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Speciale Campiello Giovani – Intervista ad Alberto Zanella

Premio Campiello Giovani 2013Il viaggio di Sul Romanzo alla scoperta dei “magnifici cinque” del Campiello Giovani 2013 (che ci ha già portato, qualche giorno fa, a conoscere Ilaria Catani, Valentina Giuliano, Paola Vivian e Alberto Vignati) percorre questa settimana Le strade primitive del vicentino Alberto Zanella, autore di un racconto (dal titolo Le strade primitive, per l’appunto) che gli è valso l’inclusione nella cinquina della XVIII edizione. Poetico e toccante sono gli aggettivi scelti dalla giuria di qualità per descrivere una storia che parla di ragazzini con le ginocchia sbucciate (che si divertono, dalla cima degli alberi, a sputare ai frati di passaggio) e di politici senza scrupoli, di speculazione edilizia e di trottole di porcellana vendute agli abitanti perché dimentichino, sognando, i torti subìti. «Il tutto sfocerà in una serie di disastri – si legge nella motivazione della giuria – e poi in una guerra civile dove uno dei soldati incontrerà lo spettro del Broken, […] che mette di fronte alla propria solitudine. Con la fine della guerra arriverà anche l’amore, e una lettera del capitano ammonirà i soldati dicendo loro che, se si è vivi, non si può volere di meglio per se stessi».

Per Alberto, che ci confida di aver sempre letto e scritto molto fin da quando era bambino, questa del Campiello è la prima partecipazione a un premio letterario, nonostante i molti racconti scritti e condivisi perlopiù con gli amici. «Già da diverso tempo – ci rivela il giovane finalista – avevo in mente di stendere un racconto con una storia simile. Ho preso spunto da i miei scrittori preferiti per orientarmi sullo stile, sulle modalità di narrazione e sul contenuto da elaborare». Perché ne Le strade primitive ci sono tutti i temi che ad Alberto stanno più a cuore: il radicale cambiamento della terra del protagonista (che è quasi il correlativo oggettivo dell’Italia e del Veneto degli ultimi cent’anni) e il conseguente, radicale mutamento del protagonista stesso, le vicende storiche (su tutte quella del Vajont) e la guerra civile, il boom economico e l’inarrestabile corsa del progresso che hanno soppiantato la cultura rurale.

Alberto, nel tuo racconto si affrontano tante cose che, a prima vista, condividono almeno il fatto di essere tutte “spinose”. Da dove arriva questa storia e, insieme, l’interesse per i temi toccati?

Questa storia nasce dall’incontro, consapevole o meno, di tante vicende e vite fra loro diverse. A parer mio, il nostro Veneto offre spunti molto interessanti: come nell’universo indigeno di Gabriel García Márquez, un paese qualsiasi con la sua gente, i suoi ambienti e i suoi ritmi si ritrovano in preda all’influenza entusiasmante e incontrollata delle nuove scoperte, delle innovazioni, degli accadimenti storici. Il tutto poi sfocia in una serie infinita di stravolgimenti a cui nessuno aveva pensato, e che non si erano mai immaginati e vissuti prima. Basti pensare proprio alle zone venete, le quali cent’anni fa ancora affrontavano la struggente miseria della Prima Guerra Mondiale, cercando di ricostruire i terrazzamenti e di coltivare i campi, e in men che non si dica si ritrovarono sfregiate da una Seconda Guerra ancora più sanguinosa. Le stesse assistono in seguito all’urbanizzazione e al boom economico, al massacro del paesaggio naturale, all’esproprio dei terreni, al sorpasso della figura del contadino e al soppianto persino di quella dell’operaio, che solo pochi anni fa sembrava rivoluzionaria, con la delocalizzazione e i licenziamenti. Il tutto consumato fra persone che parlano ancora un arcaico dialetto dalle varie influenze: cimbre, longobarde, latine, persino greche e arabe, a testimoniare come in realtà sopravvive comunque il pane quotidiano della gente. Tutto questo accomuna molti paesi e, di certo, cambiamenti così rapidi e repentini impediscono la creazione di una vera e propria cultura popolare, una cultura della gente da tramandare di padre in figlio, insegnata per poter poi affrontare la vita. E proprio questo rappresenta lo sbandamento totale e lo sbigottimento di tutti di fronte all’incerto futuro che ci ritroviamo davanti. Il racconto che ho scritto vuole ripercorrere e analizzare questo: l’effettiva interruzione di quella cultura che aveva fatto costruire civiltà su civiltà e che poi viene, giustamente o meno, travolta dalle novità: il tutto comporta seri dubbi e incertezze nelle persone, soprattutto nei giovani, che si ritrovano a dover affrontare un mondo più grande di quel che conoscono, e questo spesso porta purtroppo a sbagliare.

