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Storia di un immigrato del desiderio. “L’educazione sentimentale di AK-47” di Amitava Kumar

Storia di un immigrato del desiderio. “L’educazione sentimentale di AK-47” di Amitava KumarAmitava Kumar fa il suo ingresso nelle librerie italiane con un romanzo di formazione di un anno fa, che Bollati Boringhieri ha reso disponibile grazie alla traduzione di Carlo Prosperi, che compie una scelta forte sia dal titolo, traducendo l’originale Immigrant, Montana con L’educazione sentimentale di AK-47.

L’ammiccamento flaubertiano, immotivato se si pensa alla biografia dell’autore, può essere giustificato dall’idea di avvicinare il pubblico europeo, dando subito un’idea precisa di “che cosa si intende raccontare”. Infatti, sebbene Kumar – nato in India e immigrato negli States – non abbia nulla a che vedere con la Francia dell’autore de L’educazione sentimentale (1869), bisogna ammettere che entrambi hanno una cosa in comune: fare formazione attraverso l’amore. Se Flaubert descrive la celebre maturazione sentimentale di Frédéric Moreau, attraverso il suo amore per Marie Arnoux, Kumar riprende l’idea traslandola nel ‘900, in un contesto di immigrazione.

 

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Kailash, immaginando di dover motivare il suostatus di immigrato di fronte a un giudice, si giustifica così:

«Voi guardate un immigrato dalla pelle scura […] e vi chiedete se parla inglese. Lungi dai vostri pensieri e dalle vostre supposizioni chiedervi se abbia mai pronunciato parole sommesse piene di desiderio o quali sconcezze sussurri all’orecchio della moglie mentre lei ride e lo abbraccia nel letto. Lo guardate e pensate che voglia il vostro lavoro, non che vorrebbe soltanto portarsi a letto una donna. Io le offro la verità […] e la ringrazio, Vostro Onore, a nome delle orde dalla pelle scura che non hanno niente da dichiarare se non il proprio desiderio».

Storia di un immigrato del desiderio. “L’educazione sentimentale di AK-47” di Amitava Kumar

Facendo passare in secondo piano il pragmatico motivo della sua immigrazione (l’istruzione universitaria), Kailash si dichiara, soprattutto, un “immigrato del desiderio”. In cerca della formazione sentimentale e sessuale, che gli è stata negata nel paese d’origine – l’India conservatrice delle caste – Kailash tenta la sorte con l’America e le sue donne. A dimostrare come questa lettura non sia peregrina, basti considerare la struttura del libro: ogni parte – perché non si parla di capitoli – porta il nome di una donna diversa, che è entrata nella vita del protagonista, AK-47, proprio nell’America dai liberi costumi.

Conosciamo così Jennifer, Nina, Agnes e Cai, che puntellano la storia di immigrazione del protagonista, rappresentando i tanti “desideri” che, di volta in volta, soddisfa.

Tuttavia, se fino a qui si è sottolineata la somiglianza, se non altro tematica, fra il romanzo flaubertiano e quello dell’autore di Patna, occorre anche notare qualche differenza. Una su tutte si staglia con evidenza: la mancanza di unitarietà.

Infatti, sebbene la voce narrante resti sempre la stessa e ad alternarsi siano solo le donne – “l’altra metà del cielo” – con cui Kailash si rapporta, l’impressione generale è quella di una frammentarietà che poco ha a che vedere con il modello ottocentesco. Mentre lì c’era l’ideale di una possibile ricomposizione del soggetto, Frédéric, che attraverso una serie di esperienze passa dalla frammentarietà e l’incertezza degli esordi a una crescita personale che è anche ricomposizione attraverso l’amore e le sue delusioni, qui sono solo i primi termini a persistere. In altre parole, Kailash è frammentato all’inizio, quando si allontana dal suo Paese per aprirsi all’America, ma non lo è di meno nella conclusione del romanzo-autobiografia.

Malgrado i tanti incontri, la ricomposizione “non accade”, il centro non si trova; e da questo verranno certamente delusi i lettori di bildung, abituati a un percorso lineare e teleologico rispetto al protagonista che “si deve formare”.

Storia di un immigrato del desiderio. “L’educazione sentimentale di AK-47” di Amitava Kumar

Tuttavia, una giustificazione si può trovare pensando al diverso orizzonte cronologico di questa storia rispetto, di nuovo, a quella di un Frédéric Moreau. Il francese era un cittadino del suo paese nel secolo positivista per eccellenza, l’800, dove tutto era orientato verso un fine, un ordine, un’unità. Kailash è un immigrato del ‘900, il secolo più incerto di sempre sia nelle percezioni del Mondo che del Sé. Per citare solo un nome, si può fare quello di Freud, con la suddivisione del soggetto in io, super-io e inconscio. Ovviamente, la lista potrebbe allungarsi comprendendo altri riferimenti: dal Picasso cubista con le Les demoiselles d'Avignon al nostrano Uno, nessuno e centomila. Kumar, in questo senso, adotta una scrittura coerente con il secolo in cui si colloca, funzionale a lasciare il lettore destrutturato come il suo protagonista.

Esplicitato “il movente”, però, non si può fare a meno di chiedersi se, in questo frammentarismo estremo, che è specchio della contemporaneità, Kumar non abbia dimenticato che una delle funzioni della letteratura è di fare da collante, di costruire un senso laddove non sembra esserci, di raccontare l’universalità in un mondo di individui.

Inoltre, la scelta dell’autore di adottare come canovaccio del romanzo il proprio diario, le cui pagine vengono riportate in nota, non fa che esasperare l’autoreferenzialità – già citata – dello scrittore che, in un afflato di solipsismo, pare voglia soprattutto fare memorialistica di se stesso.

 

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Questa tendenza è ben evidente nella scelta di aggiungere, al modello del romanzo di formazione, quello della memorialistica. Di nuovo mancanza di centralità, dunque, e di nuovo miscellanea di generi che, attraverso le note diaristiche, ci riporta costantemente all’hic et nunc del narratore con il suo distaccamento critico – motivato dalla diacronia – senza consentirci di accedere a un passato che, attraverso il racconto, dovrebbe farsi presente vitalistico.  Così, interrotti dalla verbosità dell’io-narrante, non riusciamo a empatizzare davvero con l’altro polo: l’io-narrato, che dovrebbe essere protagonista e che, invece, viene schiacciato nelle sue potenzialità da un “se stesso declinato al futuro”.


Per la prima foto, copyright: ilaya raja su Unsplash.

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