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“Sottosopra” di Milena Agus

 

SottosopraDurante un'intervista a Michela Murgia, si parlava di come gli scrittori sardi, che hanno raggiunto il successo, piacciano tanto in tutta Italia, ma che mai potranno essere apprezzati come in terra natìa. Questa può sembrare un'ovvietà dettata dalla mera affinità con la lingua, ma come la linguistica ci insegna la nostra forma mentis è costruita dalle parole che fin da piccoli ci vengono insegnate. Sono come semi portati dal vento a cui noi non badiamo, e ci accorgiamo soltanto quando è tutto già stabilito che noi italiani usiamo le tre parole Legno, Legna e Bosco per indicare tre cose diverse mentre i tre termini precedenti sono riassumibili, in francese, con l'unico termine “Bois”.

C'è qualcosa di più, dunque, che noi continentali probabilmente non riusciamo a cogliere e c'è una spinta in più anche nello stile di Milena Agus, che, come si poteva intuire dal cognome e dall'introduzione che ho fatto, è originaria della Sardegna. Il suo libro Sottosopra è in effetti un po' capovolto a partire dalla scelta, voluta o meno, di finire il libro con un “Capitolo 1”, fino all'andirivieni di questi personaggi che entrano ed escono dalla vita della protagonista come uno spettacolo molto frenetico di teatro, con entrate ed uscite molto veloci, ritorni, ricordi, addii.

Togliamoci subito il sassolino più grande dalla scarpa; si ha la netta impressione di aver già letto qualcosa di simile a questa storia che comprende un condominio, un ricco inquilino suonatore di violino ai piani alti, una povera donna delle pulizie al piano inferiore, un bambino più sveglio della sua età ed infine il personaggio narratore che ha paura della solitudine e cerca in tutti i modi di divincolarsi tra le storie che le si muovono attorno. Ebbene seppur alla lontana, ma secondo me un'influenza de L'eleganza del riccio è presente e sono quasi certo che chiunque abbia letto e apprezzato il romanzo di Barbery Muriel proverà una piacevole nostalgia leggendo Sottosopra.

Ma non voglio semplificare troppo o sminuire il libro con questo paragone, perché in fondo questo romanzo merita di essere vissuto e se la struttura che lo forma è simile a qualcos'altro, la pasta di cui è fatto è tutt'altra. La sensazione che mi ha lasciato è un senso di completezza dei personaggi, delle ambientazioni e della realtà in cui si vogliono narrare le vicende che si incrociano su e giù per le scale di questo condominio cagliaritano. La nota stonata che ho incontrato durante la lettura è il dialetto sardo che spunta sporadicamente.

“Ma come, Jacopo? Prima dici che l'ambientazione è perfetta e poi ti lamenti che viene inserito il dialetto?” disse l'emisfero emotivo del mio cervello.

“Il dialetto che viene utilizzato è la cosa meno caratterizzante che c'è nel testo; sono pezzi che se sostituiti con l'italiano non perdono di veridicità o di senso. Sono un'aggiunta non funzionale, ma ornamentale, a mio parere. E in più sono piuttosto frequenti e costringono a distogliere lo sguardo per andare a leggere la traduzione, quando non è inserita la spiegazione fra le righe” rispose l'altra metà cerebrale, quella più razionale.

Ma lasciando perdere le lotte intestine nel mio cranio, voglio parlare al mondo femminile che legge per consigliare Sottosopra, in primo luogo perché parla del vostro mondo con la vostra lingua (e non è il sardo) e secondo perché il mio lato sensibile, il mio femminino interno, mi dice che leggere questa storia, ricca di sensazioni sottopelle, riporta la mia prosa quotidiana alla forma poetica che dovrebbe essere sempre presente nella vita di tutti i giorni. Se poi siete sardi, non potete lasciarvi sfuggire uno dei motivi per cui amo la vostra terra: gli scrittori.

Dopo il culurgionis, ovviamente.

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