Le strade primitiveè un titolo che accosta due parole molto complesse: il simbolo archetipico della modernità e la storia nella sua fotografia più remota. Come si conciliano nel tuo racconto questi due aspetti?

Per questo titolo mi ha aiutato molto Calvino. Ricordo I nostri antenati, libro che parla di visconti, baroni e cavalieri. Tutti questi personaggi introducono una sorta di immagine idealizzata di quelli che sono i primi sentimenti umani. Io, d’altro canto, ho tentato di idealizzare le prime “strade” delle persone, ossia quella vita, quel percorso fatto di scelte, le quali non si sa sempre bene dove portino. Sono le “prime” perché credo che queste si ripetano continuamente nella storia, pur sempre sotto contesti completamente diversi e talvolta addirittura contrastanti. La strada, inoltre, è un punto d’appoggio per l’esistenza umana, la testimonianza che qualcuno più o meno come noi c’è ed è già passato. Un appiglio stretto dalle ultime falangi delle dita, il quale infonde un’immensa speranza, ad assicurarci che comunque esistiamo, malgrado ogni cosa ci stia impietosamente o amabilmente investendo durante il corso degli eventi. Nel mio racconto tutto questo è rappresentato dalla storia del paese del protagonista, dalle scelte da lui compiute, come lo spaventato scappare dai nascenti e tremendi problemi sociali, e il conseguente ritornare per affrontarli. È un percorso idealizzato e già verificatosi chissà quante volte anche lo sconsiderato sfruttamento delle popolazioni di un territorio, protetto e celato un po’ dal regime del silenzio del governo, un po’ dall’omertà delle persone, e che è portato fino all’estremo momento della sciagura naturale e demografica.

Il protagonista, nel corso della storia, cambia radicalmente al mutare della sua terra. Qual è e perché è così forte il legame tra i due “protagonisti” del tuo racconto?

Che lo vogliamo o no, il nostro carattere è perennemente legato alla morfologia del nostro territorio, qualunque esso sia. Esso condiziona i mestieri, il comportarsi degli animali, l’umore delle persone, i giochi dei bambini. Si presenta come una patria comune, sentita dalle persone, magari anche senza accorgersene: si tratta di un vento come lo può essere in Sardegna il Maestrale o in Irlanda il vento dell’Ovest; si tratta delle montagne, le Dolomiti, le Alpi Giulie, con tutte le loro valli, o i monti del Kurdistan e le vette della Patagonia e delle Ande; si tratta del deserto caldo dei Tuaregh, come del deserto gelido dei nomadi mongoli, e può essere persino un ambiente artificiale, ovvero edificato dall’uomo, come le metropoli nordamericane ed europee, le baraccopoli thailandesi o brasiliane, i territori-fabbrica come, appunto, il Nordest. Questi ambienti rappresentano il punto di partenza di qualsiasi cultura si vada a solidificare e cementare per una popolazione. Se nel racconto volevo affrontare proprio lo sradicamento di quel punto di partenza, ecco che i destini dei due personaggi, l’ambiente e l’uomo, restano irreversibilmente allacciati, e lo stravolgimento di uno comporta lo sbigottimento dell’altro.

