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Speciale Libriamo2013: intervista a Lella Costa

Lella CostaVicenza, 14 giugno. Incontriamo Lella Costa per i lettori di Sul Romanzo nell’incantevole cornice dei Chiostri di Santa Corona. La brillante attrice e autrice è ospite del Festival letterario del capoluogo berico, Libriamo, giunto all'ottava edizione, per presentare il suo libro Come una specie di sorriso (Piemme, 2012), incentrato sull’ironia, arma importante per affrontare la realtà quotidiana e per modificare quei punti di vista che assumiamo per conformismo.

La chiave di lettura di Come una specie di sorriso, per sua stessa ammissione, è una frase di Romain Gary: «L’ironia è una dichiarazione di dignità. È l’affermazione della superiorità dell’essere umano su quello che gli capita». Come è nato questo progetto; perché ha sentito l’esigenza di parlare di ironia?

Guardi, le dico tutta la verità: non ne sentivo l’esigenza. Non mi considero – e non lo dico per civetteria –, una scrittrice per la carta stampata. La mia scrittura, in tutti questi anni, è sempre stata legata alla messa in scena. È capitato che nel 2011 Oscar Farinetti, un caro amico, mi invitasse a Fontanafredda, assieme ad altri personaggi, e mi fu chiesto di tenere una “lezione” sull’ironia. Mi ero preparata, anche perché non mi sembra carino, in casi del genere, andare sul repertorio. Quella sera c’era tra il pubblico Claudia Coccia, editor di Piemme, che si era registrata tutto e mi chiese di farne un libro. Mi intrigò fare una cosa che non avevo mai fatto prima, parlare dell’ironia in un breve libro. Ritengo che la frase di Gary sia straordinaria perché penso che sia effettivamente la grande forza e utilità dell’ironia: aiutarti a uscire da te stesso, impedirti di prendere te stesso e il tuo ombelico come metro e misura del mondo.

In quarta di copertina leggiamo: «Questa è la prima volta che si cimenta con una specie di saggio: che i lettori ne tengano conto, e siano indulgenti». Anche Lella Costa, come Socrate, di cui parla in un capitolo del libro, si finge ignorante, autocritica e autoironica per stimolare il ragionamento maieutico?

Socrate era una serpe, l’ho pure scritto. Volevo fare un comitato di solidarietà con Santippe, sua moglie, ch’è stata una vera vittima. Era implacabile: si fingeva autoironico e autocritico solo per tranquillizzare l’avversario, ma in realtà sapeva benissimo dove voleva arrivare: a massacrarlo. No, non era mia intenzione cimentarmi con la storia del concetto di ironia. Penso che usare l’autoironia, sdrammatizzare, prendere le distanze dagli eventi sia un buon modo di stare al mondo; non tanto quello che faccio io, per carità. Intendo quel togliere peso, sottrarre, levare, ritrovare una certa levità nei nostri comportamenti di ogni giorno. Abbiamo il pensiero laterale: usiamolo!

Come ci spiega molto bene nel suo libro, «la specificità della satira è che è legata all’attualità politica e sociale». Da 30 anni a questa parte, l’attualità procede e si modifica a una velocità sempre più vertiginosa. Seguendo l’esempio di Lewis Carroll e del personaggio della Regina in Attraverso lo specchio, quali appunti ci consiglia di prendere nell’attuale contingenza socio-politica per diventare dei classici e non cadere nell’oblio?

Cerco di farlo individuando alcune cose che attraversano lo spirito dei tempi, piuttosto che legarmi alla cronaca e all’attualità. Del resto faccio teatro, e la scrittura è una cosa che deve durare nel tempo. Penso, per esempio, che tenere come riferimento, oggi, uno scrittore come Italo Calvino sia una buona idea. Mi è capitato di recente di riproporlo in uno spettacolo-reading con Paolo Fresu, a Matera, durante un Festival incentrato sul rapporto Uomo-Natura e Habitat. Ho pensato che Città invisibili fosse perfetto. Un testo come quello parla di un passato che racconta il futuro; lo leggi e ti chiedi: come ha potuto sapere il suo autore che sarebbe andata a finire proprio così?

Quindi nel suo lavoro di autrice i classici rivestono un’importanza fondamentale.

Senza dubbio. I classici hanno quello sguardo lungo. Sono assolutamente contemporanei.

Franca Valeri sosteneva che «non esiste una comicità femminile contrapposta a quella maschile; che il comico, quello grande, non ha genere e non va giudicato secondo criteri di genere». Cosa pensa di questa opinione?

