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Speciale Campiello Giovani 2017 – Intervista a Sahara Rossi

Speciale Campiello Giovani 2017 – Intervista a Sahara RossiTra i cinque finalisti del Premio Campiello Giovani 2017, Cuore di terra, il racconto di Sahara Rossi, è quello che affronta il tema che è più al centro di polemiche e accese discussioni: omosessualità e transessualismo.

La protagonista, Martha, ha infatti conquistato il suo diritto a essere donna dopo un percorso che l’ha condotta ad abbandonare la sua origine maschile. Ormai anziana e quasi prossima alla morte, si ritrova a dialogare con padre Jonathan, un prete cattolico, al quale racconterà la sua vita e le sue esperienze, incluse quelle più dolorose.

Del suo racconto, così come della sua passione per la scrittura e la poesia, abbiamo parlato con Sahara Rossi.

 

Lei paragona la scrittura a un rifugio e la penna a una sciabola da impugnare. Perché quest’immagine al tempo stesso tranquilla e violenta?

Ho paragonato la penna con cui scrivo a un’arma da tener stretta fra le mani, poiché per me essa ha sempre avuto un effetto salvifico. La scrittura è davvero un rifugio, una radura a cui nessuno può accedere.

È, come dire, impenetrabile, celata agli sguardi altrui. Per accedervi bisogna farsi strada, ferendosi, lottando, proteggendosi. La penna era la mia sciabola attraverso cui potevo entrare nel mio mondo, e ritrovare la mia pace interiore.

La scrittura è violenza, è passione, intensità. Solo provando emozioni così forti e travolgenti, si può conquistare una propria serenità. La consapevolezza d’aver raggiunto la propria individualità. Per me non è mai stato altro che questo.

 

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Tra i suoi autori preferiti ha citato Baudelaire e Neruda, due poeti. Cosa l’affascina di più della poesia?

Ho cominciato ad appassionarmi di poesia leggendo Emily Dickinson, e via via sviluppando un amore viscerale per Pablo Neruda, di cui ho consumato libri (rovinandoli completamente, tra orecchie agli angoli delle pagine e sottolineature a più e più versi), e in seguito, grazie alle lezioni di letteratura a scuola, alla corrente del Decadentismo e quindi a Baudelaire.

La poesia è fluida, scorre veloce e cristallina come un torrente nel suo letto. Non è programmata, non è architettata, è semplicemente arte che va, inafferrabile, evanescente.

Forse quello che più di essa mi piace è proprio il fatto che non ha bisogno di spiegazioni, o di tante belle parole e artifici per esprimere un concetto. Bastano poche righe e sappiamo perfettamente i sentimenti che il poeta voleva comunicarci.

Più che parlare di “capire la poesia”, secondo il mio modesto parere si dovrebbe piuttosto dire “sentire la poesia”, inteso come miscela di emozioni che possono catapultarci in una dimensione ignota, satura e inebriante. È quello che mi succede spesso con Neruda, quando arrivo alla fine dei suoi versi e non mi capacito di così tanta perfezione, e ho il bruciante desiderio di rileggerlo, tutto da capo, anche più volte, per assimilare quel liquido che possa, in qualche modo, placare la mia sete indomabile.

È una sete che persiste, nel cuore di chi legge o di chi scrive. Tramutare il proprio essere in carta, renderlo vivo e amaro nell’inchiostro, è il dono più bello che ci possa essere stato concesso. Come mi ha detto mio padre una volta, l’uomo ha così tanto da tirar fuori, e una volta fatto, attraverso la poesia, si sente svuotato, eppure pieno. Compiuto.

 

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Ha appena diciannove anni, eppure ha già concluso due romanzi, anche se non l’hanno soddisfatta molto. E ci ha confidato che il Premio Campiello ha rappresentato un momento di rinascita e di riconquista della fiducia in se stessa. Dunque ha già in mente altri progetti di scrittura per il futuro?

Quando ho scritto il mio primo romanzo avevo circa tredici anni, ed era una banale storia di duecento pagine che trattava il tema della magia, molto influenzata dall’amore che per tanto tempo, nel corso della mia adolescenza, mi aveva legato alla saga di Harry Potter. Il secondo che scrissi mi tenne impegnata per diversi anni, tanto che volli tentare seriamente, ma ottenni un rifiuto da una casa editrice molto importante e questo non fece che scoraggiarmi così tanto che decisi, categorica, che non la scrittura avrei chiuso per sempre. Sono cambiate tante cose da allora.

