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Speciale Premio Galileo 2014 – Intervista al Prof. Vincenzo Barone

Premio Galileo 2014Professor Barone, cosa significa fare ricerca scientifica, oggi, in Italia? Quali sono le differenze rispetto a quando ha iniziato la sua carriera?

Direi che significa soprattutto essere animati da una grande passione e da una tenacia fuori dal comune. Perché, se è vero che il mestiere della ricerca dà enormi soddisfazioni intellettuali, è anche vero che nel nostro Paese non è tenuto in grande considerazione né dal mondo politico né da quello economico. L’università, che è il luogo principale in cui si fa scienza, è stata in questi ultimi anni dissanguata e burocratizzata in modo insostenibile, e l’Italia continua a investire nella ricerca poco più dell’1% del PIL, meno della metà di quello che investe, per esempio, la Germania. Nonostante ciò, i ricercatori italiani sono tra i più produttivi al mondo e si distinguono in tutte le sedi internazionali. La scienza, d’altra parte, è un’impresa senza frontiere e, se l’Italia non offre a un ricercatore le condizioni migliori di lavoro e i giusti riconoscimenti, è naturale che egli vada a cercarli altrove. Quello che si dimentica è che le migliaia di ricercatori che l’Italia perde per incapacità o disinteresse, oltre a rappresentare una vergogna culturale e sociale, sono, a conti fatti, un regalo di miliardi di euro al resto del mondo.

 

Il suo saggio L’ordine del mondo. Le simmetrie in fisica da Aristotele a Higgs, edito da Bollati Boringhieri, analizza i discorsi sul mondo e sulla sua struttura, come tappe di un percorso alla scoperta dell’ordine del mondo. Possiamo interpretare questi discorsi come l’esigenza dell’uomo di rendere conoscibile quello che gli era (e, in parte, gli è ancora) ignoto?

Fin dalla sua nascita, la scienza moderna è stata immaginata come qualcosa di simile alle esplorazioni geografiche. Questa era la metafora che i filosofi naturali del Seicento usavano per caratterizzare l’impresa scientifica. Così come Colombo e Magellano avevano scoperto nuovi mondi, Keplero e Galileo avevano dischiuso nuovi territori del sapere. È una metafora valida ancora oggi. L’obiettivo principale della scienza continua a essere quello di restringere quanto più possibile lo spazio dell’indistinto e dell’ignoto, e, nello stesso tempo, di mettere ordine nelle nuove terre. Ma c’è di più. Non soltanto sentiamo la necessità di conoscere e comprendere la natura, ma proviamopiacere nel farlo (lo notava già Aristotele). E abbiamo scoperto che c’è un modo di costruire e organizzare le nostre conoscenze che ha un risvolto estetico, legato alle antiche idee sull’armonia del mondo: è la via delle simmetrie, di cui parlo nel mio libro.

 

Nell’analisi dei discorsi sul mondo e della funzione delle simmetrie della fisica è possibile rintracciare un percorso linearmente teso verso il progresso? Oppure ci sono delle fasi di rallentamento e/o regressione?

L’evoluzione di un’idea in fisica non è mai lineare né progressiva, salvo forse nel periodo immediatamente successivo all’affermazione definitiva dell’idea stessa. Il concetto di simmetria non fa eccezione a questo riguardo. Le simmetrie si affacciano in matematica e in fisica in tempi relativamente recenti, dopo un percorso lungo e tortuoso. È sorprendente come persino la simmetria più familiare e diffusa nella natura, la simmetria bilaterale (quella del corpo umano e della maggior parte degli animali), che era già percepita dall’Homo Erectus (come sappiamo dalla scoperta di asce a mano perfettamente simmetriche risalenti a 750 000 anni fa), sia stata concettualizzata e definita in geometria solo all’inizio dell’Ottocento. Ci vorrà poi ancora un secolo prima che si parli di simmetria in fisica. Ed è appena da qualche decennio che abbiamo imparato che le simmetrie sono i principi fondanti di tutte le teorie. Nessuno, negli anni Cinquanta, poteva prevedere che la fisica fondamentale (quella che studia gli elementi costitutivi del mondo e le loro interazioni) si sarebbe caratterizzata quasi integralmente come uno studio delle simmetrie della natura. E nessuno poteva immaginare che un particolare meccanismo di rottura delle simmetrie, come quello inventato da Higgs, Englert e Brout nel 1964, si sarebbe rivelato cruciale per dare massa alle cose.

