dell’atto resta perenne nel suo animo. Nella descrizione minuziosa del sesso e della fellatio lo scrittore non disdegna un abbassamento di stile e di linguaggio, introducendo la trivialità e il volgarismo all’interno del dettato narrativo. D’altronde è questo un testo dove lo scrittore non rinuncia mai ad abbassamenti o innalzamenti di stile, linguaggio e lessico.

 

È l’impianto narrativo a non convincere. Il libro di Dentello pare una forma incompleta fra un racconto biografico e un moderno romanzo pop, che spesso è caratterizzato da una frammentarietà spezzante la linearità classica della narrazione. Un ibrido che in centoventi pagine non convince, perché assomma più temi civili e morali, ma non ne sviluppa mai nessuno.

Di contro un lato estremamente interessante del composto dentelliano è sicuramente l’excursus storico e personale concentrato sui movimenti studenteschi e operai del decennio sessantottino.

Lo scrittore brianzolo recupera realisticamente pensieri, dialoghi e slogan, riporta sulla pagina il vigore popolare, il furore di protesta e quel politichese (dal punto di vista linguistico si intende il linguaggio specificamente dei politici) che era entrato in tutte le case degli italiani non solo dalla televisione, ma soprattutto dalla riscoperta di una missione civile e storica, nata dalla dinamica padroni/lavoratori con cui una parte del popolo italiano si identificava.

Ancor più affascinante è l’ammissione in prima persona del fallimento del progetto sessantottino, che col tempo è passato da moto rivoluzionario a un imborghesimento delle pulsioni ribelli. In questo punto il secondo romanzo di Dentello si avvicina a quello di Romano Luperini, La rancura.

 

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Solo che nel romanzo sociologico del professore universitario prevaleva un’analisi razionale dell’ideologie fondanti le ribellioni e del mutare della situazione storica che ha condotto alla sconfitta stessa, mentre nel composto inorganico di Dentello è più l’arrendevolezza della massa operaia che, a distanza di anni, comprese che «coltivavamo l’odio nell’illusione di cambiare il mondo ma alla fine cambiavamo solo le nostre esistenze, dirottandole in un precipizio». Una verità bruciante, che s’è riflessa poi negli anni successivi, nelle coscienze delle coppie (come quella di Agata ed Ernesto) e nei ricordi estemporanei di coloro che quegli anni giovanili li avevano vissuti. Moti che, confrontati con il fallimento delle attuali politiche lavorative, stonano e non ritrovano più forza ideologica, sentimentalismo e vivezza.

Storia di un uomo in crisi. “La vita sconosciuta” di Crocifisso Dentello

Proprio la crisi lavorativa da cui è stato colpito Ernesto e soprattutto la condizione di disagio e insensatezza che conseguono alla perdita del lavoro emergono dirompenti e demoralizzanti nella crisi umana che avvolge il protagonista, ancor più delle conseguenze portate dalla morte della moglie.

Come si vede La vita sconosciuta di Crocifisso Dentello presenta abbozzi di temi storicamente interessanti, ma non li sviluppa mai in modo completo, così nel romanzo mancano la profondità psicologica e lo scavo storico-civile, che consentirebbero il salto di qualità. Di fronte a un progetto così incompleto, il tentativo stilistico di innalzare la prosa, di farne una pagina estetica si scontra con un eccessivo spazio di trivialità e luoghi comuni. La scrittura e con questa il lessico sono mediamente piani, poco affettati, ma il periodare in alcuni tratti si fa denso e tambureggiante, alternando ipotassi e paratassi. Una scelta stilistica tanto diversa dalle linee del quotidiano, purtroppo, porta a una mancanza di fluidità, comportando una tortuosità a volte fastidiosa.

 

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Così la curiosità che nasce dal titolo del romanzo impone al lettore tre interrogativi: la vita sconosciuta di Agata? Quella di Ernesto? O addirittura la vita sconosciuta dei sessantottini? Il colpo di scena finale pare suggerire un responso e recupera una suspense assente in tutto l’intrigo narrativo, ma non aiuta a trovare una risposta precisa a questa domanda.

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