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Speciale Campiello Giovani 2017 – Intervista ad Andrea Zancanaro

Speciale Campiello Giovani 2017 – Intervista ad Andrea ZancanaroOgnuno ha il suo mostro è il titolo del racconto con cui Andrea Zancanaro è giunto tra i cinque finalisti del Premio Campiello Giovani 2017.

Due sono i protagonist, Holly e Victor, che riescono ad arginare i loro mostri raccontandosi l’un l’altra le rispettive vicende personali, rendendosi partecipi dei rispettivi mostri perché in fondo ognuno ha il suo e la condivisione può fornire un valido aiuto.

E proprio del raccontarsi e della sua importanza abbiamo parlato con Andrea Zancanaro.

 

La passione per la scrittura si è manifestata molto presto. Già a tre anni dettava storie a sua nonna che le trascriveva per lei. Cosa l’affascina dell’inventare e raccontare storie agli altri?

È vero, ho iniziato prestissimo a dettare storie a mia nonna, che è un esempio di come la mia famiglia – i miei genitori in primis – mi abbia sempre incoraggiato a coltivare questa passione: mia mamma mi ha reso partecipe dei libri che leggeva e quando ero piccolo mio papà mi raccontava storie inventate prima di dormire.

Appena ho imparato a scrivere da solo ho cominciato a riempire quaderni di avventure fantastiche e in terza media ho terminato il mio primo romanzo fantasy. A pensarci ora mi viene da sorridere, ma il momento in cui ho scritto la parola fine e ho brindato con i miei cugini con un bicchiere di aranciata è uno dei ricordi più belli che ho.

L’ispirazione per un racconto può nascere dallo sguardo di uno sconosciuto sul treno, da un’intuizione, da un luogo che visito, di recente anche dalle esercitazioni di anatomia in cui potevo studiare delle ossa vere: tutto può essere trasformato in una vicenda da narrare.

Ciò che mi spinge a raccontare storie agli altri è il desiderio che i miei personaggi non rimangano solo nella mia testa, ma incontrino la sensibilità di molte persone e in questo modo diventino più reali.

 

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E che rapporto ha con le narrazioni degli altri? Cosa rappresenta la lettura per lei e quanto spazio occupa nella sua vita?

Penso che come un faro, eretto sull’oceano del tempo, il mondo fittizio dei libri abbia il potere di far luce sulle verità spesso nascoste dalla vita reale. Un libro è un biglietto gratuito per ogni epoca e luogo, un caleidoscopio che ci allunga l'esistenza facendoci vivere quella di un monarca, di un rivoluzionario, di un investigatore, di un bambino, di una serva, di un eroe, di un assassino, di tutto ciò che vorremmo, non vorremmo o non oseremmo mai essere. È impossibile aprire un libro senza imparare qualcosa sul mondo e soprattutto sull'anima perché, come scrisse Kafka, i libri devono essere l'ascia per il mare ghiacciato dentro di noi. Il mio rapporto con le narrazioni degli altri è molto stretto perché ritengo che in un buon libro sia sempre possibile trovare consigli, conforto e ispirazione e che il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilati il tempo per vivere.

Uno scrittore è inevitabilmente un lettore e io spazio dai saggi di Jung alle commedie di Alan Bennett, ai gialli di Camilla Lackberg. In questo momento sto leggendo Da Monteverdi a Puccini di Vittorio Coletti, un saggio sulla storia dell’opera, e La via di Schenèr di Matteo Melchiorre, un testo che coniuga lo scritto letterario e la ricerca storica.

Il tempo che dedico alla lettura dipende dal periodo: anche se ho sempre un libro sul comodino, durante la sessione d’esami le ore per leggere si riducono drasticamente.

 

Oltre alla scrittura, tra le sue passioni ci sono anche l’opera lirica, lo studio del canto e della pittura. Proviamo a raccontare ad altri giovani quali emozioni può regalare l’arte e perché è importante coltivare le proprie inclinazioni artistiche?

Mi dispiace che tra i giovani l’opera sia un genere totalmente snobbato. L’abbiamo inventata noi italiani e dobbiamo andarne fieri visto che tutto il mondo l’apprezza perché nella lirica si trovano arie di una complessità tecnica incredibile eppure in grado di parlare direttamente al nostro cuore… e poi ci sono gli amori impossibili, i drammi delle eroine dal destino avverso, le passioni, la morte in tutte le sue forme. L’opera racchiude l’essenza dell’anima umana e giunge a noi dalle partiture di compositori dei secoli passati con una modernità sconcertante!

Canto da anni nel coro Francesco Sandi di Feltre, che mi ha dato la possibilità di conoscere ragazzi e ragazze che ora sono miei amici e di frequentare master classes con maestri come Philip Lawson, ex baritono dei King’s singers. Essere parte di questo gruppo, unito da una passione comune, è una grande fortuna.

La pittura è un hobby più recente, ho iniziato l’anno scorso, mi piace e mi rilassa. Dipingere è indossare nuovi occhiali, rende più attenti nell’osservare le opere dei maestri, stimola la curiosità tecnica. Ormai mi aggiro per le mostre cercando di capire quali colori hanno usato gli artisti, mi perdo nel particolare più che nell’insieme.