Rileggendo quel libro mi rendo conto di quanto, visto ora dal punto di vista di una ragazza di diciannove anni, poteva risultare infantile (la tematica ruotava attorno al mondo dei vampiri), e che non aveva senso accantonare una passione così vitale per me per un insuccesso ottenuto.

A causa della maturità imminente sono molto limitata ora, per poter seriamente progettare altro che riguardi questa carriera. Il mio desiderio a ogni modo persiste, e, a esami terminati, conto di sicuro di rimettermi in gioco con qualcosa di più serio e costruito, e di provarci di nuovo.

Essendo una persona molto eclettica (delle volte può risultare un aspetto negativo) ho già in mente almeno una dozzina di trame per possibili nuovi romanzi... mi tocca solo scegliere quale strada seguire!

 

Il suo racconto tocca un tema molto spinoso: la storia di Martha, una donna transessuale che, negli ultimi giorni di vita, ha un confronto con un prete. Perché la scelta di mettere in scena un dialogo tra due persone così distanti e rappresentanti di mondi spesso in antitesi tra loro?

Trovo che lo stratagemma del dialogo sia un buon espediente per poter raccontare una storia in maniera non troppo prolissa, e io ho deciso di utilizzare questa tecnica con una narrazione che parte dalla fine, ovvero dagli ultimi istanti di vita di questa donna, fino alla sua infanzia nella casa natìa di New Ross, nella parte sudorientale dell’Irlanda, passando per varie vicissitudini fino a ricondurre il lettore al punto di partenza.

Mi sono molto affezionata a Martha, al suo carattere dolce e al suo animo semplice. Volevo una figura che ben le si accostasse e che riuscisse a capirla nel profondo, lei che aveva così tanto dolore dentro e necessitava ardentemente di parlare, di far conoscere la sua storia, ma senza sentimenti di superbia.

È strano vedere un accostamento che a prima vista può apparire bizzarro. In effetti il mondo di Martha e quello di padre Jonathan sono due mondi che tra di loro si scontrano in maniera stridente, e questo a causa dei dogmi che la Chiesa cattolica ci ha inculcato nel corso dei secoli e dei pregiudizi che ci hanno portato ad affermare, con assoluta certezza, ciò che è peccato e ciò che è puro, degno della grazia e dell’amore di Dio.

Molti mi hanno domandato se questa mia scelta fosse dettata dal mio credo religioso. Ho dovuto smentire, essendo atea.

Quel che volevo era di sensibilizzare i giovani su una tematica ostica, rendendola normale e umana dal punto di vista più impensabile, quello d’un sacerdote, che, secondo la morale cattolica, dovrebbe in realtà ripudiare questo genere di cose. Avevo bisogno d’una figura forte, comprensiva, aperta al dialogo. E forse il mio intento è stato proprio quello di togliere tutti gli sfarzi e la maestosità che per anni e anni la Chiesa cattolica si è portata dietro, e di ridarle una giusta collocazione, molto più intima, dolce, sommessa. Colloquiale.

Ho sempre creduto che ogni religione porta con sé concetti nobili e puri, e che purtroppo essa è stata contaminata dal lento e lungo lavoro scaturito dall’ottusità di certi uomini, che l’hanno resa ostile, odiosa agli occhi di noi giovani.

Ecco, ho voluto far scontrare questi due mondi per il semplice scopo d’avvicinarli, fonderli l’uno con l’altro, in modo tale da far comprendere che in fin dei conti non vi è così tanta diversità.

Basta soltanto saper ascoltare, e soprattutto, rispettare e amare il prossimo.

 

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Come mai ha scelto un titolo come Cuore di terra?

“Cuore di terra” è il soprannome che i nipoti di Martha, figli di sua sorella Grace, le hanno dato. Ha un significato profondo e nascosto, ovvero quello dell’accettazione che i bambini, nella loro candida innocenza, hanno nei confronti della loro nuova zia.

