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Speciale Campiello Giovani 2017 – Intervista a Teresa Tonini

Speciale Campiello Giovani 2017 – Intervista a Teresa ToniniTeresa Tonini è la più giovane finalista dell’edizione 2017 del Premio Campiello Giovani.

Non ancora diciottenne, si è messa alla prova con un argomento intorno al quale si concentra molto l’attenzione dell’opinione pubblica: la violenza sulle donne all’interno del nucleo famigliare.

La protagonista del racconto infatti subisce violenza da parte del suo compagno ma riesce a fare di questo evento l’occasione per prendere finalmente coscienza di sé e attuare un percorso che l’autrice definisce di restaurazione e non di rinascita. Un concetto che viene ribadito anche nel titolo del racconto che è appunto Restauraciòn.

E proprio di questo, così come del suo amore per la lettura e la scrittura e del suo essere femminista, abbiamo parlato con Teresa Tonini nell’intervista che ci ha gentilmente concesso.

 

Ci ha confidato che la passione per la scrittura l’ha coinvolta fin dalle scuole elementari. Come l’ha coltivata e come ancora la coltiva giorno per giorno?

Leggendo e osservando. A dir la verità, ora leggo molto meno di una volta, quando letteralmente divoravo libri su libri, ma nonostante questo la lettura è ancora ciò che mi spinge a scrivere. Basta trovare una frase che mi colpisca in modo particolare e subito la prima cosa che penso è vorrei averla scritta io, una frase così, e poi quando inizio a scrivere cerco di non fermarmi a ciò che penso/sento/vedo, ma a lasciare un segno nel lettore con le mie parole, proprio come quella determinata frase o libro ha fatto con me.

Per quanto riguarda l'ispirazione, oggi più che mai le storie sono a portata di mano. Basta accettare di viverle, o semplicemente di osservarle.

 

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Quale posto occupa la lettura nella sua vita? Ci sono dei libri che ama particolarmente o che comunque consiglierebbe?

Decisamente un posto importante: mi insegna a come raccontarmi e mi aiuta a fermare ciò che ho paura se ne vada. Associando un libro a una persona, a un particolare momento della mia vita, ho la certezza che non li dimenticherò mai.

Sono cresciuta con romanzi come Oceano Mare ed Emmaus di Alessandro Baricco, Noi siamo infinito di Stephen Chbosky e tutti i libri di Alessandro D'Avenia, a cui sono molto affezionata. I libri che mi hanno aiutata a crescere di più dal punto di vista della scrittura e che sono, a parer mio, geniali sono tutti quelli di Chuck Palahniuk, Norwegian Wood di Haruki Murakami e una raccolta di poesie uscita recentemente, Milk and Honey di Rupi Kaur.

 

Tra i libri più letti dai suoi coetanei ci sono quelli young adult che però gli adulti e alcuni addetti ai lavori sono portati a considerare letteratura di serie B. Come vede lei il proliferare di questo genere di libri? È un fenomeno spesso commerciale oppure hanno realmente qualcosa da dire ai giovani lettori?

Trovo che la categoria young adult sia troppo sottovalutata oggigiorno, soprattutto perché risulta più "accessibile" grazie a piattaforme digitali che rendono normali ragazze scrittrici quasi da un giorno all'altro. Bisogna sempre considerare che questi romanzi non hanno nessun altro scopo se non quello di comunicare con, appunto, i giovani adulti, ed è per questo che vendono così tanto: chiunque può leggerli, da un ragazzo che legge solo se obbligato a scuola a un amante dei libri. La trama è semplice, il linguaggio attuale, e non sembra che l'autore voglia impartirti nessuna lezione se non hey, sono anche io un adolescente, anche per me è tutto un casino. Ovviamente questo messaggio e questa forma non sono al pari di quelli dei grandi classici, ma non sono per questo meno profondi per chi, come tutti a questa età, si trova a non capire più nulla della vita e vuole solo qualcosa che lo aiuti a trovare qualche spiegazione. Quando sei arrabbiata con il mondo intero perché hai quattordici o quindici anni leggere Grandi speranze ti farà solo venire più voglia di scagliare quel mattone contro il muro, mentre leggere Colpa delle stelle ti farà staccare la spina per qualche tempo e farà evaporare la rabbia: il tutto grazie a una storia esageratamente drammatica, frasi scontate e personaggi poco interessanti.

Quindi il mio consiglio è di non sottovalutare il valore di questi libri commerciali, perché se spopolano tra i ragazzi un motivo ci sarà, e al prossimo compleanno della teenager di turno arrabbiata col mondo regalatele sì un classico, che sarà sempre superiore, ma anche uno di quei libri dalla copertina insopportabile e con la fascetta rossa che vedete sempre in vetrina in una delle librerie Feltrinelli.

 

Lei si definisce una femminista intersezionale. Cosa vuol dire per una giovane di diciassette anni essere femminista? E quali sono le sfide che le donne devono ancora vincere secondo lei?