Spesso si trascurano i benefici che l’arte può portare alla nostra vita: in un mondo che ci bombarda di notizie tragiche, ritagliare momenti per apprezzare il bello o riflettere sui temi che un artista ha affrontato può davvero migliorarci l’esistenza. Inoltre provare a produrre arte è un’esperienza unica. L’arte, declinata in tutte le sue forme, ha da sempre una grande importanza a livello sociale e la storia insegna quanto rivoluzionario possa essere un solo verso o uno schizzo.

L’arte crea benessere e ponti tra epoche, classi sociali, vissuti ed esperienze diversi.

 

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Speciale Campiello Giovani 2017 – Intervista ad Andrea Zancanaro

Il suo racconto colpisce fin dal titolo: Ognuno ha il suo mostro. E lei stesso, nel commentarlo, ha sottolineato come ognuno di noi ha i proprio mostri a cui si affeziona. Di che tipo di mostri parliamo? E perché, secondo lei, finiamo col provare questo sentimento nei loro confronti?

Il racconto ha per protagonisti due personaggi nevrotici: lui è tormentato dall’idea di essere una persona orribile, lei è convinta che un fantasma la perseguiti per rovinarle la vita. Quando ho avuto l’idea per Ognuno ha il suo mostro volevo esplorare il tema del disagio psichico e delle ossessioni e solo dopo averlo scritto mi sono reso conto che in questa vicenda un po’misteriosa (ognuno è libero di interpretare il finale) potevano riconoscersi tante persone anche senza essere mentalmente disturbate. Infatti in molti mi hanno detto di essersi parzialmente identificati con i personaggi.

Prima o poi tutti nella vita avremo a che fare con un particolare mostro e per ciascuno si tratterà di qualcosa di diverso. Ognuno ha il suo, appunto. Mentre scrivevo il dialogo tra i protagonisti mi sono domandato se a un certo punto non si finisca per provare un inspiegabile rapporto di amore, oltre che di odio nei confronti dei problemi personali che ci fanno compagnia a lungo. In questo senso ci si può affezionare ai propri mostri, sentendoli parte di sé e avendo difficoltà ad affrontarli perché ci si è abituati a conviverci.

Per spiegare meglio questo concetto lascio parlare Holly, una dei due protagonisti: noi tutti ci affezioniamo a ciò che ci dà fastidio e che ci crea problemi, se non fosse così la maggior parte delle persone sarebbe felice. Quanto crede sia semplice sbattere fuori di casa un marito prepotente, licenziarsi da un lavoro che non dà soddisfazioni o lasciar andare un pensiero che ci incatena? Se fosse facile le persone sarebbero felici, ripeto.

 

La sua storia narra di un incontro tra un uomo e una donna che grazie a una lunga conversazione sembrano essere sul punto di risolvere le loro ossessioni. La condivisione, nel raccontarsi reciprocamente, può avere un valore terapeutico?

Sempre citando il racconto: le persone curano le persone dice Victor, l’altro protagonista.

Sono convinto che raccontarsi a qualcuno di cui ci si fida profondamente abbia un valore terapeutico e che la condivisione dei propri problemi possa aiutare a elaborarli. Decidere di aprirsi può far sentire meno soli e magari si può scoprire che qualcuno che conosciamo ha già affrontato il problema che stiamo vivendo o che ha il dono dell’empatia e sa comprenderci.

Anche se sembra che i protagonisti siano sul punto di risolvere le loro ossessioni, il finale del racconto è a sorpresa e non fornisce una risposta definitiva su come sconfiggere i mostri, sottolinea però che, anche se magari non estirpa il problema alla radice, il fatto di entrare in contatto profondo con un altro essere umano che ci capisce può regalare momenti di serenità.

Tutto ciò è valido per quanto riguarda i mostri che possiamo affrontare tutti nel quotidiano; quando si parla di creature più oscure e insidiose, come la malattia mentale, la semplice condivisione non basta ed è necessario l’intervento di un esperto.

 

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Il Premio Campiello Giovani rappresenta per molti aspiranti scrittori la prima prova pubblica. Come sta vivendo queste giornate e come si sta preparando alla serata finale?

Questo periodo è denso di emozioni: l’istante in cui ho saputo di essere in finale, Roberto Vecchioni che ha letto l’incipit del mio racconto a Milano, partecipare alla selezione della cinquina del Campiello nell’aula magna del Bo, ascoltare gli interessanti interventi dei giurati prima della votazione, l’incontro con i ragazzi al liceo I. Nievo di Padova, tutto nuovo e bellissimo! È di certo un’importante prova pubblica perché comporta grande visibilità: dopo la semifinale di Verona mi hanno contattato per leggere il racconto durante il Jazzit Fest di Feltre, per partecipare al festival letterario Una montagna di Libria Cortina, per parlare nella biblioteca di Lentiai e al Bookshop Mondadori di Belluno, poi ci sono stati gli articoli sui giornali, il monologo su Generazione Z e quest’intervista; ovviamente sono arrivati anche tanti complimenti che mi hanno riempito di gioia perché oltre agli amici più stretti mi hanno scritto persone che non conoscevo ed è sempre bello condividere la felicità con chi è contento dei tuoi successi.

In realtà non sto ancora pensando alla finale perché sono molto impegnato con lo studio, comunque da un lato non vedo l’ora che arrivi, dall’altro non voglio anticipare i tempi e godermi le belle esperienze di questo periodo d’attesa. Ci tengo a ringraziare il Premio Campiello per le opportunità che ci offre e in particolare Marina Trivellato, che ci accompagna con partecipazione e professionalità in questo percorso coordinando spostamenti e attività.


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