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Stiamo davvero sprecando la poesia? Intervista a Mario De Santis

Stiamo davvero sprecando la poesia? Intervista a Mario De SantisParte dalla poesia la riflessione di Mario De Santis sul nostro tempo. Poeta, giornalista e speaker radiofonico di Radio Capital, è stato ospite dell’associazione Mediterraneo è Cultura di Lucera (FG) che, pur sapendo quanto la poesia non sia materia semplice da affrontare e condividere, ha deciso di puntarci su. «Perché non è semplice, eppure è “materia” – ha affermato Annarita Favilla vicepresidente dell’associazione – il prodotto di quello che in sostanza siamo e sentiamo, quando decidiamo di fermarci, prenderci del tempo per capirci e guardarci senza altri filtri se non le parole che scegliamo con cura». Mario De Santis ha parlato della condizione dell’uomo dialogando con Maria Del Vecchio, neopresidente del sodalizio dauno, presentando il suo ultimo lavoro dal titolo Sciami (Ladolfi Editore). A leggere alcune poesie di Sciami Salvatore Tota, sulle musiche a cura di Vincenzo Fania.

 

Nel corso della presentazione a Lucera ha affermato «Gli sciami di api sono una formazione unica che viaggia come fosse un corpo solo e si muove in maniera compatta. Noi siamo in questa condizione, viviamo la dimensione di singoli che spesso non hanno un gruppo di appartenenza, siamo a pezzi e non riusciamo a riconoscerci in un gruppo». Può spiegarci meglio il senso di quest’affermazione?

Sì, la condizione di partenza per me è quella di una dispersione e al tempo stesso viviamo in una condizione di aggregazione indotta e necessaria. Tuttavia la folla, elemento centrale di quella che da 150 anni è la lirica della modernità, per me è ora più una coesione di singolarità assolute. Come gli sciami, noi siamo un’entità collettiva e gassosa, capace però di formare sempre nuove forme, disegni. Non condivido la definizione di società liquida in senso negativo di Bauman, se questa è da intendere come solo inafferrabile galleggiamento passivo di mancata tenuta morale. Io penso che abbiamo bisogno di maggiore liquidità, l’acqua forma disegni inediti alla polvere dei nostri anni del dopo crollo. Così l’immagine dello sciame: un’entità che lavora incessantemente, trasmette informazioni in modo misterioso, rappresenta una condizione esistenziale inedita, un organismo che sa scrivere, anche se in modo non ancora chiaro, nuove forme sociali e direzioni. Però da intuire, c’è opacità. A volte sono destinate a durare poco, è vero, e si perdono senza recupero, però formano in ogni caso questa coesione. Non è un gruppo, perché la forma della collettività, il gruppo, è se si forma secondo un disegno predefinito (le grandi narrazioni), ma non è più possibile organizzarla in un sistema come hanno cercato di fare i sistemi totalitari – e al tempo stesso anche la prima fase di un capitalismo che voleva indurre consumi e opinioni di massa, segna il passo. Oggi un sistema ideale dovrebbe essere quello che tiene conto del mio io, mio proprio io, del mio “nome e cognome”, e al tempo stesso che funzioni in modo neo-universale, ovvero addirittura in modo globale. Non è un caso che l’ultima frontiera è la merce prodotta da sé (sia il neo-lusso dell’artigianato minimo, sia le stampanti 3D) come anche la merce personalizzata. Ad esempio, il gigante dell’abbigliamento Nike ti permette di fare una combinazione di colori delle scarpe, per darti l’impressione che tu solo hai quel “dripping” quella composizione da cubismo o espressionismo astratto, sia solo tua (in realtà i colori non sono infiniti) – oppure la Coca-Cola che scrive il tuo nome sull’etichetta, è un nome di battesimo uguale a tanti altri, ma nella tua cerchia quando servirai a “Luigi” la bibita con su scritto Luigi, a lui verrà un’emozione di singolarità e penserà di essere “scelto” e di avere una Coca Cola proprio per lui…

Stiamo davvero sprecando la poesia? Intervista a Mario De Santis

Perché questo titolo Sciami? Dovremmo tornare a osservare e a imparare dalla natura?

Come ho descritto sopra, anche la natura umana è natura. Il nostro continuare ad essere “animali sociali” ci rende parte del paesaggio, naturale. Da osservare. In ogni caso per me un deserto e una metropoli sono un paesaggio, gli esseri viventi, creature – uomini o cani, insetti – ma vedo tutte le creature come esseri inseriti nella natura, e al tempo stesso abitanti. E poi Sciami mi suonava bene, che per un poeta è sempre una segreta, verissima, ragione di scelta delle parole.

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Spaesamento, alienazione, dissociazione sono sentimenti e sensazioni dell’essere umano, sempre più spesso altro da sé. Quali sono secondo lei le cause di questo malessere e quali gli eventuali rimedi?

