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Speciale Campiello Giovani 2017 – Intervista a Martina Pastori

Speciale Campiello Giovani 2017 – Intervista a Martina PastoriMartina Pastori è alla sua terza partecipazione al Premio Campiello Giovani e per la seconda volta si ritrova in finale.

Il racconto di quest’anno, Un istante appena, è incentrato su due terremoti, uno concreto che colpisce e stravolge la vita di una comunità e uno emotivo che riguarda la vita di una singola persona. In entrambi i casi è il tempo che si ferma, ma che a ben guardare ricomincia in un modo nuovo.

Proprio di questo, come della sua scrittura e dell’importanza della lettura, abbiamo parlato con Martina Pastori nell’intervista che ci ha gentilmente concesso.

 

Ha diretto per tre anni il giornalino della scuola, «Virus». Cosa le ha regalato quell’esperienza? La consiglierebbe in generale a chi frequenta la scuola superiore?

L’esperienza come direttrice di «Virus» mi ha regalato davvero moltissimo, mille volte più di quanto avrei potuto immaginare, e non lo dico per dire. Sia a livello umano, perché mi ha permesso di conoscere meglio compagni di altre classi, sia a livello più pratico e organizzativo, perché ho avuto l’occasione di imparare a cooperare con la mia squadra di redattori, di dividere le mansioni, di esercitare una funzione di incoraggiamento, di supervisione o di controllo a seconda dei casi, nonché di correggere le bozze, impaginare il tutto e badare alla distribuzione del prodotto finito. Certo, non dico che sia stato tutto rose e fiori! Ho provato, due o tre volte, una tremenda sensazione di acqua alla gola perché temevo di non riuscire ad andare in stampa per il giorno stabilito, ma poi, con un pizzico di fortuna e un po’ di olio di gomito, le cose si sono risolte sempre per il meglio. Non è tutto: considerando che l’impaginazione del giornalino mi portava via dalle sei alle otto ore, credo anche di aver perso di fronte al computer qualche diottria e parecchie ore di sonno. E considerando che non sempre è così immediato relazionarsi con un gruppo di propri coetanei, qualche volta ho battibeccato con qualcuno dei miei colleghi, per poi fare la pace con tutti. Sono stata molto contenta, alla fine del “mandato”, di poter usare il ricavato dei miei tre anni di direzione (ogni copia di «Virus» costava, simbolicamente, un euro) per dotare il giardino della scuola di una serie di tavoli con panche su cui gli studenti possano studiare, trascorrere gli intervalli o semplicemente godersi un po’ di tempo all’aria aperta. È la dimostrazione che la letteratura e la cultura in genere permettono di raggiungere obiettivi concreti e di utilità comune, oltre naturalmente a tutte le altre piccole e grandi soddisfazioni che regalano. In conclusione, sì, quella di scrivere per un giornalino scolastico è un’esperienza che consiglierei con molto entusiasmo a tutti. Unendo un po’ d’impegno, tanta dedizione e qualche storia da condividere, il risultato sarà necessariamente qualcosa di bello.

 

Ci ha confermato che la sua passione per la scrittura è nata da quella per la lettura. Quanto conta leggere per lei? E se dovesse raccontare la lettura a un suo coetaneo che non ama molto i libri cosa gli/le direbbe?

Leggere, per me, conta moltissimo. Trovo che sia sorprendente, innanzitutto, il fatto che una singola azione, quella della lettura, appunto, possa avere alle spalle un così ampio ventaglio di motivazioni: si può leggere per rilassarsi, per distrarsi, per ampliare i propri orizzonti e approfondire la conoscenza di un determinato argomento, personaggio o periodo storico, si può leggere per far passare il tempo, per consolarsi, e a volte anche per obbligo. Se dovessi raccontare la lettura a un mio coetaneo che non ama molto i libri, probabilmente esordirei con una frase tratta da uno show televisivo per ragazzi, che trovo spiritosa ma anche veritiera: «These things are great! It’s like TV in your head!» (Queste cose – i libri – sono grandiose! È come avere la televisione nella testa!). Leggere, in fondo, è un po’ come costruirsi da sé, usando come mattoni le parole che un altro ha scelto e scritto, una realtà parallela e interamente nostra, e non c’è niente di più bello, almeno per una lettrice onnivora e incallita come me, della possibilità di usare la creatività e l’inventiva allo scopo di dar vita di qualcosa di nuovo, di unico. Questo, per me, è la lettura: immaginazione all’ennesima Potenza ed emozione. Se l’inchiostro sulla pagina di un libro riesce a smuovere qualcosa dentro di noi, lo scrittore ha raggiunto il suo scopo; se il lettore, con quell’inchiostro, riesce a plasmare un’idea nell’universo della propria immaginazione, la lettura acquista un senso.

