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Speciale Campiello Giovani 2017 – Intervista ad Arianna Babbi

Speciale Campiello Giovani 2017 – Intervista ad Arianna BabbiArianna Babbi è la terza finalista del Premio Campiello Giovani che vi presentiamo nell’ambito del nostro speciale.

Studentessa di Lettere classiche e amante della letteratura e dei libri, Arianna è giunta in finale con il racconto Cerchi, che narra la storia (forse autobiografica) di una barista molto particolare. Non si limita infatti a offrire agli avventori del bar dove lavora solo il suo orecchio, ma si nutre delle loro storie per poi riportarle sulla carta, farne cioè un vero e proprio racconto.

Di questo, come delle sue passioni e dei suoi sogni, abbiamo parlato con Arianna Babbi in quest’intervista.

 

Dal liceo classico a Lettere classiche all’Università di Bologna. Cosa l’affascina in particolare dei classici greci e latini? E perché considera importante leggerli e studiarli ancora oggi?

È una domanda a cui ultimamente hanno cercato di rispondere numerosi studiosi con saggi e altri scritti (mi vengono in mente Il presente non basta. La lezione del latino di Ivano Dionigi o La lingua geniale. 9 ragioni per amare il greco di Andrea Marcolongo). Se posso dire la mia, penso sia importante studiare i classici perché la nostra vita è fatta di storie, e non c’è opera di storytelling che possa prescindere dai classici. Ogni volta che leggiamo un racconto, guardiamo un film o una pubblicità, ogni volta che ascoltiamo una canzone o un discorso politico, dietro c’è un classico che parla, e anche se le forme di espressione cambiano, le idee che trasmettono sono le stesse che trasmettevano una tragedia greca o un’orazione. I classici esprimono sentimenti e idee che ci caratterizzano in quanto esseri umani, per questo sono sempre attuali, e in questo senso studiare i classici significa conoscere una parte di se stessi e, di riflesso, del mondo circostante. Ad esempio, sembrerà un paradosso pensare che leggere un’orazione di Cicerone possa avere una qualche rilevanza nella politica attuale ma non lo è: la corruzione, l’avidità, il senso politico  sono componenti innate della natura umana; anche per questo penso che leggere un classico ti insegni a riconoscere nella realtà che ti circonda un sistema organico, con delle regole e degli equilibri, in modo da poter comprendere il vero significato dei singoli eventi e poterne prevedere gli sviluppi futuri.

E poi i classici, le storie, sono bellissimi. In questi anni ci educano al guadagno, al culto della carriera, i classici ci insegnano la bellezza, la meraviglia, l’umanità. Sono cose che non hanno prezzo, sono inestimabili. E come ha detto una volta Robin Williams: «Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita». 

 

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Ci ha confidato che ama i libri che l’aiutano a mettersi in discussione. Ecco, se dovesse consigliare qualche titolo ai nostri lettori quali sceglierebbe e perché?

Consiglierei sicuramente alcuni dei titoli che mi sono rimasti nel cuore negli ultimi anni, in particolare: Siddharta di Hermann Hesse, un romanzo di formazione che va ad abbracciare tutto il ciclo della vita del protagonista nelle sue esperienze e transiti più universali, poi Novecento di Alessandro Baricco, un monologo teatrale incentrato sul disorientamento dell’uomo moderno posto di fronte alle migliaia di scelte possibili che la vita gli offre. Consiglio anche Noi siamo infinito di Stephen Chbosky, libro molto intelligente, lo definirei una porta aperta nella testa di un adolescente, che non scade nel banale come spesso succede nei romanzi che affrontano tematiche adolescenziali. Un altro libro che mi porterò sempre dentro è Stagioni diverse, una raccolta di quattro racconti di Stephen King, che contiene tra l’altro i testi da cui sono tratti i film Stand by me, ricordo di un’estate e Le ali della libertà. Consiglio poi un libro molto interessante, In viaggio con Erodoto di Ryszard Kapuściński, la biografia di un reporter che trova curiosi parallelismi tra il mondo descritto dallo storico greco Erodoto e quello che ha visto con i suoi occhi nel secondo dopoguerra.

 

Ha scritto il suo racconto di notte, mentre di giorno studiava per gli esami universitari. In primavera e d’estate lavora nei fine settimana come barista. Cos’è lo spirito di sacrificio per una ragazza diciannovenne come lei?