Innanzitutto, bisogna capire cos'è il femminismo, perché è dall'errata idea che si ha di questo movimento che nascono gli occhi al cielo, le risatine e i luoghi comuni. Il femminismo intersezionale (ovvero il reale femminismo) consiste nell'abbattere i muri di oppressione tra la cultura che opprime e quella oppressa. Non si tratta dunque soltanto di discriminazione in base al genere, ma anche in base al colore della pelle, all'abilità o disabilità fisica e/o mentale di un individuo. Essere femminista a diciassette anni vuol dire non ridere alle battutine sessiste, censurare la n-word, sapere che la dicitura corretta è disturbo bipolare e non bipolarismo. Vuol dire inorridire ogni giorno di fronte alle oscenità di Donald Trump, arrabbiarsi per la considerazione che si ha dei migranti, firmare la petizione contro il campo di concentramento per omosessuali aperto in Russia. Infine, vuol dire parlare con le persone, renderle informate, informarsi a propria volta, reagire di fronte a ciò che ci sembra ingiusto o scorretto. Cose normali, no? Lo sono perché il femminismo si basa sul rispetto dei diritti umani, e chiunque creda in questi e agisce perché vengano rispettati crede e agisce da femminista.

La più grande sfida che le donne devono vincere è sicuramente l'uguaglianza fra loro: come fa una donna di colore a essere al pari di un uomo se non è nemmeno al pari di una donna bianca?

Speciale Campiello Giovani 2017 – Intervista a Teresa Tonini

E, meno importante ma sempre significativo, come facciamo a vincere una sfida se ci buttiamo giù a vicenda? Non possiamo continuare a dire vestita così mandi un certo messaggio, perché è un enorme autogol.

In secondo luogo, le donne hanno vinto sulla carta tantissime partite, ma in realtà le vittorie effettive sono ben meno numerose. Non è quindi una certa cosa che deve essere vinta, ma diciamo che devono riscuotere tante vincite.

Ad esempio, immaginate Maria De Filippi che parla della differenza di stipendio tra persone di diverso genere al posto di Crozza all'ultimo Sanremo. Se siete 100% sicuri che avrebbe avuto gli stessi applausi, che avrebbero fatto una miriade di articoli e tweet positivi, che nessuno avrebbe alzato gli occhi al cielo e commentato qualcosa come ecco la solita solfa femminista da quattro soldi... penso che non sia necessario esplicare l'apodosi di questa frase dato che sappiamo tutti che sarebbe andata esattamente così.

 

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E a proposito di donne, Restauraciòn, il racconto con cui è giunta tra i finalisti del Premio Campiello Giovani, narra la vicenda di una donna che, dopo aver subito violenza da parte del suo compagno, prende coscienza di sé in un percorso che lei definisce di restaurazione. Perché restaurazione e non rinascita?

Prendiamo per esempio una casa. Se io la faccio rinascere, vuol dire che dopo che è caduta a pezzi scarto quei pezzi, ne prendo di nuovi e faccio erigere qualcosa di totalmente nuovo al suo posto. Magari sullo stesso luogo, magari con lo stesso aspetto, ma nuovo.

Se io la restauro, vuol dire che dalle macerie la riporto al suo splendore originario. Magari sorgerà su un luogo diverso, magari avrà un aspetto totalmente differente, ma è fatta con gli stessi pezzi.

Una violenza, un trauma, ti distrugge dalle fondamenta fino alla punta del tetto. Ma non sarebbe la cosa giusta buttare via i pezzi e dimenticare, per poi rinascere come una persona che non ha vissuto quell'esperienza, perché per quanto, se potessi, farei in modo che nessuno debba convivere con una cosa del genere, non sono avvenimenti che puoi chiudere in un cassetto e lasciare lì, perché torneranno sempre fuori, e faranno sempre male.

Bisogna, a mio parere, accompagnare una vittima di violenze non in un percorso di rinascita, ma in un percorso di restauro che la faccia tornare più vicina possibile alla persona che era un tempo, solo con qualche inevitabile aggiunta: non bisogna farle vivere una vita nuova, ma una vita quanto più possibile normale. Invece, in questa società, tendiamo a cancellare e non a correggere, e a una persona così ferita preferiamo dire dimentica invece che elabora, perché è molto più facile.

 

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Il Premio Campiello Giovani rappresenta per molti aspiranti scrittori la prima prova pubblica. Come sta vivendo queste giornate e come si sta preparando alla serata finale?

Onestamente, è un pensiero che, tra il periodo di fuoco che è maggio per gli studenti, affiora non troppo spesso nella mia mente, anche perché mi pare ancora impossibile che sia vero. Perciò quando qualcuno lo nomina, quando arrivano messaggi dagli altri ragazzi finalisti o mail dalla segreteria vivo sempre quel bellissimo momento di sollievo (perché allora non era solo un sogno!) e di infinita soddisfazione e gioia che mi fa sempre spuntare un sorriso da ebete. Partecipare agli eventi e approfittare delle opportunità che questo premio offre è incredibile, non avrei mai e poi mai pensato che avrei scritto degli articoli, risposto a interviste e partecipato a eventi, e ora come ora provo soltanto immensa e sincera gratitudine e felicità. Per questo da una parte sono elettrizzata per la finale e dall'altra già triste perché significherà la fine di questo percorso straordinario.


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