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“Splendi più che puoi”, la storia di una donna che rinasce

“Splendi più che puoi”, la storia di una donna che rinasceSplendi più che puoi è il nuovo romanzo di Sara Rattaro, la scrittrice genovese che con i suoi romanzi precedenti si è conquistata una solida posizione nel cuore di molti lettori, in gran parte di sesso femminile, perché nei suoi libri affronta in genere problematiche, anche piuttosto scomode, che interessano in modo particolare le donne.

Anche questa volta il tema è molto delicato e, purtroppo, quanto mai attuale, perché si parla della violenza domestica, quella che spesso rimane a lungo occultata o sottovalutata, e che può arrivare a sfociare nell’omicidio, o femminicidio, come è tristemente venuto di moda definire questi crimini.

Emma, la protagonista di Splendi più che puoi, è una giovane donna che non ha esitato a entrare in disaccordo con la famiglia per legarsi, appena ventenne, a un uomo molto più vecchio di lei. Ma quando, una decina d’anni dopo, questa relazione termina bruscamente, si ritrova ad accettare la corte di Marco, che le appare subito come il fidanzato perfetto: attraente, elegante, senza problemi economici e in apparenza sempre pronto a coccolarla, vezzeggiarla, farla sentire come una regina. Tuttavia, già pochissimo tempo dopo il loro affrettato matrimonio, Marco si rivela molto geloso, possessivo, di umore del tutto instabile: nemmeno la nascita di una bambina riesce a ridargli serenità.

La vita di Emma, che si ritrova ben presto isolata da tutti e in totale balia delle imprevedibili violenze del marito, precipita rapidamente in un incubo, da cui uscire sarà per lei molto lungo, difficile e doloroso, anche se, dopo questa esperienza, si ritroverà più forte, capace di ritrovare, sia pure in extremis, il desiderio di tornare a essere felice.

Il libro è nato da un incontro fra la scrittrice e una donna reduce da un’esperienza molto drammatica, e desiderosa di farla in qualche modo conoscere agli altri, nella speranza di poter così mettere in guardia altre donne dal rischio concreto di finire in situazioni dello stesso tipo. Dopo aver raccolto le sue lunghe confessioni, Sara Rattaro ha deciso di scrivere questo romanzo, di cui ha parlato a lungo con un folto gruppo di blogger nel corso di un incontro nella sede della casa editrice Garzanti.

 

La cosa che mi ha incuriosito di più è questa: come ha trattato tutto l’aspetto legale di questa storia?

In realtà, all’epoca in cui sono avvenuti i fatti reali, negli anni Novanta, non c’erano quasi precedenti. Il problema della violenza domestica non era stato ancora nemmeno preso in considerazione, e la signora non aveva mai sporto denuncia per maltrattamenti nei confronti del marito. Si è quindi trattato di un “normale” iter di separazione e divorzio, in questo caso molto contrastato perché il marito, spalleggiato dalla sua famiglia, non era intenzionato a concederlo. Alla fine questo divorzio è arrivato quando la famiglia si è stancata di spendere soldi in avvocati. Mi ha colpito molto quando questa donna, raccontandomi la sua storia, mi ha detto: “Ti rendi conto che, se io fossi morta prima di avere il divorzio, il mio erede sarebbe stato il marito violento?”. Questo mi ha fatto riflettere sulla pazzia di una giustizia che ha potuto far passare quindici anni prima di emettere una sentenza su questo divorzio. Per fortuna, negli ultimi anni, la legge sul divorzio è stata migliorata molto, e i tempi si sono abbreviati per tutti.

 

Quello che colpisce molto nella vicenda è la mancanza di sensibilità da parte dei parenti del marito violento, che per molto tempo evitano di intervenire, pur sapendo quello che sta accadendo.