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Vincenzo Barone, L’ordine del mondo. Le simmetrie in fisica da Aristotele a HiggsIl principio delle simmetrie è, semplificando, «tutto rimane com’è anche se cambiamo qualcosa». Un po’ ricorda il «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Possiamo dire, quindi, che siamo naturalmente tendenti al conservatorismo?

Il principale connotato della natura è il cambiamento, e la fisica è, fin dalla sua nascita, lo studio dei cambiamenti della natura (a cominciare da quello più semplice, il moto). Nel divenire del mondo, però, c’è qualcosa che non cambia, che rimane invariato: sono quelle regolarità – quei ritmi della natura, diceva Richard Feynman – che chiamiamo leggi fisiche. Ad affermare questa invarianza in piena generalità è stato, all’inizio del Novecento, Albert Einstein. La sua teoria della relatività, a dispetto del nome, non afferma che “tutto è relativo”, ma esattamente il contrario: c’è qualcosa – le leggi di natura – che ha un carattere “assoluto”. Le leggi che governano i fenomeni fisici hanno la stessa forma per tutti gli osservatori e, per quanto ne sappiamo, non sono cambiate nei miliardi di anni che ci separano dal Big Bang. Le simmetrie affermano proprio questo: che, in mezzo a tanti cambiamenti, qualcosa rimane invariato, o, se si preferisce, che possiamo effettuare delle trasformazioni senza che la natura se ne accorga. Sono principi di invarianza e di indifferenza. Non parlerei, quindi, di conservatorismo, ma piuttosto della ricerca di sottili e profonde permanenze in un quadro in perenne mutamento.

 

Il Premio Galileo la porterà in contatto con una platea di studenti di scuola superiore di secondo grado. Cosa può fare la scienza per avvicinarsi ai giovani e per riaffermare il metodo scientifico presso le nuove generazioni?

Gli scienziati possono e devono fare molto di più. Per almeno due motivi. Innanzi tutto, perché la scienza è una componente fondamentale della cultura e di un umanesimo moderno, e questo suo ruolo (che a molti sfugge e qualcuno perfino rifiuta) va ribadito e rafforzato. Poi, perché la ricerca è un’attività pubblica che ha rilevanti implicazioni sociali, ed è necessario quindi che i suoi risultati e, soprattutto, i suoi metodi vengano divulgati in modo efficace e onesto (cioè evitando di cadere nel sensazionalismo e nella propaganda). I giovani sono i destinatari naturali di quest’azione culturale, e spetta allo scienziato-divulgatore mostrare che quella scienza, che nelle aule scolastiche appare imbalsamata, è in realtà viva e affascinante.

Da qualche anno dirigo a Torino un centro interuniversitario, Agorà Scienza, che si occupa di diffondere la cultura scientifica nella scuola e nella società, e di sensibilizzare e formare i ricercatori alla comunicazione della scienza. È importante che gli scienziati capiscano che il rapporto con il pubblico, con i media, con il resto del mondo intellettuale, non è un aspetto opzionale del fare scienza, ma un compito da assolvere con convinzione, e da affiancare, nella dovuta misura, a quelli tradizionali della ricerca e dell’insegnamento. Come confermano alcuni sondaggi, è direttamente dagli scienziati che i cittadini si aspettano di ricevere informazioni qualificate e affidabili. Fortunatamente, mi sembra che il numero di miei colleghi che si impegnano in questo tipo di attività sia in costante aumento.

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