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Storia di un figlio abbandonato dal padre. “La colpa” di Raffaele Mangano

Storia di un figlio abbandonato dal padre. “La colpa” di Raffaele Mangano«Ci sono persone che fanno di tutto per essere ricordate. Altre invece desiderano soltanto l’oblio.»

 

Di questa seconda categoria fa parte Matteo di Girolamo, noto architetto milanese, che sparisce nel nulla come il Mattia Pascal di Pirandello. Le sue tracce scompaiono nella notte dei tempi fino a quando, trent’anni dopo, una telefonata dei Frati Minori di Acireale raggiunge il figlio più grande Fabio, invitandolo a recarsi presso il convento perché hanno informazioni importanti circa il padre.

L’ottava fatica letteraria di Raffaele Mangano, direttore artistico del Premio Brancati, La colpa, Amatea, Fausto Lupetti editore 2019, tocca con garbo e finezza d’indagine psicologica un tema sempre attuale, che risale a Telemaco alla ricerca di Odisseo: la relazione padre/figlio. È possibile l’oblio dei rapporti che abbiamo costruito e sui quali ci siamo costruiti? Questo è l’interrogativo denso che attraversa l’opera e che la struttura sul senso di colpa che imprigiona il protagonista Fabio e il coprotagonista Matteo, che pur non appare mai sulla scena.

 

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La colpa dei padri ricade sui figli: questo ci insegna la nemesi storica dei Greci. Ora, per quanto Fabio sia un avvocato affermato con una relazione affettiva solida con Eliana e proceda nella vita come un treno in corsa, non può aver cancellato il sentimento di abbandono che lo ha segnato da piccolo, benché sprofondato nei recessi dell’io. Parimenti il padre, rifugiatosi nel monastero di Acireale, senza nessuna tensione spirituale, non ha rimosso la percezione netta della sua responsabilità nei confronti della famiglia che ha abbandonato, con il conseguente senso di colpa. Calzante appare il titolo che lega la relazione padre/figlio in un sentimento biunivoco.

È proprio il caso di dire che il passato è il vero protagonista dell’intenso e profondo romanzo psicologico, e che questo ritorna come rimosso/rimorso fin tanto che non avviene una catarsi, attraverso la pacificazione e il perdono. Una cosa è il ricordo che va sublimato, spostato, sezionato, diviso, finanche gettato (se mai sia possibile!), altra è la memoria di cui come esseri strutturati non possiamo mancare, perché, come ci insegna anche Seneca, la memoria del passato personale e di quello della nostra cultura è fondante il presente, e il nostro tempo interiore è assolutamente circolare e facciamo quotidianamente esperienza dell’eterno ritorno nietzschiano.

Storia di un figlio abbandonato dal padre. “La colpa” di Raffaele Mangano

Al tempo in cui Fabio riceve la telefonata fatidica ha un ricordo sfocatissimo di suo padre, risalente agli anni remoti della sua infanzia, ma la memoria, quella sì, ha bisogno di essere colmata. L’autore Mangano rende in modo efficace la destabilizzazione di cui Fabio è vittima; improvvisamente in un’esistenza regolare entra uno tsunami: perdita immediata del punto di equilibrio, sudorazioni, girare a vuoto trasformano in inquietudine quella memoria che chiede ardentemente di essere pacificata. È l’inquietudine il motore della vicenda, la spinta a conoscere quel padre di cui si aveva un rimando impercepibile, un ricordo obnubilato, segnale di quell’assenza che ha patito da piccolo. La psicoanalisi insegna che ci strutturiamo sulle relazioni genitoriali e, in questo senso, l’opera è un romanzo psicoanalitico che scava dentro il protagonista e lo spinge a cercare sulla mancanza. È il sentimento di philìa che unisce i protagonisti; è il desiderio del padre che tormenta Fabio ed egli ne andrà alla ricerca, come Telemaco, attraverso la voce di chi lo ha conosciuto, fino a ricostruirne un immagine completamente antitetica rispetto al suo ricordo, perché platonicamente non esiste una verità, ma le verità, e ognuna di questa collabora a elaborare la memoria di Fabio, soprattutto attraverso la voce della psicoterapeuta Angela che lo rende consapevole dell’abisso emotivo nel quale viveva il padre, un uomo con i nervi scoperti, senza pelle.

Storia di un figlio abbandonato dal padre. “La colpa” di Raffaele Mangano

Ho parlato non a caso di Platone, perché l’opera di Mangano si struttura su dialoghi tra il protagonista Fabio, la compagna Eliana, il frate del Monastero di Acireale e tutte le comparse che lo aiutano a ricostruire il ritratto del padre defunto; ogni verità, come nel Simposio, non esclude l’altra e si procede per addizione e non per sottrazione; questo prevede colpi di scena che costringono costantemente il protagonista a tornare sui suoi passi come in un rito d’iniziazione. Solo la consapevolezza, infatti, della reale sostanza umana paterna e della somiglianza anche gestuale con Fabio può davvero iniziarlo a un’esistenza autentica, che non vuole più cancellare con rabbia e rancore, ma costruire una relazione che ora non teme l’ascia del tempo.

 

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Il tutto si svolge nei luoghi dell’anima, ma anche in quelli reali, di una Sicilia assolata, di incanto e mistero, rispetto alla quale appare sbiadita la Milano che risulta sempre più lontana nella mente rigenerata del protagonista.

La colpa corrode, questo è certo, ma la conoscenza appagata dall’uso sapiente della parola è il farmaco che conduce il protagonista a rielaborare la memoria alleggerendo i ricordi. Direi che Mangano utilizza con maestria la parola erotica, nel senso greco, di psicagogica, e conduce il protagonista a partorire una sua visione del padre in un rapporto che buca lo spazio-tempo.


Per la prima foto, copyright: Dan Gribbin su Unsplash.

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