Certo, la suocera capisce subito che la giovane nuora andrà incontro a dei problemi, ma preferisce negare la realtà. In una famiglia benestante, di tipo patriarcale e fondamentalmente bigotta, ammettere che uno dei figli fosse violento e malato avrebbe costituito uno scandalo.

Per difendere un figlio, una madre può anche andare contro i suoi stessi principi morali.

 

Nel libro, in realtà, lei non si sofferma a lungo sugli episodi di violenza. È stata una scelta precisa, quella di non dire tutto?

Non ho fatto grossi sconti, ho cercato di raccontare ciò che poteva essere raccontato senza indulgere nell’horror, e soprattutto eliminando le ripetitività. Le violenze si sono protratte nel tempo, ma non avrebbe avuto senso parlarne altrettanto a lungo. Mi interessava di più raccontare la rinascita della protagonista, perché in fondo il mio obiettivo era questo: fare narrativa, fare intrattenimento, imparare qualcosa da un’altra realtà, ma in positivo. Altrimenti, invece di leggere un romanzo, ci possiamo limitare ad accendere ogni sera il telegiornale, e lì troviamo sempre un lungo elenco di fatti macabri.

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“Splendi più che puoi”, la storia di una donna che rinasceÈ possibile giustificare in qualche modo le violenze di un uomo nel caso in cui sia malato?

Certo, è probabile che in questo caso specifico la malattia sia stata in gran parte responsabile del comportamento violento del protagonista, ma non dobbiamo dimenticare che esistono davvero anche le violenze fini a sé stesse, cioè fatte da persone che non sono affatto malate.

Si può arrivare a comprendere che una persona possa venire alterata da una malattia, ma non è mai possibile giustificare una violenza. Al giorno d’oggi, in ogni caso, esistono supporti per curare le persone, anche numerose terapie che vent’anni fa non erano ancora disponibili.

 

Alla fine di ogni capitolo troviamo una frase in corsivo, che si differenzia dalla narrazione. Dato che poco fa, raccontando la storia della vera protagonista, lei ha detto che ha avuto la possibilità di leggerne anche il diario, ha per caso preso da lì queste frasi?

No quella è la mia firma personale, le ho scritte proprio io. È una caratteristica di tutti i miei libri: a un certo punto, trovate sempre una frasetta in corsivo. Scrivendo sempre in prima persona, dalla parte del personaggio principale, a un certo punto sento il bisogno di uscirne, e di esprimere la mia visione personale, che poi è un po’ anche tutto quello che sto imparando dalla vicenda che racconto: le frasi in corsivo sono la mia voce.

 

Chi ha avuto l’idea di questo bellissimo titolo?

“Splendi più che puoi” era in realtà una frase che avevo in mente da un sacco di tempo, aspettavo solo di trovare la storia giusta a cui assegnarla. Questa frase è stata attribuita erroneamente a Pier Paolo Pasolini, che in realtà aveva scritto “T’insegnano a non splendere. E tu splendi, invece.” La modifica è avvenuta tempo fa per eccesso di zelo, ma a me piaceva molto l’idea dello splendore come inizio di una nuova vita. È un incitamento che dovremmo tener sempre presente, per noi stesse e per tutte le donne.

 

Quanto tempo ha richiesto la stesura di Splendi più che puoi?

Dopo aver ricevuto le confidenze della signora, ho impiegato un mese, anche se all’epoca lavoravo e avevo un bambino piccolo. Ci sono storie che diventano un’urgenza: nel momento in cui ti arrivano, devi metterti a scriverle, e basta.

Con tutto ciò che sentiamo ogni giorno sulla violenza alle donne – riguardo alle quali devo ancora capire se sono davvero aumentate rispetto al passato, oppure se abbiamo quest’impressione solo perché oggi se ne parla di più – mi piaceva l’idea di scrivere una storia che infondesse speranza. E dimostrare che la protagonista, nonostante tutto quello che è stata costretta ad affrontare, riesce ancora a recuperare una parte della sua vita.


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