È difficile dirlo e difficilissimo sarebbe sintetizzarlo. Essere altro da sé è parte costitutiva della nostra identità, così come si è scoperta abitata da molte voci, anime, presenze e residui di una storia collettiva come di un trauma individuale. Inconscio, politeismo interiore, chiamiamolo come vogliamo. Tuttavia abbiamo considerato talmente tanto come cultura moderna tutte le possibilità che nascono da questa “uscita da sé” – e uscita dai propri confini – che oggi io non penso che questa moltiplicazione degli Io o non-soggetto principe centrale, tetragono che è in noi, il vedersi allo specchio come un altro – o creare più identità – sia un malessere. Abbiamo incontrato il “male di vivere”, ma ci ha anche permesso di guardare fuori dalla rete, attraverso quel varco anche di uscirne. Così come oggi considero lo spaesamento, ad esempio, una forma positiva di sradicamento. Migliaia di occidentali benestanti viaggiano per allargare i propri confini, milioni di disperati sono costretti a partire per fame e guerre. Non è una cosa buona, in sé. Ma la storia deve trasformare i propri conflitti, deve far fruttare anche i propri piaceri. Per questo – ognuno a suo modo – spero che si incontreranno queste due spinte al movimento, in un futuro nato dalla conciliazione spaesata di un generale apolidismo, in una condizione di coscienze aperte all’altro, una forma di alienazione, sì ma da un sé fin troppo rigido, da cui alienarsi fa anche bene.

 

Ha definito la nostra generazione quella dei “crolli”, se pensiamo a quello del muro di Berlino e alle Torri Gemelle: qual è il ruolo della poesia in questo contesto difficile?

La poesia ha un doppio ruolo. Ognuno di noi può alternare dentro di sé un valore, vitale e primario, ma al tempo stesso vederla come è, anche come certe piccole erbe che crescono proprio nell’intercapedine dei muri, con immagini che spesso usa Zanzotto, che dissimula in queste erbette minime la resistenza massima della parola poetica che leopardianamente, come la ginestra, è capace di sfidare il paesaggio più ostile. Tuttavia in un’intervista, non posso che guardare le cose per quelle che sono, la realtà come è, non come la desidero. E dunque se guardo le pratiche e i saperi degli uomini e delle donne a me contemporanei, non posso che rispondere che la poesia ha un ruolo davvero scarso. Tutto dipenderà, tuttavia, dal caso, se i pochi uomini e donne che oggi la leggono, la vivono, saranno anche “influencer” come si dice oggi – non solo nei Social Network, ma intorno a loro nella vita – e la visione che la poesia contribuisce a creare si propagherà, con echi e inaspettati.

Stiamo davvero sprecando la poesia? Intervista a Mario De Santis

Che momento sta vivendo la poesia?

Direi buono, se leggo gli autori. Ce ne sono tanti, davvero interessanti e diversi. Forse c’è una certa prevalenza, se leggo attraverso Internet – luogo interessante e un po’ selvaggio di “distribuzione” alternativa – di una poesia di immediata comunicatività, che nasce dal fatto che i poeti sono in continuo dialogo e dialettica con la “langue” del proprio tempo. E per un tempo che non fa la fatica di leggere la stratificazione che sta sotto il primo livello di una poesia, i poeti forse hanno cercato un modo di parlare al mondo che fosse adeguato a un tempo di comunicazione. Il difetto, tuttavia, è nella critica – che a sua volta soffre gli stessi problemi di scarsa rilevanza sociale e nella valorizzazione sociale e mediatica – per cui la poesia se ne sta come un frutto nutriente che resta sprecato sull’albero.

 

Nel libro parla del concetto di “colpa”, usando la metafora del vaso rotto del bambino. Secondo lei, nella nostra società, guardando anche alla cronaca, prevale il senso di colpa o la mancanza di coscienza, di consapevolezza, di assunzione del senso di responsabilità?

Anche questa è una risposta difficile da dare. La cronaca poi – lo dico da giornalista – non offre materiale per fare un’adeguata riflessione, essendo drogata da luoghi comuni. Lo sciame umano ha bisogno di libertà individuale adeguata ai propri desideri ormai liberati e non più reprimibili. Per conquistarla bisogna superare i sensi di colpa e a volte non sentire la responsabilità come un ricatto. Tenendo conto che è sempre una dialettica tra individuo e società, in questo momento abbiamo bisogno di superare certi sensi di colpa, che è anche un senso di responsabilità. Intimamente, starei per dire come poeta, se non avessi un qualche pudore a dirlo, spero che sapremo accettare il rischio della libertà, correre il pericolo della libertà. La storia è come il tempo per Borges: una tigre da cavalcare e noi siamo al tempo stesso quella tigre.


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Si ringrazia Esther Favilla per le foto.

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