Infatti, Eleonor e Morgan, questi i loro nomi, avevano conosciuto Martha come Robert, eppure non fanno molta fatica ad accettare questa presenza, anzi le vogliono un bene così sentito e toccante che è tipico soltanto dell’animo puro e inviolato dei bambini, e che forse noi abbiamo dimenticato. Martha era una donna appassionata di botanica. Negli ultimi mesi che le son stati concessi decise così di occuparsi di giardinaggio, la sua grande vocazione, nella casa di Grace dove si era trasferita per non dover rimanere sola. Morgan ed Eleanor trascorrevano molto tempo in sua compagnia, aiutandola nelle varie faccende.

“Cuore di terra” nasce da un piccolo episodio durante una giornata di giardinaggio. I due bambini, immergendo le mani nel terriccio umido, sentenziarono che la terra era morbida, morbida e ‘dolce’, come il cuore della zia.

“Cuore di terra” quindi è l’accettazione della propria integrità, dal punto di vista immediato dei bambini, è amore e affetto nei confronti delle scelte e dei percorsi altrui, che a volte all’occhio adulto purtroppo risultano incomprensibili, o addirittura “malati”.

Speciale Campiello Giovani 2017 – Intervista a Sahara Rossi

Credo non saranno mancati i confronti con i suoi coetanei su omosessualità e transessualità. A suo avviso come vengono viste tra i giovani? Oscilliamo ancora tra l’insulto e lo sfottò, oppure qualche passo avanti è stato fatto?

Purtroppo sono davvero pochi i giovani che sanno cosa sia il rispetto e che accettano tematiche che, in una società teoricamente evoluta come la nostra, dovrebbero risultare la normalità. È davvero frustante vedere come ad esempio venga ancora usata in maniera dispregiativa la parola “gay”, come si parli ancora di malattia e di degrado quando si affronta questo tema.

Ho iniziato a interessarmi all’argomento durante il primo superiore, periodo di lotte studentesche e di affermazione dei propri diritti. Da quel momento, ho sempre portato avanti la mia battaglia, venendo etichettata a mia volta come “omosessuale”. Molti di noi si sentono in diritto di tagliarsi fuori per il semplice fatto d’essere etero. Un ragazzo addirittura una volta mi disse che mi stavo battendo troppo per una battaglia che non era la mia. Da qui ho dedotto quanto la nostra generazione sia pigra e morta, egoista, priva d’un qualsiasi stimolo. Bisogna reagire a tutta questa mediocrità, a tutta quest’ignoranza che ristagna e che ci imputridisce la mente.

Noi rappresentiamo il futuro d’un paese che inesorabilmente sta andando a rotoli, ed è frustrante constatare quanto odio pervada le coscienze, quanto le persone, nella loro pochezza, parlino, parlino e parlino senza nemmeno sapere di cosa stiano blaterando.

Cuore di terraè semplicemente un grido silenzioso per svegliare la mia gioventù da uno stato soporifero dal quale sembra non volersi riprendere.

È un modo per dire “Ho iniziato questa battaglia anni fa. Sto ancora combattendo”.

 

Il Premio Campiello Giovani rappresenta per molti aspiranti scrittori la prima prova pubblica. Come sta vivendo queste giornate e come si sta preparando alla serata finale?

Come già affermato in precedenza, per me il Campiello è stata un’esperienza meravigliosa e totalmente inaspettata, ed essermi ritrovata fino a questo punto, prima sul palcoscenico di Verona e ora seduta alla mia scrivania a fare quest’intervista, con la consapevolezza che solo qualche mese mi separa da Venezia, è incredibile e mozzafiato.

Essendo sempre stata una persona discreta, che non ama mettersi in mostra e che anzi preferisce l’anonimato, ricevere così tanti complimenti ed essere costantemente al centro dell’attenzione fa davvero uno strano effetto.

Ma è gratificante. È la giusta spinta che mi ci voleva, il tanto sognato riconoscimento alla mia arte che finalmente è saltata fuori, e che non si cela più, timida, tra le mura della mia stanza.

La mia professoressa di italiano delle superiori una volta mi disse: «Le parole sono come nostri figli. Una volta scritte non ci appartengono più, e devono andare libere per il mondo». Penso non potesse avere più ragione di così.


Leggi tutte le nostre interviste a scrittori e scrittrici.

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