Alberto Zanella, Premio Campiello GiovaniHai parlato di Italia e di Veneto, a proposito di cambiamenti radicali del paesaggio. Come vive un ragazzo della tua età le trasformazioni che modificano, in nome di un presunto progresso, l’ambiente in cui è nato e cresciuto?

Le trasformazioni del nostro territorio oggi sono sentite da una minima parte della popolazione, nonostante ciò che si sente dire spesso attraverso i media. Non è un caso che di fronte all’ennesimo esempio di devastazione ambientale come lo può essere la costruzione degli ennesimi capannoni, di ospedali e grandi opere macchiate da intrallazzi di ogni genere, di nuove superstrade, autostrade, pochi reagiscano con la partecipazione, la manifestazione, l’opposizione. Questo è anche dovuto al fatto che il vero ambiente, coltivato in Veneto da quarant’anni a questa parte, è la terra del poter far quel che si vuole indiscriminatamente, purché si disponga dei mezzi necessari. E questo è permesso soprattutto dalla stragrande maggioranza della popolazione, che non contrasta ciò minimamente e che si ritrova a desiderare di poter essere nei panni di chi spadroneggia: vedo, purtroppo, che la maggior parte dei giovani è cresciuta con un simile senso della politica e questo, oltre a essere un gran peccato, è molto grave – si esclude comunque una buona parte di persone che non restano a farsi abbindolare da frequenti discorsi molto vaghi, fittizi e confutabili. Sono parole certamente dure, ma dobbiamo ricordare a chi vuole ciecamente continuare a negare queste stesse parole che c’è un problema: il momento cruciale da affrontare si manifesterà solo fra un arco indeterminato di anni, quando si presenterà il conto della devastazione ambientale, culturale e sociale del Veneto, nel nostro piccolo caso. Basti pensare alle frequenti alluvioni, dovute alla presenza di giganti cementizi come le basi di guerra che impediscono il corretto scolo delle acque; all’avvelenamento dell’aria (si vedano i bollettini dell’ARPAV) e delle falde acquifere, ché, per quanto ci venga raccontato di un “Veneto riciclone”, si deve comunque fare i conti con gli enormi termovalorizzatori in ampliamento, le nuove autostrade in progettazione, le discariche in via di completamento; lo sfruttamento della terra attraverso numerosi fertilizzanti e pesticidi, che vede lo svilupparsi di nuove forme di malattie e batteri nelle coltivazioni. Questi elencati sono esempi riscontrabili nel vicentino, ma tutto il Veneto presenta uno scenario simile, se non peggiore – come Mestre e Marghera –, il quale si abbina a quello che è il contesto in tutto il Nord e nel resto d’Italia. Insomma, se non si crea una coscienza delle persone, e soprattutto dei giovani, che sia sensibile a queste problematiche, la situazione continuerà a compromettersi senza sosta, più di quanto non si sia, già ora, aggravata.

Prima di salutarci, concedici di essere rassicurati. Non esistono quelli che tu chiami “i politici del nord”, non è così?

Purtroppo per noi, questi non sono tempi in cui valga la pena essere costantemente rassicurati. Anzi, oggi abbiamo proprio bisogno di guardare in faccia la realtà. E la “gente del Nord” esiste eccome, e ho voluto inserire questo appellativo proprio perché è diffusa la mentalità, soprattutto nelle nostre zone settentrionali, che quello del Nord Italia è l’esempio da seguire ovunque: un po’ come gli Americani si ostinano a esportare una loro democrazia dalla dubbia efficienza. Eppure, la presunzione di essere la locomotiva economica e culturale del mondo, l’imporsi sulle altre realtà ritenute “in via di sviluppo”, “arretrate” o, peggio ancora, “inferiori” rivela una mentalità cieca e di scarsa lungimiranza. Si pensi a questo esempio: un maestro una sera mi insegnò che il vero musicista non è colui che suona impeccabilmente il suo pezzo, ma chi segue la musica con attenzione, imparando ad ascoltare i propri compagni e sapendo che deve fare del suo meglio per metterci anche un po’ del suo impegno.

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