 

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Attualmente frequenta il college Scrivere della scuola Holden e il corso per autori della scuola di Mogol. Come mai tale scelta? E, al di là degli aspetti tecnici, cosa sta imparando da questi due percorsi?

La scuola Holden è sempre stata un sogno, per me. Uno di quei sogni che ti pregusti da lontano, come una vacanza in qualche posto esotico o un corso di cucina, quel tipo di sogni che la vita ti costringe sempre a rimandare a un domani generico, quando avrai abbastanza tempo libero o abbastanza soldi da parte, e che poi, per un motivo o per l’altro, finiscono con lo sbiadire e col venir relegati sullo sfondo, e a volte per non realizzarsi mai. Lo scorso giugno, quand’ero in procinto di diplomarmi, mi sono chiesta se valesse davvero la pena aspettare ancora molto a dar retta ai sogni, se volessi continuare a posticipare col rischio che poi la vita si mettesse in mezzo, e che per un motivo o per l’altro anche il mio, di sogno, finisse nel dimenticatoio. Ecco perché ho deciso di scombussolarmi un po’ il futuro tentando il test di ammissione alla Holden, e non potrei essere più felice di averlo fatto. Quella della scuola di Mogol, invece, è stata una sorpresa: qualche mese fa ho vinto una borsa di studio che mi ha permesso di vivere questa incredibile opportunità e di venire a contatto con un nuovo modo di raccontare. Al di là degli aspetti tecnici, i due percorsi, nella loro diversità e bellezza, mi stanno insegnando moltissimo: a crescere, a mettermi in gioco, a confrontarmi con gli altri e con le loro storie, a raccontare una stessa storia in più e più modi diversi, a cercare un fondo di poesia e universalità in tutto quello che vivo, che sento, che provo, a non dare niente per scontato e a non pensare che nulla, nemmeno il dettaglio in apparenza più piccolo e trascurabile, sia banale.

 

Lei è alla sua terza partecipazione al Premio Campiello Giovani, tra l’altro piazzandosi sempre bene (semifinalista la prima volta, e finalista la seconda e la terza). Com’è cambiata la sua scrittura nel corso degli anni?

Penso che, nel corso degli anni, la mia scrittura sia inconsapevolmente passata dall’essere un’operazione del tutto personale all’essere il mezzo per raccontare qualcosa di condivisibile, di ascrivibile a un maggior numero di persone. Se prima scrivevo per me, ora penso che non ci sia niente di più bello che scrivere per gli altri. Certo, il sostrato, qualsiasi cosa io o chiunque altro racconti, resta sempre quello di chi scrive, com’è naturale che sia. Se fino a due o tre anni fa, però, scrivere era per me qualcosa di molto simile al rovistarmi dentro per poi riversare tutto su un foglio, adesso, invece, quel rovistarsi dentro non è che il primo passo del meccanismo che ha come risultato la stesura di una storia completa. Il secondo è proprio il tentativo di tradurre quello che provo e che sento in un linguaggio il più possibile universale e comprensibile, di modo che chi legge possa sentirsi più vicino a me, che un unico filo di emozioni ci unisca e ci porti a identificarci negli stessi personaggi e a provare le emozioni che una storia può regalare. Oltre a tutto ciò, penso che la mia scrittura si sia arricchita di situazioni e parole, e penso anche che questo sia qualcosa di naturale, che è avvenuto gradualmente grazie a tutte le esperienze che ho vissuto, a tutte le persone che ho conosciuto e a tutti i libri che ho letto negli ultimi anni.

 

Il racconto di quest’edizione s’intitola Un istante appena. Riprendendo la celebre risposta del Bianconiglio ad Alice che gli chiedeva la durata del per sempre, lei si sofferma sull’esperienza di due terremoti, che ha definito rispettivamente «interiore e individuale» e «esteriore, collettivo». Perché ha scelto di raccontare proprio questi momenti in cui il tempo sembra fermarsi per sempre nel bene e nel male?