Sì, Franca Valeri disse questa cosa tempo addietro, quando ebbi modo di contattarla per una prefazione. Secondo lei, questa distinzione di genere era una cosa balorda. Personalmente ritengo che questa sua affermazione sia un eccellente punto d’arrivo, ma non credo sia un buon punto di partenza. Noi donne dobbiamo recuperare tutta una serie di presenze, di visibilità e di competenze nel mondo. Sono d’accordo, in teoria, su questa cosa, ma in realtà noi dobbiamo ancora inventarci un linguaggio che sia il nostro. È una bella sfida, e dal punto di vista del talento credo sia vero quel che sostiene Franca; per quanto attiene, invece, alla specificità della scrittura per la comicità mi sembra che le donne abbiano un gap da colmare.

Il titolo del suo libro, Come una specie di sorriso è anche un dichiarato omaggio a Fabrizio De André, che lei ha avuto modo di conoscere. Com’era De André riguardo all’esercizio consapevole dell’ironia e come avrebbe ironizzato, nelle sue canzoni, sugli usi e costumi degli italiani e sul pietoso teatrino della politica?

Ma lui le ha già scritte queste canzoni. Pensiamo a La domenica delle salme: «Voi avete voci potenti / lingue allenate a battere il tamburo / Voi avevate voci potenti / adatte per il vaffanculo». Sembra il manifesto del Movimento 5 Stelle. In realtà, Fabrizio aveva un’ironia perfida; era un uomo simpaticissimo e spiritosissimo, di un rigore intellettuale veramente fuori dal comune. Era un personaggio molto complesso; nel panorama musicale italiano penso sia un personaggio di quelli assoluti: non lo è stato solo per quello che ha scritto, in parole e musica. Soffermiamoci a pensare a cosa era la voce di De André. Irripetibile. Era calda e suadente, ma riusciva a diventare pure sgradevole e stridente quando voleva. Mi capita di riascoltare cose che so a memoria e di scoprire sempre nuovi aspetti, sfumature che mi erano sfuggite. Dovremmo essergli tutti molto grati, tenerlo sempre presente, come un grande regalo che ci è stato fatto.

Ho letto con molto piacere che ha citato, nel suo libro, il nome di Billy Collins, grande poeta americano contemporaneo. Come può la poesia servirsi dell’ironia per aprire ulteriori squarci, nuove visioni sul mondo?

A me sembra, da quel poco che so, che la poesia sia insospettabilmente piena di ironia, che pratichi abitualmente l’ironia. Penso a Emily Dickinson, ma pure a Guido Gozzano, poeta che ci hanno illustrato a scuola come crepuscolare e malinconico, ma che io trovo, in alcuni passi, sia straordinariamente ironico. Tornando a Billy Collins, le sue poesie sono lievi e ironiche e malinconiche. Pur raccontando storie che non hanno bisogno di parafrasi e accademici, il suo è un linguaggio molto sofisticato, con una scrittura molto sorvegliata.

Lella Costa, Libriamo2013Ha quella capacità, come dice con acume Paolo Maria Noseda, di «avvolgere una considerazione ferma e forte in un involucro diafano, per rendere il messaggio più fruibile ma non per questo più superficiale».

Sì, la capacità della sua poesia di dire non cose lontane ma porle vicino a noi. Collins lo trovo molto poco italiano; è una delle cose che rimprovero di più alla cultura italiana: quella mancanza di “confidenza”, cosa che gli anglosassoni hanno moltissimo con la loro cultura. A Shakespeare loro vogliono bene!

Noi, purtroppo, siamo sempre un po’, come dire… paludati

Esatto. Sempre con la maiuscola a portata di mano. Dovremmo sdottorarci un poco, tornare a quel concetto di “confidenza”, come scrive Giampaolo Dossenanella sua Storia confidenziale della Letteratura italiana. Racconto una storia e la racconto a te, perché sono in confidenza. Non per nozionismo o accademismo, ch’è il contrario della cultura.

Come vede, dall’interno, l’immediato futuro della satira in Italia?

Le posso dire che me ne importa veramente poco? Penso che la satira in Italia, oggi, rischi quel senso di saturazione, di abuso legato alla politica. C’è, in più, questa dissennatezza tutta nostrana per cui sono gli stessi politici che fanno dell’autosatira preventiva. Non esiste più un confine, non esistono più ambiti precisi e specifici. Hanno imbastardito tutto e questo ha comportato anche una sorta di confusione dei ruoli e degli ambiti istituzionali. Trovo terribile questo continuo mischiare pubblico e privato e perciò me ne tengo più lontana possibile. Di quelli che fanno satira attualmente ho una grande ammirazione per Maurizio Crozza. Non è che perché gli vengono bene le imitazioni si limita a quello. Trovo che faccia uno straordinario lavoro, proprio perché lo fa sul linguaggio.

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