Penso che a questa età sia normale affrontare i primi sacrifici e fare delle scelte, spesso non facili. L’importante è avere ben chiare le priorità in modo da non sacrificarsi eccessivamente: come in tutte le situazioni è necessario trovare un equilibrio. Secondo me a questa età, ma anche nella vita in generale, ha senso fare delle rinunce per ottenere delle opportunità maggiori che siano importanti e significative per noi, per questo è fondamentale sapere quali obiettivi vogliamo raggiungere e impegnarci di conseguenza in una direzione o nell’altra (anche perché non possiamo brillare in ogni situazione). Io so di aver rinunciato a qualcosa ma ne è sempre valsa la pena: passare delle notti in bianco a scrivere mi ha aperto tantissime porte che sarebbero rimaste chiuse se mi fossi messa a dormire o a guardare Facebook, per questo non me pento.

 

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Speciale Campiello Giovani 2017 – Intervista ad Arianna Babbi

Cerchi ha come protagonista proprio una barista che ama scrivere le storie che le sono state raccontate dagli uomini e dalle donne che serve al bancone del bar. Quale prospettiva particolare sull’umanità regala un lavoro come questo?

Non so cosa percepisca chi legga il racconto perché ritengo che ogni interpretazione sia molto soggettiva, a me piace pensare alla protagonista come a una persona attenta e curiosa verso il prossimo. Il fatto che le piaccia immortalare le storie degli altri può avere significati diversi: la difficoltà nell’approfondire la propria, il desiderio di rintracciare una ricerca artistica anche nel lavoro, ma soprattutto volevo mostrare come, in un momento di forte individualismo, in cui si cerca costantemente di imporre se stessi, sia ancora importante e giusto soffermarsi sugli altri e sforzarsi di comprenderli. Credo molto nell’empatia e nella necessità di collaborare, non solo tra i singoli ma anche e a maggior ragione a un livello sovrannazionale: non scenderò nei dettagli ma sono una figlia del mondo globale e in quanto tale non posso credere nel nazionalismo portato alle estreme conseguenze, non posso credere nei muri o nelle scissioni.

 

Il racconto ha l’andamento di un cerchio in cui tutto ritorna al punto di origine, ma niente è come prima perché alcune cose segneranno per sempre i vari protagonisti. Perché ha scelto questa particolare struttura per la storia che ha deciso di narrare?

In realtà non l’ho propriamente scelta, non è stato subito un progetto razionale. Quando ho iniziato a scrivere, mi sono resa conto che la storia stava prendendo una certa direzione e l’ho assecondata ma non è stata una decisione presa a tavolino, è successo e basta. Solo dopo diverso tempo mi sono chiesta io stessa come mai la storia avesse preso quella forma, e ora penso dipenda dal fatto che nel periodo in cui l’ho scritta mi sentivo anche io bloccata in una specie di cerchio di pensieri che si allacciavano (appunto come i cerchi bagnati sul bancone di un bar) da cui facevo fatica a uscire.

Qualcuno una volta ha detto che scrivere è come sanguinare sulla carta: magari è soggettivo ma, per me stessa, credo sia vero. Ovviamente la storia deve essere progettata razionalmente in una certa percentuale, ma è sempre qualcosa di vivo che un po’ ti somiglia, che tu lo voglia o no. Non credo, al contrario, nella scrittura costruita sulle analisi di mercato, nella scrittura senza sentimento perché il più delle volte l’assenza di passione è indice dell’assenza di un’idea di base, che invece è il motore che fa girare tutto, davvero tutto.

 

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Il Premio Campiello Giovani rappresenta per molti aspiranti scrittori la prima prova pubblica. Come sta vivendo queste giornate e come si sta preparando alla serata finale?

Stranamente, il pensiero della finale non mi mette in agitazione. Non sono brava a esprimere le mie emozioni ma se dovessi descrivere in una parola come mi sento all’idea di Venezia, risponderei solo felice. Felice perché, comunque vada, è un’esperienza che mi sta dando davvero tanto: partecipare a eventi letterari e conoscere personalità nel panorama artistico e editoriale italiano sono occasioni formative fondamentali che non do affatto per scontate, soprattutto alla mia età. Un altro grande aspetto positivo del premio è il fatto che permetta di conoscere altri giovani che condividono la stessa passione per la scrittura e di coltivare amicizie e collaborazioni che arricchiscono. Ma se dovessi dire il regalo più grande che mi è arrivato dal Campiello, direi che mi ha fatto sentire molto valorizzata e mi ha dato una sicurezza nelle mie capacità di scrittura, ma anche in me stessa come persona, che prima non avevo. E questo è qualcosa che mi porterò sempre dentro.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori e scrittrici.

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