Ho scelto di raccontare questi momenti, momenti in cui il tempo sembra fermarsi, perché molto spesso sono i più decisivi, quelli da cui dipendono, appunto nel bene o nel male, altri momenti più lunghi e talvolta anche intere esistenze. A volte, indipendentemente da ciò che si è visto, provato, fatto, affrontato e superato in tutta una vita, una manciata di secondi può essere determinante al punto di deviare il corso degli eventi per un intervallo di tempo più o meno lungo. Momenti del genere, risolutivi pur nella loro brevità, li abbiamo vissuti tutti, nel piccolo della nostra quotidianità: un colloquio di lavoro, un amore a prima vista, una vincita al lotto, un test di ammissione, una decisione da prendere in fretta, una caduta dalla bicicletta, un bivio della strada, l’incontro con uno sconosciuto, una sveglia che non suona, un treno perso e un altro preso. Il fatto che ciascun evento, nella vita di una persona, rimandi più o meno direttamente a un altro mi ha sempre molto colpita: non c’è niente di scollegato e indipendente da tutto il resto, nessun istante che non abbia delle ripercussioni su un altro, ed è proprio per questo che scegliere una sola tra le infinite opzioni che il mondo ci propone è così difficile. Ricollegandomi a due tra questi momenti, forse tra i più brutali nel loro essere a tal punto decisivi, ho deciso di soffermarmi, nel mio racconto, su un terremoto appunto interiore, quello tra un uomo e una donna che si amano da tempo e che non riescono più ad amarsi con l’enfasi e la passione dell’inizio, e un terremoto esteriore e fisico, l’uno incastrato e racchiuso nell’altro. Tengo a precisare che non vorrei aver dato un’idea sbagliata di Un istante appena: non è una storia triste, a discapito della tragicità degli eventi che le fanno da cornice. Vorrei che fosse letta, piuttosto, come una storia di rinascita e di riconciliazione, come la storia di un equilibrio perso e pian piano, con fatica, riconquistato, come un’esortazione a vivere bene e a vivere bene da subito, riconoscendo ai singoli momenti tutta l’importanza che hanno – riprendendo una tra le frasi del racconto – “come se fosse l’unica vita che abbiamo”.

Speciale Campiello Giovani 2017 – Intervista a Martina Pastori

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In un’epoca come la nostra in cui tutto passa velocemente al punto da sembrare già obsoleto un attimo dopo che è accaduto, cosa vuol dire recuperare il valore degli istanti?

Al giorno d’oggi, recuperare il valore dell’istante è sicuramente la sfida più impegnativa e, al contempo, meritevole di essere affrontata. Recuperare il valore dell’istante vuol dire vivere appieno e con cognizione di causa il presente, rispolverare l’amore e la passione per le piccole cose, per ciò che dura poco e che un momento dopo potrebbe essere già finito, vuol dire vivere davvero, vivere il momento, senza per questo perdere di vista il futuro, che deve sempre restare ben visibile, in lontananza. Io per prima sento molto distintamente, sulla mia pelle, la freneticità della vita del nostro tempo, la violenza con cui il passato, anche quello che è appena trascorso, appare superato, trascurabile, non più degno d’interesse. Eventi, storie, libri, mode, invenzioni diventano vecchi appena qualche giorno dopo essere nati, e se, da una parte, bisogna ammettere che la velocità è una delle principali caratteristiche di una società evoluta e che continua a evolversi, dall’altro lato occorre anche dire che non sempre, viaggiando su un treno che va troppo in fretta, si riescono a cogliere tutte le sfumature di colore del paesaggio, tutto il bello del panorama. Recuperare il valore degli istanti vuol dire questo: prendere in spalla lo zaino, scendere dal treno e fermarsi un po’ a guardare, con calma, senza la frenesia di dover per forza andare avanti, di dover per forza arrivare in qualche posto. Non c’è dubbio che non sia tempo sprecato.

 

Il Premio Campiello Giovani rappresenta per molti aspiranti scrittori la prima prova pubblica. Nel suo caso è quasi una conferma. A distanza di tre anni dalla prima partecipazione, come sta vivendo adesso queste giornate e come si sta preparando alla serata finale?

Credo molto nel Campiello, per me è un grande onore e una gioia essere in finale. Per ora mi godo il momento e il bel clima che si è instaurato tra noi finalisti e sprizzo felicità da tutti i pori per un traguardo che vivo come la dimostrazione che, se non si smette di avere fiducia e di essere perseveranti nell’arte di raccontare, c’è sempre una nuova storia da scrivere e da condividere. Per quanto riguarda la serata finale, penso che, arrivati a questo punto, anche se il vincitore ufficiale sarà uno solo, abbiamo già vinto tutti e cinque, ed è questo che conta. Quanto ai preparativi, invece, sono a buon punto: ho già comprato le scarpe.


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